REPORTAGE

L’agonia di Haiti
di Barbara Schiavulli

Loukense non riesce neanche a dirlo. Parla solo della sua casa, di come è crollata come se fosse stata di carta, mentre lui era andato un momento al cancello. Ci mette un giorno e mezzo e una bottiglia di rum, a raccontare che il 12 gennaio scorso, quando il terremoto ha colpito Haiti, ha perso la sua bimba di tre anni. Non gli è rimasta neanche una foto, del suo angelo, che aveva chiamato Pucca, come il cartone animato giapponese che le piaceva tanto. Loukense ci metterà un’altra ora a dire che è morta anche sua moglie. Quando l’ha vista per l’ultima volta teneva Pucca in braccio, sono morte insieme in cucina. "Ogni notte sogno la mia bimba che dice ‘papà ti prego aiutami’. Cerco di non dormire per non vederla e mi chiedo perché Dio non ha fatto morire anche me".

Sono trascorsi quasi quattro mesi e Haiti è ancora sotto shock, piegata dal dolore dei sopravvissuti e dalle tonnellate di macerie che nessuno sembra riuscire a raccogliere anche se qua e là ci sono ruspe e tanti operai che si arrampicano sui resti dei palazzi e cercano ancora i corpi nei punti della città dove l’odore di morte impregna ogni cosa. La prigione distrutta, gli schedari dati alle fiamme, e migliaia di detenuti in libertà. Il manicomio crollato ha scaricato migliaia di disabili per le strade, uno è riuscito a trovare la famiglia e l’ha sterminata. Dieci giorni fa il primo temporale, la stagione delle piogge sta per esplodere e un milione e mezzo di sfollati deve trovare una sistemazione perché le tende non saranno in grado di contenere la forza delle alluvioni.

A 45 chilometri da Port au Prince, nel campo di Coraile Cesselesse, non sono state costruite neanche 400 case stabili, ma la gente viene costretta a rifugiarsi lontano dalla capitale trascinata a forza sui pullman. Il governo ha deciso di evacuare i campi più insicuri, ma la gente non vuole andarsene. "Se ci allontaniamo come faremo a trovare lavoro, a tenere d’occhio le nostre case, che ne sarà di noi?", chiede Paul mentre ringrazia un amico che gli presta dei vestiti. Ha perso la moglie e i genitori, sta nel campo Obama, gestito dagli haitiani in condizioni miserabili. "Non c’è più cibo, il mio bambino che ha perso una gamba ha fame, tutti abbiamo fame".

Il 31 marzo scorso, le Nazioni Unite, la Banca mondiale e decine di paesi donatori hanno stanziato 5,3 miliardi di dollari per i prossimi due anni e altri 5 per i successivi otto: Haiti non è mai stata così ricca. E così disorganizzata. Nessuno si fida di mettere i soldi in mano al governo che è stato dimezzato dal sisma e resta comunque uno dei più corrotti al mondo. Il Parlamento si riunisce in tenda ai piedi del palazzo presidenziale distrutto. Centinaia di organizzazioni umanitarie sgomitano per aiutare la gente, ma un vero piano di intervento non c’è. Forse perché le Nazioni Unite hanno perso 200 persone il giorno del terremoto, forse perché il Paese non sa da che parte cominciare. Non sa neanche dove creare i nuovi campi con le case prefabbricate. Il Duch relief group, Cordaid (organizzazione olandese), sta per finire 150 abitazioni con le pareti di tela e gli infissi di legno, più di una tenda ma meno di una casa. "Sono troppo lenti, così ci vorranno dieci anni", si lamenta una signora che aspetta fiduciosa di trovare il proprio nome nella lista di coloro che accederanno al villaggio. Ma il problema, oltre alla presenza di macerie che impediscono la ricostruzione e il risanamento delle case ancora in piedi, è la guerra per la terra. Molti haitiani vivevano in affitto e i padroni di case e terre non vogliono in alcun modo prestare i loro beni per paura che le costruzioni provvisorie diventino permanenti, non sarebbe la prima volta in un Paese quasi tutto abusivo. I proprietari di case, scuole e terreni, dove sorgono le tendopoli, stanno sfrattando gli ospiti. E per questo nella capitale non sono state edificate più di una decina di case provvisorie. "Sono dispiaciuto che dopo settimane e settimane di sforzi, non abbiamo ancora un posto per costruire", spiega il portavoce della Croce Rossa, Alex Winter. Gli ingegneri passano il loro tempo a cercare di identificare i luoghi dove innalzare le gru . "Se non fai le cose come si deve, si possono creare scontri", dice Alex Coissac, dell’Organizzazione internazionale per la Migrazione.

Tra gli haitiani la tensione sale di giorno in giorno. "Dopo il trauma iniziale, la seconda fase riguarda la rabbia", spiega uno psicologo. Qualche giorno fa la gente è scesa in piazza, ha messo a ferro e fuoco il mercato centrale. Si contano a decine le manifestazioni spontanee contro il governo, le Nazioni Unite e l’America. Progressi non se ne vedono. Gli haitiani devono ancora attaccarsi alle tubature per rubare acqua spesso non potabile, devono vagare tra i mercati per raccogliere gli scarti, perché il costo del cibo è raddoppiato mentre la benzina che prima del terremoto costava 5 dollari al gallone (4 litri), ora ne costa dieci. I bambini sguazzano nel fango, con le loro stampelle e gli arti fasciati, le donne lavano nei secchi di plastica alle porte delle bidonville, gli uomini ciondolano in attesa che qualcosa accada. Si urina per la strada lungo i muri, mentre aumentano gli stupri e i rapimenti degli stranieri. Sono almeno due gli operatori di Medici senza frontiere catturati e poi rilasciati. Spuntano anche compagnie di sicurezza straniere, perché la polizia non ha ordini, e i militari dell’Onu non hanno il mandato giusto.

Gli haitiani hanno paura, il presidente René Préval ha annunciato una scossa imminente anche più forte, nessuno vuole tornare nelle case che sono rimaste in piedi, anche se il governo cerca di cacciarli dalle tende. "Ci costringono a vivere come animali, il governo non ci aiuta nonostante i miliardi, solo quelli delle organizzazioni umanitarie ci portano vestiti e da mangiare", dice Aklush Louijeune, parlamentare dell’opposizione. Le organizzazioni cristiane spopolano insieme a quelle non governative, tra le bidonville, nei quartieri si sentono i canti dei fedeli arrivati soprattutto dagli Stati Uniti. "Non resta che pregare", dice un reverendo che accompagna una ventina di anziani giunti a portare assistenza religiosa ad Haiti. La Caritas ha già speso 14 milioni di euro e provveduto a sistemare 100 mila persone. Ma niente sembra bastare. Il tifo si sta diffondendo nel quartiere devastato di Cité Soleil, una volta regno dei trafficanti. "Il presidente ha già rimandato le elezioni parlamentari, ma quello che fa infuriare la gente è che sta cercando di estendere il suo mandato e nessuno lo vuole", afferma Louijeune. La politica appassiona gli haitiani che ascoltano Radio Caribbean (trasmette da una tenda davanti al vecchio ufficio distrutto). "Rivogliamo il nostro esercito", urla Padovan Iknoll, ex sergente, congedato 16 anni fa quando il dittatore Aristide cancellò l’apparato militare per paura di un colpo di Stato. Al loro posto ci sono 10 mila soldati dell’Onu, poco amati e molto armati, sui loro mezzi blindati con le mitragliatrici ben in vista, che nessuno sa cosa facciano oltre a sorvegliare le merci che arrivano e proteggere il presidente.

Qualcuno si riversa in spiaggia e guarda il mare. "Per noi è quella l’unica soluzione, andarcene, questa isola è maledetta", dicono in coro. Al largo spiccano due lussuose navi da crociera, Love Boat le chiamano gli haitiani, che ospitano gli operatori delle Nazioni Unite. La Ola Esmeralda (la cui proprietà viene ricondotta al presidente venezuelano Chávez) e la Sea Voyager costano all’Onu 112 mila dollari al giorno. "Bisogna stare bene per poter aiutare gli altri", ha dichiarato Edmond Mulet, capo del contingente di peacekeeping (Minustah), "è come quando cadono le maschere di ossigeno in aereo, devi prima indossarla per poter dare poi una mano al tuo vicino".

"Oltre ai bisogni primari e alla corruzione, manca la programmazione", spiega Phil Hudson, direttore di Cure International: "Ci sono problemi strutturali che nessuno prende in considerazione. Per esempio, prima del terremoto l’assistenza sanitaria veniva pagata dagli haitiani e pochi infatti avevano accesso alle cure mediche (10 per cento). Ora è tutto gratis, i medici stranieri lavorano con i colleghi locali che però non hanno uno stipendio. Nessuno ha pensato a come pagare i dipendenti degli ospedali locali. Quando se ne andranno le ong che accadrà ad Haiti? Si può pensare di non curare più la gente o di pretendere soldi dai 300 mila feriti, la maggior parte donne e bambini con arti amputati?". La verità per Hudson, è che 300 mila persone sono morte per il terremoto e molte altre moriranno per la povertà e la negligenza.

Intanto la vita si impone. I bambini nascono nelle tende e negli ospedali, i ragazzini tornano a scuola, anche solo perché sanno che avranno un pasto gratis. Bernadette e Louis invece si sposano, lei ha perso i genitori, lui i fratelli, ma hanno deciso di non aspettare. "La vita è così breve e se devo morire", dice Bernadette nel suo abito bianco, "voglio farlo come moglie di Louis, non mi resta altro che il nostro amore".

Giornalista di guerra e scrittrice

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