Era la prima volta che incontravo Murad. Un ingegnere di cinquant’anni. Quando con gli occhi seri e il viso teso mi disse che era fuggito dalla Libia per mettere in salvo la sua famiglia, gli ho creduto. Così come gli ho creduto quando mi ha detto che sarebbe tornato subito nel suo paese per unirsi ai rivoluzionari, perché se il primo dovere di un uomo è proteggere chi ama, il secondo è lottare per il proprio paese. A volte capita che le domande che si fanno per lavoro, ti rimbalzino addosso e ti entrino dentro fino a diventare un piccolo tarlo. Chiedo a Murad cosa sia la Libia e lui mi parla del deserto, dell’ospitalità, dell’orgoglio di essere arabo, dell’arte e dei racconti di suo nonno. “Tu non lotteresti per il tuo paese?”. Le sua domanda è un macigno.  

24 ore prima dal nostro incontro,  un poliziotto all’aeroporto di Tunisi ha guardato il mio passaporto e sorridente, ha mormorato davanti a tutti: “Italia? Bunga Bunga”. Per un attimo mi sono vergognata.

Poi incontro Jawar, su una spiaggia, ha solo 23 anni, ha già rischiato di morire perché ha tentato di attraversare il Mediterraneo, ha visto una ventina dei suoi compagni affogare, lui è stato solo fortunato. Ma ci riproverà. Mi dice che per lui l’Italia è il paradiso. Il posto dove tutto è possibile. Quanto si sbaglia. Ma non sarò io a dirglielo. Torno a casa e continuo a chiedermi se lotterei per questo paese. In fondo cos’è l’Italia per noi che abbiamo meno di quarant’anni e rappresentiamo l’ultima generazione prima di quelli che non hanno mai voluto cedere il loro posto. L’Italia per noi è vecchia e maschilista. Immobile. Scadente. Poco funzionale. E’ un paese per vecchi che se lo possono permettere. Gli altri, quelli che sono solo persone normali, sono hcome noi, quella generazione che non comanda, produce poco, non conta nulla. E non perché non abbia i numeri, ma perché ha perso l’illusione di poter essere la differenza. Da noi non c’è la generazione che viene dopo e che sistema o peggiora quello che hanno fatto quelli prima.

Si festeggiano i centocinquant’anni dell’Unità di Italia e vedo un partito al governo che ripudia la Costituzione, mentre in Afghanistan i soldati muoiono per farla accettare ai talebani. Vedo persone che chiedono aiuto perché fanno la fame o sono perseguitati e noi chiudiamo loro le porte in faccia, i teatri chiudono e la scuola non insegna. Non ci sono abbastanza pediatri per i bambini, prima non c’erano neanche abbastanza bambini. Vedo donne che diventano importanti e mi fanno pena per come lo sono diventate. Vedo uomini che dovrebbero ispirarci e invece fanno venire voglia di scappare. No, non lotterei per questo paese. Non si merita il nostro sforzo. Non si merita quei ricercatori che restano, quegli insegnanti che continuano nonostante tutto, quelle donne che fanno tutto senza doversi svendere. Murad mi guarda e scuote la testa. “Amica mia, non torno in Libia per lottare per quello che il mio paese è diventato o per me. Noi non contiamo. La mia vita non sarà migliore. Potrei anche morire. Lottiamo oggi per quello che potremmo essere e per quelli che ci saranno domani”.  Improvvisamente ha senso. Forse anche l’Italia è nata così, da un’idea che respirava e a cui nessuno riusciva a credere, da un tarlo che si era insinuato e si aggrappava alle loro anime. (fondo per la rivista Respiro)

Giornalista di guerra e scrittrice

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