AJDABIYA – Due errori in tre giorni. Non è stata una buona settimana per la Nato. Prima civili e ora ribelli. Fuoco amico. E’ successo velocemente, nel tardo pomeriggio quando il sole ormai era calato e il buio impediva di distinguere i buoni dai cattivi. I ribelli e l’armata verde da due giorni si scontrano violentemente intorno e dentro la città petrolifera di Brega a circa 250 km a ovest di Bengasi. Sono 15 le vittime del fuoco amico della Nato che ha colpito un convoglio di shabab, i giovani della rivoluzione che si muovevano all’uscita della parte più nuova della città. Il secondo, appunto colpo sbagliato della Nato in poco tempo, proprio mentre lontano dalla martoriata terra libica si cerca una soluzione politica allo stallo militare che tiene Brega e Misurata sotto assedio in balia degli scontri a fuoco.

E’ accaduto alla periferia di Brega Jadida, la parte nuova della cittadina, i ribelli dovevano aver appena ottenuto un successo perché come spesso fanno, hanno cominciato a sparare in aria, non pensando che nel cielo potessero volare dei jet della coalizione. Hanno pensato che fossero lealisti di Gheddafi che sparavano contro di loro. E hanno bombardato.

“Gli arei della Nato hanno diritto a difendersi se qualcuno spara contro di loro – dice Oana Lungescu, portavoce della Nato – per la coalizione è difficile verificare i dettagli esatti perché non ci sono fonti affidabili sul terreno”. Ma non hanno ucciso solo 11 ribelli, ma anche 4 civili, un medico e tre studenti di medicina. Di loro non resta che degli scheletri anneriti dal calore di quelle bombe che hanno sganciato. Il fuoco si è mangiato tutto. La carcassa dell’autombulanza giace intera a pochi chilometri da Brega, l’interno sbriciolato accanto a sette macchine distrutte.

I feriti poco dopo arriveranno al piccolo ospedale di Ajdabiya per essere stabilizzati e portati 150 km dopo a Bengasi.

Non lontano da dove sono stati recuperati i ribelli, vicino all’università, giacciono a terra i cadaveri crivellati di proiettili e di almeno tre razzi nel raggio di 300 metri. Scontri tra i militari passati ai rivoluzionari, i professionisti della rivoluzione, che stanno in prima fila nonostante non siano moltissimi e i militari di Gheddafi. Anche i feriti dell’esercito del Colonnello piovono all’ospedale di Adjabiya.

“Noi siamo al collasso. Non è che abbiamo bisogno di soldi ma di personale”, ci dice il dott. Jc Muhammad, direttore della commissione sanitaria di Ajdabiya. Di un ribelle incosciente in cura intensiva, di quelli attaccati dalla Nato, il medico mostra quel che resta della sua gamba amputata, mentre in sala operatoria stavano asportando il rene di un soldato di Gheddafi. “Purtroppo la Nato ha commesso un errore, ma sono cose che succedono quando si combatte, abbiamo ancora bisogno di loro, anche se spero che tutto questo finisca presto”, dice il giovane dott. Ahmad Ghanee, giunto dalla sua città a 800 km di distanza per dare una mano.

Nella camera mortuaria un infermiere apre le celle frigorifere assicurandosi che tutti abbiano le mascherine protettive per evitare di essere investiti dall’odore:  i cadaveri di tre ribelli carbonizzati e quelli di due con le divise del rais. Tutti gli altri corpi sono già stati seppelliti come vuole la tradizione islamica.

“E’ arrivato un mercenario del Ciad – ci spiega il direttore Muhammad mostrandoci delle banconote locali – in tasca aveva 1000 dinari falsi (500 dollari). Secondo me il rais non ha più soldi o inganna gli stranieri che ingaggia perché loro non sanno distinguere la nostra valuta”.

Gheddafi nascosto nel suo bunker non molla, intanto a Londra, lontano migliaia di chilometri dalle bombe e dalla voglia di libertà, si parla con il mediatore del figlio del colonnello che avrebbe contattato i servizi inglesi e italiani, forse per cercare una via di uscita alla famiglia.

Segnali positivi volano verso i ribelli che chiedono armi se non si ottiene un conveniente cessate al fuoco: “La risoluzione dell’Onu non esclude che si possano armare i ribelli, la questione è allo studio e presto prenderemo una decisione”, ha spiegato il ministro della Difesa britannico Liam Fox. . Sparita nel nulla, invece, la moglie dell’ultimo uomo di Gheddafi che lo ha tradito a Londra, il ministro degli Esteri Musa Kusa e sotto interrogatorio dei servizi inglesi per essere considerato anche se disertore, una delle persone più vicine al rais. La moglie, rimasta a Tripoli, è stata catturata e sarebbe in mano alla polizia di Gheddafi.

ribelle ferito della Nato, ha perso una gamba

Giornalista di guerra e scrittrice

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