“Siamo pronti al cessate il fuoco”, ci dice Mustafa Jalil, il primo ministro del Consiglio nazionale di transizione formato dai rivoluzionari, durante un’intervista al Messaggero in una grande sala un po’ kitch di un hotel di Bengasi. Tempo a disposizione: cinque minuti.

Jalil è un signore pacato, di mezz’età e di poche parole. Sotto il regime di Gheddafi è stato uno scomodo ministro della Giustizia, per aver più volte criticato la mancanza del rispetto dei diritti umani in Libia e soprattutto per aver ammesso di avere le prove che il mandante dell’attentato alla fine degli anni ’80 di Lockerbie che vide la morte di 270 persone fosse proprio Gheddafi, così come ordinò il contagio di 400 bambini con il virus dell’Aids.

 Cinque giorni dopo lo scoppio della rivoluzione, il 17 febbraio scorso dopo essere stato mandato da Tripoli a Bengasi per trattare la cattura di alcuni ribelli, ha, con sorpresa, rassegnato le dimissioni motivando “l’eccesivo uso della forza da parte del governo verso chi protestava”.

E in un attimo si è ritrovato a comandare l’ala politica dei ribelli diventando di fatto il premier del nuovo esecutivo.

“La prima cosa che vorrei fare è ringraziare Francia, Inghilterra, gli Stati Uniti per aver con il loro intervento evitato un bagno di sangue e l’Italia, un paese vicino che ha permesso l’uso delle sue basi ai paesi che hanno lanciato i raid contro le forze di Gheddafi”.

Dottor Jalil, la situazione sul fronte militare sembra in stallo anche se gli uomini di entrambe le parti si muovono e combattono, è forse il momento per un cessate al fuoco?

Dobbiamo ammettere che non eravamo preparati per una battaglia militare. Tutto era cominciato come una protesta pacifica, una rivolta senza armi come nei paesi vicini. Ma non è andata così. Da noi non c’è un esercito vero che potesse aiutarci, Gheddafi non ha permesso che esistesse per paura che lo rovesciasse. Ha creato, invece, delle brigate forti nate solo per proteggersi, era la sua armata non quella della Libia. Noi stiamo cercando di organizzarci, di mettere in piedi un piano, per aiutare la gente che vive nelle città assediate, per liberare il popolo libico, per porre fine a quanto sta succedendo, ma non è semplice. Naturalmente una delle condizioni base è che nel futuro della Libia non ci sia Gheddafi né la sua famiglia.

Che cosa volete?

Quello che vogliamo è l’implemento della risoluzione Onu, il cessate al fuoco di entrambe le parti, il ritiro delle milizie del rais, dei mercenari e dei cecchini dalle città, la liberta di manifestare e di esprimersi di cui tutti hanno diritto e la sicurezza per il popolo libico. Chiaro che se così non fosse, abbiamo bisogno di armi per meglio equipaggiare i rivoluzionari che non sono in grado di affrontare l’armamento pesante di Gheddafi.

A proposito di armi, ieri ai giornalisti per la prima volta dall’inizio della rivoluzione è stata interdetta la linea del fronte e sono stati visti arrivare mezzi pesanti, si discute molto in Occidente di armi sì, armi no, siete stati riforniti da qualcuno?

No, nessuno ci ha fornito armi e ne abbiamo ancora bisogno se non ci sarà un cessate al fuoco. Ne abbiamo bisogno perché altrimenti non abbiamo speranze di proteggere la gente.

Lunedì arriva un inviato dei ribelli in Italia, di cosa parlerà con il ministro degli Esteri?

Abbiamo mandato Ali Abdel Aziz per parlare con voi di diverse cose, ma gli argomenti si sapranno solo a Roma.

Giornalista di guerra e scrittrice

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