BEN JAWAL – Non è stata presa. Sirte, la città di Gheddafi è ancora in mano agli uomini di Gheddafi e stanno combattendo per non perderla. L’avanzata dei ribelli dopo due giorni di corsa si è arresta bruscamente. I militari libici hanno circondato la cittadina di 120 mila abitanti che si affaccia sul mare specchiandosi dal deserto, cannoni puntati verso ovest dove avanzano con più cautela degli ultimi giorni i ribelli. Dentro, nella medina la gente se ne sta asserragliata nelle case, fuori i mezzi del rais si posizionano verso le entrate ovest e sud. Da est, invece, arrivano colonne di ribelli armate di tutto punto. I cannoneggiamenti e gli scontri sono ad una sessantina di chilometri di distanza, poco dopo Ben Jawad, un villaggetto nel nulla circondato dal niente se non qualche pascolo di dromedari.

“Noi siamo rimasti qui perché abbiamo solo armi leggere, tutti gli altri sono andati avanti”, ci racconta Kamal, un ragazzo di 31 anni che prima della rivoluzione lavorava in un negozio di giardinaggio. Lui è nell’ultimo punto più vicino al fronte. Fanno base in un piccolo ristorante lungo la strada con pesanti tavoli di marmo, mangiano panini e zuppa di fagioli, qualcuno distribuisce l’acqua mentre altri pregano nel piazzale circondati dai loro pick up con mitragliatrici e lanciarazzi pronti all’uso e scritte spry sulle porte con “Allah è grande”, e “Libia libera”.

Intorno è tutto chiuso, i residenti sono fuggiti, molti dei quali erano stranieri che lavoravano nelle raffinerie. La strada da Bengasi è costellata di piccole zone residenziali non lontano dai centri del petrolio dove vivevano solo quelli che ci lavoravano e ora non c’è più nessuno fuggiti quando ancori i tamburi di guerra si udivano a distanza.

Deserta anche la raffineria più grande del paese, quella di Ras Lanuf, moderno borghetto sovrastato da una moschea, riconquistato da un paio di giorni dai ribelli. L’approvvigionamento del gasolio è diventato indispensabile per questa rivoluzione dove le distanze sono lunghissime e mancano ancora 260 km a Sirte. Alla pompa di benzina della raffineria il petrolio gratis per tutti e appena si sparge la voce, una lunga colonna di macchine supera i cancelli dove all’orizzonte brucia una torre di petrolio. Non contenti dei distributori che singhiozzano petrolio, tra un litigio e qualche sparo, i ribelli aprono i tombini e come pescatori tuffano bastoni legati a bottigliette di plastica per riempire taniche di liquido verde. Non che di solito in Libia, il quarto paese produttore di petrolio al mondo e uno con la migliore qualità, la benzina sia cara: 80 centesimi per 10 litri. La rivolta fa rifornimento gratis nonostante pare non gli mancano i soldi, si dice che alcune nazioni straniere, come l’Arabia Saudita che non ama Gheddafi, l’Egitto e la Tunisia, promotori del cambiamento in corso nel nord Africa, la banca di Bengasi, roccaforte dei ribelli e sede del governo provvisorio, foraggino volentieri, così come i ribelli ricchi delle città vicine, e senza contare quel 1,4 miliardi di dollari che l’Inghilterra, produttrice della valuta libica, ha promesso di dare al nuovo esecutivo, autorità ormai riconosciuta anche dal Qatar che solo due giorni fa aveva annunciato accordi per la vendita del petrolio nella zona ovest.

“La gente di Sirte è con noi, aspetta solo il momento in cui entriamo”, ripete Kamal che ha visitato Roma, Milano e Parma, “Guardati intorno, Gheddafi qui non ha fatto niente, siamo il paese del petrolio e noi siamo poveri, lui ha tenuto tutto per sé e la sua famiglia. Chi stava con lui aveva una vita dignitosa ma chi lo criticava, chi chiedeva qualcosa veniva arrestato o ucciso. Sono stato in Italia, voi non avete la ricchezza del petrolio eppure quanto è bella”. Intorno a lui i suoi compagni stanchi dalla notte di festeggiamenti per la liberazione di Ras Lanuf si abbuffano senza neanche notare il rumore delle raffiche in lontananza. “Presto supereremo Sirte e forse saremo domani a Misurata”, dice un ragazzino in un inglese claudicante, ma quello che aspetta i ribelli è una dura battaglia se il nuovo comando della Nato cesserà di fargli da apripista.

Giornalista di guerra e scrittrice

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