RAS AJDIR – Una lunga fila di donne africane strette ai loro bambini aspetta in coda di passare il confine, circondate da un tappeto d’immondizia che ricopre quella terra di nessuno che collega la Libia alla Tunisia. Sono esauste, silenziose, con i visi tirati e il passo pesante. Scappano dall’inferno e approdano in purgatorio. Hanno trascorso diversi giorni sotto il sole e passato notti avvolte da un inclemente freddo gelido, senza nulla da mangiare, al riparo solo da qualche coperta di fortuna. Intorno a loro uomini piegati dal peso delle valigie aspettano che la polizia libica faccia un cenno.

Dall’altra parte, verso la Tunisia, la polizia di frontiera cerca di mantenere l’ordine, di indirizzare quella marea umana che da una settimana scorre infinita verso i primi punti di accoglienza. Il poliziotto al cancello blu controlla il passaporto di ciascuno e poi con una pacca sulla spalla mormora un benvenuto che li fa entrare in un paese che ancora si sta riprendendo dai postumi di una rivoluzione difficile, anche se pacifica. Un altro cancello blu e si è a Ras Ajdir, ad almeno quaranta km dalla prima cittadina. Il confine ormai è una zona affollata, punteggiata di persone che offrono panini, acqua e cioccolata. Squadre di spazzini, si fanno largo per raccogliere tonnellate di pattumiera, mentre spuntano baracchini e improvvisati commercianti che cambiano soldi, vendono Sim card ai fuggitivi che brandiscono i telefonini per chiamare a casa.

“Ho portato la famiglia in salvo e ora torno a casa per unirmi alla mia gente. Per mio figlio di sette anni, Gheddafi è Dracula”, ci racconta Muftar, un ingegnere di 52 anni di tripoli che va avanti e indietro ogni volta indeciso da che parte rimanere. Racconta di militari ovunque, di lunghe file di stranieri che scappano, di città in mano ai ribelli e periferie circondate dalle milizie del Colonnello.

I tunisini invasi dagli arrivi soprattutto nelle città sembrano non aver avuto dubbi. “Accogliamo chiunque abbia bisogno, ma serve aiuto dalla comunità internazionale”, ci dice il responsabile regionale della Mezza Luna Rossa (la versione medio orientale della Croce Rossa). “Un aiuto specifico” è quello che ci tiene a sottolineare il capo dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, Firas Kayal, “abbiamo creato un programma di evacuazione e si chiede ai governi, di aiutarci a trovare aerei, navi mezzi di trasporto. Perché quella tunisina è un’emergenza transitoria”.

La maggior parte delle 85 mila persone che sono arrivate sono stranieri che lavoravano in Libia, tra cui orientali che ordinatamente aspettano di essere messi sui loro aerei, e soprattutto egiziani, che si sentono dimenticati dalle loro autorità e improvvisano manifestazioni di protesta al confine aggiungendo caos al caos. Gli ultimi ad arrivare, gli africani del Niger e del Ciad, temono invece di essere scambiati per i mercenari di Gheddafi.

“Queste persone vogliono tutte tornare a casa. Non vogliono restare qui”, sottolinea Kayal.  E mentre la comunità internazionale prende le sue decisioni, i tunisini montano tende bianche, già 10 mila piantate vicino a una base militare, che diverranno presto 20 mila, mentre gli altri sono stati sistemati in scuole, caserme, e molti ancora bivaccano per strada dopo essersi creati giacigli di fortuna con lenzuola e coperte. Mentre i rametti e cespugli raccolti nel deserto serviranno ad accendere i fuochi che daranno un po’ di calore. Molti si ammalano, “Fa molto freddo, la gente arriva disidrata, affamata, alcuni sono anziani”, spiega un volontario che accompagna la gente alle tende dove ci sono i presidi medici. Non ci sono ancora feriti, perché dicono i medici, le milizie pro Gheddafi non vogliono mostrarli.

“E’ difficile avere informazioni su quello che succede all’interno”, ci racconta Maurizio Campailla, di Medici Senza Frontiere, che per giorni ha lottato per riuscire a entrare e portare aiuto all’interno della Libia. Ma rispediti al mittente dalle autorità, è stato deciso che preparassero un punto psicologico per assistere le persone che hanno subito violenza, molti sono stati rapinati ai posti di blocco dai soldati, ma anche solo per gestire lo stress di questi giorni dove tutto quello che si ha, è chiuso in valigie di ecopelle o tessuto ormai distrutto. Ogni tanto, all’improvviso, giunge voce che i poliziotti libici sono scappati e che il confine sarebbe caduto. Frotte di giornalisti si precipitano all’entrata. E ogni volta arriva un paziente “Si, si, ci sono ancora”, di un agente tunisino, “è tutto tranquillo”, dice appena prima che arrivi l’eco di una raffica di mitra sparata in aria forse per contenere la folla. Intanto dall’altra parte, nella Tripolitania, la zona ovest della Libia, quella più fedele a Gheddafi, il regime regge e l’esodo continua.

Giornalista di guerra e scrittrice

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