C’è un panettiere e un giardiniere. Un vigile del fuoco e un impiegato, e poi uno studente e anche un signore di 70 che è il più anziano che ha chiesto, ed è stato accettato a partecipare all’addestramento dei ribelli che fino a ieri erano civili e domani saranno combattenti. Perché a volte l’addestramento dura, un giorno, se sono fortunati, quattro. Non sono l’armata più preparata del mondo. I rivoluzionari erano stati ottimisti, quando avevano pensavato che la rivoluzione si sarebbe consumata come nei paesi vicini, Egitto e Tunisia, Gheddafi doveva cedere alle richieste di libertà e abbandonare. Non è andata così e da un giorno all’altro il maestro, l’impiegato, il disoccupato si è trasformato in shabab, uno dei ragazzi della rivoluzione, armato di fucile o mitragliatrice pronto ad affrontare un esercito. Carro armati contro mortai, razzi contro mitragliatori e pistole, una guerra impari che si gioca ormai da dieci giorni nel raggio di 800 km con delle cittadine assediate che i ribelli non sono in grado di tenere se non con l’aiuto dei bombardamenti della Nato.

“Il problema più grande è il tempo. Questi ragazzi traboccano di entusiasmo, ma l’addestramento non è facile”, ci spiega il sergente maggiore Mohammad Al Bar che prima della rivoluzione addestrava le forze speciali di Gheddafi e, ora, è passato dall’altra parte.

L’addestramento dei ribelli, “dura dai quattro giorni alle tre settimane a seconda delle condizioni al fronte”, spiega Al Bar che ci confessa che nessuno fa più di qualche giorno. “Dura due ore dalle 11.30 alle 13.30 ogni giorno, insegniamo le tecniche base, come armare un’arma, sparare, un minimo di disciplina, come scaricare l’arma e come ricaricarla. Facciamo vedere come si usa una mitragliatrici o un mortaio, ogni gruppo, più o meno 50 persone, ha 4 armi a disposizione di ogni tipo per capire come si fa”.

 Ogni mese dalla base militare di Bengasi, ribattezzata 17 febbraio (giorno della Rivoluzione), vengono “diplomati” 1000 combattenti che ricevono un’arma che a fine turno consegnano a quello che prende il suo posto. Cercano anche di infondere coraggio perché al primo colpo di mortaio che ti sfiora o ferisce chi ti è accanto, la voglia di combattere tende a correr via.

“La maggior parte dei feriti che arrivano sono stati colpiti durante i combattimenti”, ci aveva detto un medico dell’ospedale di Ajdabiya, il più vicino al fronte, “ma c’è un numero particolarmente alto di persone che si sparano da soli sui piedi, altri che vengono feriti da proiettili che ricadono quando sparano in aria per festeggiare, qualcuno si fa male quando puliscono la pistola dimenticandosi il colpo in canna”.

Il sergente Al Bar però è ottimista, “si fanno progressi, sono arrivati sessanta comandanti dal Qatar che fanno da consiglieri ai comandanti di qui”, mentre alcuni ex ufficiali della Marina reale inglese sono arrivati per “offrire” le loro consulenza. Uno di questi ha trascorso un periodo in Afghanistan come diplomatico.

E proprio dall’Afghanistan ci sono almeno due ex combattenti che trascorso un periodo di detenzione a Guantanamo sono stati presi dalla Libia quando il presidente americano Obama ha cominciato a svuotare il carcere latino americano. Abdel Hakim Hasadi,  predicatore islamico ha trascorso 5 anni in un campo di addestramento in Afghanistan occupandosi del reclutamento e ora prepara circa 300 rivoluzionari alla battaglia nella cittadina di Derna. Sufyan Ben Qumo, ex soldato di Gheddafi ha invece lavorato in un’azienda di Bin Laden in Sudan e poi è partito per il Pakistan, nel 2001 è stato pizzicato dai pakistani consegnato agli americani e imprigionato per sei anni. Ma ora non sembrano avercela con gli americani solo perché stanno dalla loro parte questa volta. Quello che accadrà dopo non si sa, l’esercito dei ribelli è forse il più vario che sia mai esistito.

Per ora le persone si armano, solo ieri, al porto si parlava di tre navi, arrivate cariche di aiuti e kalashnikov, provenienti da misurata, ma arriverebbero anche dall’Egitto al Qatar, poi finita la rivoluzione qualcuno dovrà pensare a come disarmarli.

Giornalista di guerra e scrittrice

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