L’Espresso

Kabul, l’ultima speranza

di Barbara Schiavulli

La gente non vuole gli stranieri. E i Paesi dell’Occidente pensano al ritiro delle truppe. Viaggio nell’Afghanistan che ormai punta solo sul proprio esercito da Kabul

Nella provincia di Logar non è facile arrivare in sicurezza, bisogna contattare i leader tribali, affidarsi alla loro tradizionale ospitalità. È solo a una sessantina di chilometri da Kabul eppure si è in un altro mondo fatto di montagne, di valli, di oasi verdi dove sorgono villaggi di fango. Niente elettricità, acqua, scuole e ospedali. La gente siede su un tesoro, quello della più grande riserva al mondo di litio (fondamentale per le batterie dei cellulari), ma non se ne può far niente. Servono infrastrutture, strade asfaltate, investimenti. Serve tutto in un Paese ancora avvolto dalla guerra, dalla minaccia del fondamentalismo, dalla spirale della corruzione, dagli interessi geopolitici ed economici. L’anno scorso proprio a Logar i cinesi si sono assicurati lo sfruttamento di un’altra miniera ricca di rame, che è costata la poltrona all’ex ministro afghano delle miniere, Mohammad Ibrahin Adel, accusato di avere intascato una mazzetta da 30 milioni di dollari. Sembra un posto senza via di uscita anche perché la zona è infestata dai militanti del comandante talebano Haqqani, da quelli del Signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, tanto che i cinesi non sono ancora riusciti a fare molto. Sono sabbie mobili capaci di inghiottire chiunque.
"Per aprire un’attività", racconta Basharat Zakimi, espatriato afghano rientrato dopo la caduta del regime dei talebani, "ho dovuto ottenere duecento firme di vari impiegati pubblici, e centonovanta le ho dovute pagare". È andata addirittura peggio a Ramatullah, un imprenditore, che ha pensato di denunciare la corruzione e ha dovuto pagare una cinquantina di altri impiegati. "La burocrazia ci sta uccidendo", racconta Muhammad Lothari della valle di Musahi. "Uno dei grossi problemi sono le dispute territoriali: per un anno ho speso in "regali" circa 15 mila dollari tra tribunali, giudici e avvocati, senza venire a capo di niente. Poi ho scoperto che prendevano gli stessi soldi dalla controparte e allora mi sono rivolto ai talebani. In un’ora hanno emesso la sentenza, io ho vinto senza pagare nessuno e il mio rivale ha dovuto accettare per paura di avere a che fare con i militanti. So che non è giusto, ma almeno ora la diatriba è sedata".
Non c’è solo la provincia di Logar a testimoniare che l’Afghanistan sotto è un tesoro e sopra sprofonda nella miseria. Il rapporto di un istituto di ricerca geologico americano ha rivelato che nella provincia di Ghazni c’è uno dei giacimenti più preziosi dell’Afghanistan (oro, rame, litio): vale tre trilioni di dollari. Abbastanza da superare gli introiti della droga, abbastanza per trasformare questo Paese in uno dei più ricchi al mondo, abbastanza da poterlo condannare a diventare una seconda Sierra Leone se verrà lasciato in mano a investitori senza scrupoli e politici corrotti. "Si sapeva che quella regione aveva un tesoro sommerso, ma la notizia è stata fatta uscire soprattutto per convincere alcuni Paesi a non andarsene", dice un alto funzionario occidentale. Canada, Germania, Olanda pensano di ritirarsi dall’Afghanistan. Dopo nove anni, l’opinione pubblica di quelle nazioni è stanca di vedere pochi risultati e molte perdite e anzi la situazione peggiora se il mese scorso, con i suoi 103 morti tra i soldati della Nato, è stato il peggiore dall’inizio del conflitto. E luglio può finire con un bilancio ancora peggiore.
Gli stranieri prima o poi se ne andranno. Agli afghani tocca invece di rimanere per forza. Le persone normali, quelli che non hanno agganci con l’autorità, sono nauseate da chi li governa. Chi detesta la riconciliazione con i Signori della guerra che affollano il Parlamento e chi deplora l’accordo del presidente Hamid Karzai con i talebani. Che, tra l’altro, non sembrano affatto interessati. "Karzai è il nostro nemico. Non parleremo con lui fino a quando qui ci saranno soldati stranieri", afferma nella sua casa di Kabul l’ex ambasciatore telebano in Pakistan, il mullah Abdul Salam Zaif, reduce da quattro anni a Guantanamo.
Stranieri e locali sono accomunati da una speranza che si chiama esercito afghano. Buona parte della popolazione, a partire delle donne, 664 delle quali sono candidate alle elezioni parlamentari che si terranno il 18 settembre prossimo, vede con favore la nascente armata e la polizia. Lo stesso presidente Karzai, aprendo la Conferenza internazionale il 20 luglio scorso a Kabul alla presenza dei rappresentanti di 60 Paesi e dei vertici dell’Onu, ha fissato nel 2014 l’anno del passaggio definitivo delle consegne circa la gestione della sicurezza: la Nato, oltre quella data, resterebbe solo per offrire supporto logistico e militare. Ma al 2014 bisogna arrivare preparati. E sul campo si lavora. Il generale David Petraeus, capo delle forze Nato e americane, cerca di portare avanti da una parte la strategia militare fatta di un coinvolgimento attivo della popolazione e della caccia al talebani; dall’altra una politica dove la ricostruzione, lo sviluppo e il mantenimento della presenza delle istituzioni devono essere all’ordine del giorno. Gli americani vogliono andarsene, o almeno vogliono passare al livello successivo quello della presenza economica più che militare. Ma perché questo sia possibile le forze afghane devono poter essere in grado di mantenere stabile e sicuro il Paese da soli. Nel 2011 dovranno esserci più di 300 mila uomini tra militari e poliziotti. Ma quando saranno pronti? "È questione di anni, quattro o cinque", pronostica il generale Claudio Berto, comandante del contingente italiano che controlla la regione ovest. Esercito, carabinieri e Finanza, addestrano e poi assistono i militari afghani. "Quello che impareranno permetterà a loro di sopravvivere, perché finito con noi verranno mandati a combattere", racconta il colonnello Michele Facciorusso, un carabiniere che addestra la polizia ad Herat. Al poligono di tiro, alla prima lezione, gli afghani risultano incredibilmente portati. "Quasi tutti sanno come si usa un kalashnikov, il problema è insegnargli l’organizzazione, la pianificazione, la leadership, anche spiegargli che se devono stare fuori una settimana si devono portare da mangiare. E dobbiamo insegnargli a leggere e scrivere".
I poliziotti guadagnano 230 dollari al mese, fanno normale uso di droghe, che però non sono consentite al centro di addestramento, si ritrovano per la prima volta a dover capire cosa significa proteggere una nazione e non solo la propria fazione etnica. "All’inizio è come fare lezione ai bambini", confida il colonnello Stefano Izzo, finanziere veneziano. "Oltre a quello che insegniamo, come lavorare sulle frontiere e alla dogana, cerchiamo di creare una coscienza nazionale, uno spirito di corpo". E funziona. Il livello di efficienza dei militari (la polizia è ancora un po’ indietro) è cresciuto negli anni, e se la gente guarda ancora con sospetto i poliziotti che spesso hanno taglieggiato i civili perché avevano salari da fame, l’esercito gode di buona reputazione.
"L’idea è quella di metterli davanti, di dare alle operazioni un volto afghano, noi aiutiamo e basta", spiega il generale Berto comandante della brigata Taurinense. I militari italiani fanno scuola ai colleghi afghani dello stesso rango. "Prevale la politica dei piccoli passi. L’attività deve essere precisa, altrimenti si finisce in un labirinto senza fine. Sostituirci a loro sarebbe più facile, ma il lavoro del "mentoring" serve a far si che soprattutto gli alti vertici della polizia prendano le decisioni da soli", incalza il colonnello Claudio Cappello del Tuscania. Sono le loro ombre e, senza poter dare ordini, cercano di essere i loro consiglieri. "Noi aiutiamo a sviluppare le loro competenze e le loro capacità", afferma il colonnello Silvio Zagli, comandante di Omlt (Operational Mentoring Liason Team) e mentor del generale Zalandar Shah, che comanda il 207 corpo d’armata, circa seimila unità di stanza nella regione Ovest. "Le sfide dell’esercito afghano sono molte", dice il generale Zalander."Talebani, trafficanti di droga, criminali e affiliati ad Al Qaeda. Militarmente ci sentiamo forti, ma abbiamo ancora bisogno di aiuto dal punto di vista delle infrastrutture, dell’amministrazione. Se non ci fossero gli italiani, saremmo indietro di dieci anni e, se non ci fosse un esercito afghano, qui ci sarebbe la guerra civile".
Ogni soldato, per quante amicizie con gli stranieri si possano essere strette, auspica che prima o poi i contingenti occidentali se ne vadano, ma tutti sono consci di avere ancora bisogno di loro. Si combatte senza tregua in Afghanistan. "Proprio per rallentare la nascita dell’esercito afgano i talebani hanno intensificato i loro attacchi",dice il generale Mora, nel quartier generale della Nato a Kabul. Ogni giorno, leader talebani vengono uccisi o catturati, in certi momenti i militanti si ritrovano indeboliti dalla mancanza di una leadership, ma non toglie loro la capacità operativa di piazzare ordigni sulle strade sterrate: l’arma più micidiale che possiedono. Cronaca di un giorno qualunque, il sei luglio scorso: ci sono state operazioni nelle province di Ghazni, Helmand e Logar, che hanno portato all’arresto di un comandante talebano, l’uccisione di un altro, alla detenzione di una ventina di militanti, al sequestro di armi, kalashnikov, razzi e cinture esplosive. Contemporaneamente i talebani, hanno ucciso una decina di civili, lanciato proiettili di mortaio. Tre soldati americani sono caduti nella provincia di Kabul per un ordigno e un francese in quella di Kapisa.
"La cosa più importante per noi restano i civili", dice camminando tra i sassi della valle di Musahi, il colonnello Ahmadullah Uria, capo della polizia di una delle province più turbolente. La politica del predecessore di Petraeus, il generale McChrystal, è stata quella di limitare il più possibile i bombardamenti aerei e pare abbia dato i suoi frutti con 197 civili uccisi negli ultimi dodici mesi contro i 332 dei dodici precedenti. "Un anno fa la gente non si fidava di noi, ora è cambiato, ma questo fa reagire i militanti, la tattica è diversa, non vogliono scontri a fuoco, ma inondarci di ordigni. I talebani entrano dal Pakistan, minacciano la gente, occupano le loro case, li tassano, sono tanti e difficili da distinguere".
Nel villaggio di Mamunias, nella valle di Musahi, che ha appena subito un raid dove sono stati catturati alcuni militanti dagli uomini del colonnello Uria, un giovane con la barba dal perfetto taglio islamico, quando una donna alle spalle intrappolata sotto ad un burqa con dei pesanti sacchetti colmi di patate, si avvicina titubante, racconta dei problemi del villaggio, la povertà, la mancanza di elettricità e dell’acqua. E i talebani? "I talebani? Mai visto uno". n
 
 

Donne contro i talebani

Nel centro regionale di addestramento gestito dai carabinieri e dalla Finanza a Herat, si prepara la polizia e tra centinaia di uomini che si diplomano e poi vanno a lavorare nelle zone più calde del Paese, ci sono anche una ventina di ragazze, tutte sposate, che per due mesi studiano per ottenere il distintivo. Entrano la mattina verso 7.30 e, al contrario dei colleghi maschi che restano nella base per i successivi quattro mesi, la sera se ne tornano dalle loro famiglie che non accetterebbero mai una permanenza promiscua al campo. "Quando c’erano i talebani insegnavo alle ragazzine a leggere e scrivere. Rischiavo di essere uccisa per questo. Ma era il mio modo di ribellarmi alla schiavitù", racconta Nafisa, 30 anni. Per lei ora non è cambiato nulla, solo le circostanze. "Voglio fare
la poliziotta per proteggere le donne. Il problema sono gli uomini. Qualcuno deve difendere i nostri diritti, qualcuno deve esserci quando una donna ha bisogno di aiuto".
Secondo le Nazioni Unite, l’80 per cento delle donne subisce violenza domestica, lo stupro è considerato un disonore per la famiglia. I matrimoni sono combinati e non sempre hanno l’assenso della sposa, le figlie vengono vendute per saldare debiti. L’85 per cento delle ragazze non sa né leggere né scrivere. In Afghanistan c’è il più alto tasso di suicidio femminile al mondo. "Mi piace avere un’arma. Mi piace sapere che posso difendermi da sola. Voglio fare questo mestiere perché avrò un salario, ma anche per proteggere gli altri", spiega Mina 25 anni, e una storia di pianti per convincere i genitori a lasciarle fare la poliziotta: "Si sono arresi, come prima o poi dovrà arrendersi questo Paese perché noi esistiamo". I talebani minacciano le donne che lavorano, dalle maestre alle poliziotte, promettono di tagliare le loro teste e squartare i loro figli, ed è stata appena resa nota una lettera del mullah Omar ai comandanti talebani in cui li invita a catturare e uccidere anche le donne che aiutano gli stranieri. Ma alle poliziotte in erba non interessa, niente sembra spaventarle. "Paura di morire? Avrei più paura di vivere senza fare niente per il mio Paese", dice Fariha, 23 anni. B.S.

Giornalista di guerra e scrittrice

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