Era l’uomo più temuto al mondo. E anche il più ricercato. Per dieci anni è stato tra il “most wanted” degli Stati Uniti con una taglia di 25 milioni di dollari. Dato per morto diverse volte, fuggito da ogni parte e in qualsiasi momento, Bin Laden nel tempo è diventato il simbolo della paura, di quel mondo fondamentalista che non solo odia gli occidentali ma anche gli Stati musulmani moderati. Una figura misteriosa, eccentrica, di cui si hanno dei video, e una voce che parla solo per tuonare contro gli infedeli. Un uomo la cui vita è stata scandita dalle bombe e dalle preghiere, dalle fughe e dalla solitudine che trovasse riparo in una caverna o in una villa. Tutti gli ultimi attentati, Londra, Madrid, Bali, Jackarta, Casablanca, fino all’ultimo, pochi giorni fa in Marocco, sono stati compiuti con il suo marchio di fabbrica, quello di Al Qaeda, una subdola organizzazione del terrore che lavora in franchising con altre. Di fatto Bin Laden non era più molto importante, molti lo davano malato di reni, ferito, invecchiato e per qualche anno è sembrato che la natura potesse avere il sopravvento. Ma se qualcuno garantiva che era morto, qualcun altro lo vedeva sempre in fuga, tra Pakistan, Yemen, Sudan e Somalia. Nessuno però lo ha mai tradito. Finora.

Un uomo complesso che era riuscito a mantenere uno stretto legame familiare tipico del sistema tribale, sposato con diverse donne, padre di una ventina di figli, almeno per quello che si sa e si dice, perché tutti sono restii a parlare di lui o anche solo, da quando è diventato il nemico numero 1 del mondo, a dire che lo conoscevano.

Un uomo ricco grazie alla sua famiglia, ma diversamente dai suoi fratelli, devoto fino a diventare estremo. Osama Bin Laden, il fondatore e il leader di al Qaeda, era nato a Riad in Arabia Saudita nel 1957 da una siriana osservante, era il diciasettesimo figlio dei 50 che ebbe suo padre (che morirà durante un incidente aereo), un magnate dell’edilizia originario di un paesino dello Yemen lasciato dal nonno per questioni tribali.

In Arabia Saudita, mentre i suoi fratelli facevano la bella vita negli Stati Uniti, lui cercava la causa da adottare. Fu uno dei suoi fratelli a inserirlo nel giro dei profughi afghani che arrivano in Pakistan. Impressionato dall’invasione russa in Afghanistan usò i suoi soldi per schierarsi dalla parte dei Signori della Guerra inviando armi e aiuti e per un attimo si trovò fianco a fianco con gli americani nella lotta contro il comunismo. E alla fine degli anni ’80 sconfitta la Russia tornò in Arabia Saudita come un eroe e fondò una nuova organizzazione segreta che chiamò al Qaeda, la base. Forse la Storia sarebbe andata diversamente se gli americani non fossero intervenuti in Iraq, ma tutto cambiò per Bin Laden con la prima guerra del Golfo, quando l’Arabia Saudita divenne il punto di appoggio per gli americani contro Saddam Hussein.

Bin Laden era oltraggiato dalla loro presenza, ma anche dalla connivenza dei sauditi che gli tagliarono le finanze e gli tolse la cittadinanza. Si rifugiò in Sudan nel 1992 seguito dai suoi fedelissimi e strinse amicizia con il gruppo egiziano Islamic Jihad, guidato da Hayman al Zawahiri, l’attuale numero due di Al Qaeda e suo probabile successore. Nel 1995 tentarono di uccidere il presidente Mubarak, furono buttati fuori dal Sudan e ripiegarono in Afghanistan dove i Talebani, e in particolare il mullah Omar, gli offrì quell’ospitalità che poi pagò con la guerra in Afghanistan scatenata dagli americani nel 2001.

L’Afghanistan era un buon posto per mettere su campi di addestramento e preparare attentati: il primo targato al Qaeda nel 1998 fu quando vennero colpite le ambasciate americane di Tanzania e Kenia provocando la morte di almeno 200 persone. La risposta americana arrivò dal cielo con un bombardamento che distrusse alcuni campi afghani, senza sfiorare lo sfuggente Bin Laden, che fino al 2001 riuscì a pianificare decine di attentati tra i quali quello a una portaerei americana in Yemen nel 2000.

L’11 settembre, con l’orrore che prese la forma di due torri che crollavano su se stesse stracolme di gente, divenne una vera e propria caccia all’uomo, dalle montagne di Tora Bora dove lui avrebbe dovuto essere nascosto in una caverna, a ieri quando si è voluto che fosse in una villa da un milione di dollari poco lontano dalla Islamabad bene dove di solito va a prendere un po’ di fresco.

Una caccia internazionale che ha convinto gli americani a usare le migliore tecnologie a disposizione, dai satelliti alle intercettazioni. Almeno due terzi della leadership di al Qaeda è stata nel tempo eliminata, ma Bin Laden per dieci anni è riuscito ad eludere chiunque. Molti credono che sia il suo modo di vivere semplice, privo di bisogni, la sua predisposizione tribale al nomadismo che gli ha permesso di sopravvivere.

Bin Laden fu la frustrazione degli eserciti, ma anche la ragione che serviva per rimanere nell’aerea. Forse andava preso solo nel momento giusto, quando la sua presenza non serviva più. Fu la sconfitta del presidente americano Bush e di un’amministrazione che acconsentì all’uso della tortura sui detenuti pur di ottenere risultati e la vittoria del successore Obama e del suo uomo il Generale David Petraeus capo delle forze Nato e Usa in Afghanistan, che solo pochi giorni fa, è stato nominato capo della Cia, i servizi segreti americani.

Non che dal punto di vista della guerra del terrore, dieci anni dopo, Bin Laden contasse più molto, era il suo simbolo, ma ormai era fuori dalla catena di comando. Parlava quando ce n’era bisogno, ma di fatto, il suo essere in vita era solo una fonte di ispirazione alle organizzazioni del terrore.

Giornalista di guerra e scrittrice

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