Le rivoluzioni dovrebbero essere veloci, rocambolesche, piene di entusiasmo, quella libica, invece stagna. E’ finita in una sabbia mobile, da una parte il rais Gheddafi che non molla e dall’altra i ribelli che non sanno e non possono andare avanti da soli. Così com’è, la situazione potrebbe andare avanti per mesi. I ribelli avanzano e indietreggiano nel raggio di 200 chilometri che sono lontani 1000 dalla capitale. Gheddafi chiuso nel suo bunker resiste e alla fine finirà quasi per far tenerezza questo uomo anziano che nessuno si vuole prendere, tranne la sua infermiera ucraina, evacuata nei primi giorni della rivoluzione e che ogni settimana dice di voler tornare. Ma la situazione è grave, anche se si sta perdendo l’entusiasmo che porta sempre con sé una rivoluzione che vuol far cadere un dittatore. Le rivoluzione non dovrebbero perdere tempo, e dovrebbero durare poco. Ma i libici sono stati ingenui pensavano che se era accaduto in Tunisia con Ben Ali e in Egitto con Mubarak, non poteva che accadere anche lì. Si sbagliavano. Gheddafi ci ha messo quattro anni per organizzare un colpo di stato messo a punto in pochi giorni. Era il 1969. E quattro decenni dopo, l’uomo che non lascerà a meno che non gli verrà offerto qualcosa che lo faccia uscire da re, si comporta come tale. La Libia intanto soffre. Un ovest ancora stretto nel pugno del Colonnello e un est dove si combatte, e a metà strada c’è una città assediata, Misurata che a soli 200 km da Tripoli è diventata, senza volerlo il nodo di questo conflitto. “Ci sono migliaia di bambini intrappolati nelle morsa di questo conflitto”, ha avvertito James Elder, portavoce dell’Unicef a Bengasi. E ci sono anche uomini e donne, i normali residenti di una città spaventata che è diventato un campo di battaglia. Non si sa nemmeno contro chi combatta Gheddafi, sparano contro la città contro i suoi palazzi, contro chi esce a cercare cibo o cure mediche, sparano contro quello che si muove o anche contro gli edifici dove potrebbe nascondersi qualcuno. Dall’alto la Nato tampona quello che potrebbe essere un massacro, o che forse lo è già a sentire il capo dell’esecutivo dei ribelli che parla di 10 mila morti. Ma Jalil in visita a Roma, sulle cifre non è molto attendibile, i ribelli hanno già dato prova che spesso le bugie di propaganda sono più rumorose della verità. Non che da parte degli uomini di Gheddafi sia diverso. E non che se i morti fossero 5000 o 1000, non sarebbe comunque un massacro. Resta comunque l’inviolabile diritto di una popolazione di decidere di non voler più essere governata da un uomo che lo ha fatto per 40 anni. Per liberarsi di un dittatore la ricetta delle Nazioni Unite è fatta di sanzioni, diplomazia, intervento militare molto limitato. “Abbiamo completamente bloccato l’aviazione, possiamo colpire i carro armati, ci siamo liberati delle installazioni radar, ma è molto difficile (dall’alto) impedire il lancio di razzi o il posizionamento dei mortai, perché si combatte in città, perché sono attrezzature agili che si spostano facilmente”, ci ha spiegato l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del comitato militare della Nato, una delle sue massime autorità. La risoluzione dell’Onu, in qualche modo, lega le mani dell’Alleanza quando le aspettative dei ribelli sono grandi. Nelle ultime tre settimane l’aviazione Nato ha condotto 1200 operazioni. “Stiamo continuando con ritmo elevato e l’Alleanza gradisce ogni contributo dei paesi alleati”. Purché venga dal cielo. A terra chi contribuirà dovrà farlo unilateralmente. D’altra parte non c’è solo la Nato che può intervenire. Questa diplomazia più di accordi è fatta di richieste: tutti chiedono qualcosa, i militari vogliono altri militari o mezzi, i ribelli vogliono armi e addestratori, Gheddafi vuole che questa farsa del demonio occidentali finisca, l’Occidente vuole il petrolio. E tutti promettono tutto, Jalil di dare il petrolio ai suoi nuovi amici – Francia, Italia e Qatar – giura che impedirà l’immigrazione, quando non ha il controllo di nulla oltre Bengasi, e di sicuro qualora cadesse Gheddafi bisogna vedere se resteranno l’unico referente possibile. L’Italia cerca di accaparrarsi o per lo meno di mantenere gli accordi che aveva anche con la Libia del futuro, ma nello stesso tempo tenta piccole chicche, come dire che Gheddafi verrebbe aiutato se fosse in pericolo di vita.

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: