ZARZIS – Muhammad Zair è scomparso in mare. Aveva solo 23 anni. La notte del 17 febbraio scorso accompagnava suo nipote Abdullah, 17 anni. Anche di lui non si sa più niente. Sono saliti su un barcone clandestino diretti a Lampedusa. Erano 140 le persone decise ad affrontare il mare per barattare una vita migliore. Molti di loro, invece, l’hanno persa.

La madre di Abdullah che è anche la sorella di Muhammad, stringe le foto dei due ragazzi, senza riuscire a darsi pace. “Mi appello alle autorità italiane di avvisarci se trovano il corpo di mio figlio o quello di mio fratello, vi prego perché non si può vivere senza sapere”, ci dice Munir in lacrime nel cortile di una casetta bianca con le finestre azzurre, non lontano dalla spiaggia. “La rivoluzione ha fatto sì che Muhammad perdesse il lavoro in un albergo, voleva tanto visitare l’Italia, trovare un lavoro come mio figlio”, racconta Hana mostrando la stanza del ragazzo: un letto, un televisore, qualche vestito e uno specchio, è tutto quello che resta di Abdullah.

 “Se tagliate la testa di ogni ragazzo tunisino, dentro ci trovate l’Italia. Tutti i giovani vogliono andare a Lampedusa. Quello che per voi era una volta l’America per noi è l’Italia.  E’ il paradiso”, ci racconta un tassista di Zarzis, una cittadina di mare, 110 mila abitanti, a 70 km dal confine da dove negli ultimi 10 giorni sono entrati migliaia di sfollati. Ma è più nota per essere uno dei punti di partenza delle barche clandestine che puntano verso l’Italia.

Davanti a lui si estende una spiaggia bianca con un mare tranquillo. Un ragazzo è restio a parlare ma quando comincia non riesce a fermarsi. Gli occhi di Jawar si riempiono di lacrime. “Voglio solo venire in Italia per lavorare, voglio una vita normale. Sono una persona perbene”. Jawar Gobba è un ragazzone di 23 anni dall’aspetto innocuo e dagli occhi dolci. Anche lui lo scorso 17 febbraio era sul barcone di Abdullah e Muhammad. Ha pagato 2000 dinari, 1400 euro, facendo una colletta tra i parenti e aggiungendoli ai soldi che aveva guadagnato facendo il pescatore (più o meno si guadagna 10 euro al giorno se non c’è maltempo) e si è comprato un posto per Lampedusa. “Ci hanno dato appuntamento alle 9 di sera, alle due di notte siamo partiti in 140”.

Per 19 nove ore non è successo niente, il timoniere ha pilotato la bagnarola di legno fino a quando all’orizzonte hanno visto arrivare un’imbarcazione più grande della polizia di frontiera tunisina. “E’ stato tutto veloce, ci sono venuti addosso e la nostra barca si è spezzata in due”.

Da quel momento i ricordi di Jawar si confondono con la sua lotta per sopravvivere e il dolore di aver visto i suoi compagni affogare. Il mare era piatto ma alcuni non sapevano nuotare, altri si sono aggrappati ai resti della barca, alcuni sono stati colti da malore per il freddo. Qualche ora dopo li ha soccorsi una nave militare tunisina. Hanno recuperato la maggior parte dei sopravvissuti e cinque cadaveri, mentre una ventina di persone erano state inghiottite dal mare.

Anche la tonnara che qualche giorno fa è approdata sulle coste dell’isola con 350 ragazzi è partita da qua. “Adesso partono anche con il mal tempo, perché ci sono meno controlli dopo la rivoluzione”, ci racconta Bishir, 30 anni che solo 10 giorni fa ha venduto la sua barca ai trafficanti di clandestini. D’allora fa da intermediario. Il metodo è semplice, le barche vengono acquistate dai pescatori che non riescono più a pagare le rate del mutuo, costano dai 40 ai 60 mila euro. (350mila  per la tonnara che ospita quasi 400 persone). Una barca di 12 metri porta 80 persone e il posto si vende a più o meno mille, mille e quattrocento euro. Il pilota guadagna sui 18 mila euro, e quando arriva a Lampedusa con i soldi già in tasca, perché si paga tutto prima, si finge clandestino e viene rimpatriato comodamente in aereo. La barca viene perduta, ma il guadagno è assicurato. 

“Ci si incontra nei caffè, c’è una sorta di mafia che organizza tutto, tu paghi e poi ti fanno sapere in quale punto della spiaggia ci si ritrova, se la barca è grande la si raggiunge con delle barchette di pescatori, altrimenti si parte direttamente sul barcone”, spiega Bashir. Ci vogliono dalle 17 alle 20 ore per raggiungere l’Italia a seconda della grandezza dell’imbarcazione e delle condizioni metereologiche.

Sulla spiaggia, mentre piega le reti sotto un sole accecante e un freddo tagliente, Jawar guarda verso l’orizzonte. “In quelle ore lunghissime, mentre vedevo ragazzi morire e io resistevo pensavo solo a pregare Dio che mi salvasse, ma se ora potessi, ripartirei di nuovo, perché ho bisogno di lavorare e qui non so cosa fare”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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