BEN JAWAL – Due giorni fa Ben Jawal, 420 km da Bengasi, era in mano ai ribelli. Nel piccolo centro erano rimasti solo gli uomini delle retrovie con armi leggere che bivaccavano e preparavano i rifornimenti e cibarie per le truppe avanzate quelle che con mezzi pesanti, ma mai come quelle di Gheddafi, puntavano verso Sirte la città di Gheddafi. I sorrisi erano stampati sulle facce di quei giovani che da un giorno all’altro, sull’onda emotiva del cambiamento nei paesi vicini, hanno voluto dire basta. Ieri la battuta di arresto, a Ben Jawal è cambiata l’atmosfera, le autoambulanze andavano avanti e indietro dal fronte mentre lì ci si preparava a fare i pacchi e arretrare a Ras Lanuf a circa 60 km a est.

La gente del villaggio preoccupata chiede ai ribelli di non andarsene, di difenderli dai soldati che sono arrivati. Un uomo anziano con la sua Jalabeya (il tradizionale camicione arabo), dice che i fedeli a Gheddafi hanno occupato le case e sono pronti a vendicarsi. “Stiamo organizzando un rastrellamento”, ci dice un ragazzo di 25 anni che prima della rivoluzione faceva il vigile del fuoco, “andremo casa per casa”. Ma il punto non è questo. Perché combatti, sei solo un vigile del fuoco? “Non ho ancora combattuto, ma sono pronto, lo faccio per il mio paese. Gheddafi non è il nostro leader, ha sempre e solo fatto quello che voleva lui. Lo faccio perché siamo noi la Libia”.

Una Libia giovane che si batte per la prima volta, qualcuno alla Nato sostiene che ci siano elementi di al Qaeda ed Hezbollah tra di loro, ma sicuramente non sono abbastanza influenti da far fare un giro di boa a queste battaglie fatte di prendi e lascia città, dove la gente vive dentro e ha paura. “In questo momento lavoro per la rivoluzione, faccio quello che serve”, ci racconta Lubna, un’insegnante di inglese, “Le scuole sono chiuse, ma è un piccolo prezzo da pagare se lo si fa per assicurare un futuro ai nostri bambini. Solo che è difficile noi non siamo un esercito, non siamo organizzati, sono arrivate le armi e ci siamo trovati a difendere il nostro paese”. Il punto è questo, la rivoluzione ha il gusto del formaggino, con il quale ogni giorno vengono riempiti i panini che finiscono tra le mani dei ragazzi che combattono. Pane e formaggino di questo si nutre la rivoluzione, il cui entusiasmo e la sua partecipazione non potrà portarli a vincere. Non c’è strategia, non c’è organizzazione. Non ci sono radio, non ci sono telefonini, non ci sono riunioni, non ci sono comunicazioni. Qualche satellitare, ma niente più. Nessuna trincea, nessun posizionamento strategico. Ci si alza e si va al fronte, chi c’è, c’è e si comincia.

Se la Nato non spianerà la strada tra pochi giorni, l’esercito di Gheddafi sarà di nuovo alle porte di Bengasi. Dov’è il vostro comandante? “Qui non c’è” dice un ragazzino che salta ogni volta che arriva una cannonata e l’eco è sempre più vicino, gratta l’aria e fa paura.

L’idea che tornino i gheddaffiani li fa muovere in fretta ma per fuggire, i “bum” spaventano chi non è abituato anche se imbraccia il fucile.

A 60 km a Ras Naluf dove sorge la più importante raffineria del paese, l’agitazione è contagiosa. Se si perde la casa del petrolio, la rivoluzione può anche finire, le nazioni straniere stanno sempre dalla parte di chi ha il greggio. I soldati la settimana scorsa quando avevano in mano la raffineria, hanno fatto il loro passaggio, non senza lasciare segni, gli uffici sono tutti devastati e lo sparuto gruppo di ribelli che sta di guardia non potrebbe mai resistere più di cinque minuti. “Qui hanno distrutto tutto”, ci dice un ragazzo col kalashnikov che ci guida per le stanze. Schedari sotto sopra, spari contro i video, file dei dipendenti stracciati, e feci lasciate un po’ ovunque, insieme a cibo dimenticato e bottiglie. “Hanno bivaccato qui”, e poi se ne sono andati. Ma presto torneranno, lo sanno tutti che non bastano mitragliatrici e pick up a vincere. “Non era quello che pensavamo accadesse”, dice Lubna, “volevamo solo liberarci di Gheddafi, invece è diventata una guerra e non sappiamo come farla”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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