ARBAIYN – “Allah Akbar”, Dio è grande, il grido di battaglia nel deserto sulla prima linea del fronte copre il rumore dei jet della Nato che sorvola Brega. Hanno appena bombardato Sirte a qualche centinaia di chilometri e poi ripiegano a est dove i ragazzi della rivoluzione, gli shabab controllano la strada costiera, ad Arbaiyn, circa 40 km a est della petrolifera cittadina conquistata ieri di nuovo dai lealisti di Gheddafi dopo un combattimento costato la morte di almeno 8 rivoluzionari e il ferimento di 15 due notti fa.

Gli Shabab occupano la strada con i loro pick up su cui è montata la mitragliatrice e scrutano l’orizzonte. Si rosicchia strada, si avanza, ci si ferma, si aspetta, fino a quando arriva un razzo dall’altra parte, come di lì a poco, che scatena il panico. I feriti volano in autombulanza per 250 km perché la città prima Ajdabiya è deserta, abbandonata dai civili per paura che i soldati marcino verso di lei e impongano un altro assedio.

“Abbiamo diritto ad avere una democrazia”, ci dice Tareq, che prima della rivoluzione faceva il vigile del fuoco e ora imbraccia fucile per la prima volta come la maggior parte di loro. “Grazie Francia, grazie Obama”, dice un altro che si infervora quando sente parlare di Gheddafi.

E’ da cinque settimane che dura la rivoluzione e non sembra essere andata molto lontano, qualche chilometro che si conquista a suon di kalashnikov e razzi dalla parte degli shabab, dall’altra carro armati e missili che hanno bloccato la loro rapida avanzata.

“Abbiamo bisogno di aiuto, gli uomini del rais hanno armi pesanti, così non possiamo vincere”, ci dicono i giovani che tengono la strada in una sorta di grande posto di blocco poco prima che due razzi cadano sul ciglio.

Dopo l’intervento degli aerei della Nato, le armi sono il contenzioso del momento, ma anche se ottenessero un armamento che potesse contrastare l’equipaggiamento militare degli uomini di Gheddafi, non avrebbero l’addestramento per farlo. Non solo, se i soldati di Gheddafi si fermassero a Brega e tenessero la posizione, non sarebbe necessario un intervento della Nato e la situazione potrebbe rimanere in stallo a lungo, il tempo di negoziare, il tempo di cui ha bisogno Gheddafi per riuscire a rimettere il petrolio sul piatto della bilancia.

Su un’altura un ragazzo saluta con la sua mano fasciata, fa segno di vittoria, un altro zompetta su un piede ferito, qualcuno da ordine di controllare le strade a destra e sinistra di quella principale perché le truppe lealiste del rais potrebbero accerchiarli. “Non andate avanti, non andante, non sappiamo com’è la situazione, non sappiamo niente”, ci dice un signore più anziano che sta pulendo una mitragliatrice e sembra più esperto di altri. “Mushkile, mushkile”, problemi, problemi, mormora uno mentre mostra il suo kalashnikov, “questo non ci basta contro i carro armati”. E gli effetti si vedono subito, basta correre 250 km verso Bengasi, roccaforte dei ribelli, sede del governo provvisorio, dove all’ospedale “2002”, lucente e nuovo, sono stati trasportati i feriti.

Ziad Hassan ha il bacino spappolato dalle schegge, ma è cosciente. “E’ accaduto ieri”, ci dice nel suo letto coperto di tubicini poco prima di andare in sala operatoria. “Stavamo a cinque km da Brega quando è arrivato un missile anti aereo, che invece di venir inclinato verso l’altro come si fa di solito, è stato tirato ad alzo zero (dritto), ci ha preso in pieno, ci sono stati 8 morti e 15 feriti”, afferma dolorante mentre una dottoressa velata lo controlla, “Ma l’importante è che guarisca presto, perché appena mi rimetto in piedi devo tornare al fronte per aiutare gli altri ragazzi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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