BENGASI – Salah Giumah non è più tornato. Manca dal 12 marzo scorso. E’ uno dei 400 ragazzi della rivoluzione libica che secondo la Mezza Luna Rossa e Human Right Watch sono scomparsi durante i combattimenti. “Se fosse morto o ferito lo avremmo trovato, abbiamo girato tutti gli ospedali, controllato le camere mortuarie e i feriti”, ci racconta lo zio Saad nella sua casa alla periferia di Bengasi. Suo figlio e Salah erano scappati di casa per unirsi ai ribelli, ferito il cugino durante gli scontri è tornato a casa, mentre il venticinquenne Salah è rimasto a Ras Lanuf dove tuttora si combatte. “Sono andati al fronte, hanno avuto uno scontro con i soldati e di lui non si è saputo più nulla”. La battaglia continua e i numeri sono indecifrabili. I ribelli tendono una mano verso il cessate il fuoco ma in realtà le condizioni dei ribelli sembrano di più una richiesta di resa alle forze di Gheddafi asserragliate a circa 300 km di Bengasi. “Quello che vogliamo è l’implemento della risoluzione Onu, il cessate al fuoco di entrambe le parti, il ritiro delle milizie del rais, dei mercenari e dei cecchini dalle città, la liberta di manifestare e di esprimersi di cui tutti hanno diritto e la sicurezza per il popolo libico. Chiaro che se così non fosse, abbiamo bisogno di armi”, ci dice il premier del Consiglio di transizione.

 Se la rivoluzione verrà vinta dai libici della Cirenaica è probabile che loro rappresentino il futuro della Libia. D’altra parte lo scontro degli ultimi giorni ha avuto una battuta d’arresto, da una parte i lealisti del rais, dall’altra gli shabab della rivoluzione. In pratica, slittano su 200 km di strada lungo le città del petrolio Brega, Ras Lanuf e Ajdabya. Si perde e si riprende. Si avanza e si indietreggia come un balletto a suon di bombe e spari che forse vuole sfinire le brigate di Gheddafi o far prendere tempo a quelle dei rivoluzionari che non hanno tante speranze di andare avanti da soli.

E mentre la Germania continua a rifiutare la soluzione militare per risolvere la questione, continuano i raid aerei della Nato che secondo l’inglese Bbc avrebbero fatto 8 morti civili, nella cittadina di Argub a cinque km a sud di Brega.

La diplomazia, intanto, procede e mentre Londra interroga Mussa Kussa, ministro degli Esteri di Gheddafi che avrebbe abbandonato il rais, in una delle ennesime defezioni eccellenti che colpiscono Tripoli, sarebbe arrivato durante una visita segreta un emissario del figlio del colonnello forse per negoziare un modo per far uscire dal paese il padre.

Sul suolo libico invece è arrivato l’inviato delle Nazioni Unite prima è andato a Tripoli per parlare con Gheddafi e poi a Bengasi per incontrare Mustafa Jalil, il capo del consiglio nazionale, il governo transitorio fondato dai ribelli.

Lunedì invece il ministro degli Esteri dell’esecutivo ribelle, Ali abdel Aziz, ex

lo zio del ragazzo scomparso

ambasciatore in India, e uno dei primi ad abbandonare Gheddafi per unirsi alla rivoluzione, incontrerà a Roma, Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano, forse per discutere del ruolo pacato dell’Italia nell’appoggiare questa rivoluzione, ma anche della missione Eufor della Nato approvata ieri a Bruxelles che avrà sede nella capitale.

Giornalista di guerra e scrittrice

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