gli uomini del villaggio

HARIPUR – Una svolta a destra dalla via principale di Haripur e la strada che porta nel villaggio di Chak Shah Muhammad Khan diventa sterrata, costeggiata di campi di grano con un alto camino in fondo alla via che segna la fabbrica di mattoni. Una bambina con un velo rosso che le circonda i capelli quasi biondi e un abito azzurro raccoglie l’acqua in una brocca di metallo, tirandola su da un pozzo. Intorno in casupole basse, senza finestre vivono poco meno di 260 famiglie che si occupano dei campi e di mettere insieme i mattoni che venderanno in tutto il distretto. 

E’ qui che ha vissuto Osama Bin Laden dal 2003 al 2005 prima che si trasferisse ad Abbottabad dove lunedì scorso è stato ucciso dalle forze speciali americane. Ad Abbottabad avrebbe vissuto tranquillamente per quasi cinque anni, fino a quando la Cia ha intercettato una telefonata del fidato corriere di Bin Laden, tenuto sotto sorveglianza da quattro anni, che un giorno chiamò casa Bin Laden. Quella fu la prima prova che portò poi gli agenti della Cia fino all’ultima dimora dell’emiro.

Una delle mogli di Bin Laden, la preferita giovane Amal, sotto interrogatorio starebbe ricostruendo i movimenti dell’Emiro del terrore. E dopo Tora Bora, sulle montagne delle caverne, ora paesaggio lunare dopo il passaggio degli americani nel 2001, e un breve periodo nomade nelle zone tribali pakistane, l’emiro si sarebbe stanziato vicino alla fabbrica di mattoni, che tanto ricorda un panorama del sud dell’Afghanistan.

La notizia è uscita per ieri mattina per la prima volta sui giornali pakistani e i residenti, gente umile e timorosa, sono sotto shock, un po’ come lunedì scorso era accaduto ai vicini di Abbottabad, un centro urbano più moderno immerso nel traffico e nel vociare della gente. A Chak Shah il silenzio è spezzato solo dalle voci dei bambini. Gli adulti se ne stanno su una collinetta, non arrivano i giornali e molti non sanno scrivere, ma notizia corre sul filo del vento, quando sentono che Osama ha vissuto lì e i loro occhi si sgranano. “Siamo solo gente povera, qui non avrebbe trovato nulla, mi sembra impossibile, lo avremmo saputo. Io abito qua da 60 anni, ne ho vista di gente andare a venire”, dice lisciandosi la barba bianca, Muhammad Nour di 75 anni che ha fatto il contadino per tutta la vita. “Bin Laden qui? Mai visto, ma spero che per noi ora non sia un problema, perché non è facile trovare lavoro in Pakistan”, dice Azim che è un profugo afghano che ormai da anni si è trasferito nel distretto di Haripur, 30 km da Abbottabad e 50 dalla capitale Islamabad.

La gente ha paura che arrivino i servizi, segreti o peggio ancora gli americani anche se è difficile che dei due anni e mezzo vissuti lì, anni fa, possano essere rimaste tracce. “Qui non è possibile che sia venuto, non ci credo, possiedo metà di questa terra”, ci spiega Laket Khan che è arrivato di corsa a controllare e a rassicurare i suoi affittuari. Suheil, un ragazzo con una frangia lunga che gli copre gli occhi, ci viene incontro con un falcetto appoggiato sul collo, ha appena lasciato i campi e anche lui è convinto che sia un’altra delle invenzioni degli americani. Ma la zona tra Haripur e Abbottabad era frequentata dagli uomini di Al Qaeda, almeno secondo i servizi segreti pakistani: nel maggio 2009 era stato arrestato nel non lontano villaggio di Malikyar, Abdullah Al Masri, un comandante operativo di al Qaeda, tre giorni dopo i militanti assaltarono il posto dove erano state nascoste dalla polizia la moglie e uccisero tre agenti. Uno degli assalitori era Ijaz, il figlio di un altro comandante che venne ucciso durante l’attacco e sempre in zona fu arrestato Umar Patek, un indonesiano coinvolto nella strage di Bali del 2002 e che era venuto per incontrare Bin Laden.

Nel villaggio in giro solo gli uomini, le donne se ne stanno rintanate nelle case al di là di una tenda di stoffa che copre una porta di metallo. Non hanno acqua in casa e preparano da mangiare in grandi pentoloni di ghisa. La nonna di Aziz Shah viene da Kunduz, una delle zone più turbolente dell’Afghanistan, ma ormai da 30 anni sta in Pakistan, le rughe sono talmente profonde da sembrare cicatrici che si aprono quando ride. Che Bin Laden abitasse lì le fa spalancare la bocca senza denti in una risata. “No, no, qui non c’è”. Il nipote Aziz tiene in braccio un bimbo e per mano una ragazzina bionda con dei profondi occhi verdi e lo sguardo triste. E’ afghana come molti Pahtun (l’etnia dei talebani) contaminata dal passaggio, si dice, degli uomini di Alessandro Magno, arrivato anche a Haripur. Aziz è lapidario: “Mi auguro che Bin Laden non abbia mai abitato qui. Lui non era un uomo, era un lupo”.

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: