Barbara Schiavulli per Il Fatto 

 

Sultan Munadi, a metà dello scorso settembre è stato l’ultimo giornalista afghano ucciso nel paese. Era stato sequestrato insieme al collega del New York Times. Dopo qualche giorno, un blitz dei militari inglesi hanno salvato Steven Farrell e lasciato a terra Munadi. Pochi giorni prima, lungo il confine pakistano Janullah Hashmzada, 40 anni di ritorno da un reportage nel turbolento sud, è stato freddato dai talebani. Solo di recente, invece, è stato rilasciato da una prigione afghana dopo 20 mesi e una condanna a morte commutata all’ergastolo Perwiz Kambakhash, un giovane studente di giornalismo accusato di blasfemia per aver diffuso un articolo che parlava della condizione delle donne nell’Islam. “Spiegare come funzionano i media in Afghanistan? Non è affatto semplice. Un po’ come questo paese, variegato, appassionato, orgoglioso, senza regole e spesso pericoloso”, ci spiega Danish Karokhel, il direttore della più seguita agenzia stampa afghana Pajwok. In Afghanistan sono registrate più o meno 300 testate giornalistiche, tra i quali una quindicina di quotidiani, almeno 15 stazioni televisive, centinaia di stazioni radio provate, così come sette agenzie stampa. Spesso in lingua dari o pashtun.

“E’ senza dubbio un panorama variegato, di sicuro Karzai ha permesso un certo pluralismo, ma dopo il regime dei talebani, dove il ministro degli Interni si vantava di non aver mai letto un articolo in vita sua, in otto anni è molto difficile riuscire ad avere un sistema di informazione efficiente, senza contare che c’è un conflitto in corso”.

Karokhel è stato uno dei tre o quattro giornalisti locali a continuare a lavorare durante il regno dei talebani, in realtà i talebani passavano i comunicati e loro erano costretti a pubblicare solo quello. “Tutta la nostra fatica si concentrava nel tentativo di portare fuori dal paese qualche notizia, quando i talebani lo scoprivano venivano a cercarci, io stesso sono stato incarcerato tre volte”. Ora è tutto cambiato ma non troppo. Si può parlare di tutto, tranne di alcuni argomenti particolarmente sensibili come l’Islam, si può criticare chiunque, eccetto alcuni personaggi potenti che non sempre sono al potere ma ci sono vicino come i trafficanti o i Signori della Guerra. Si può andare ovunque, ma senza pestare i piedi ai Talebani raccontando come si vive nel sud.

“Paradossalmente non c’è nessun problema a parlare con un portavoce dei talebani per avere una dichiarazione, molto più facile che contattare quello del presidente Karzai, ma se vuoi andare da loro e vedere come vivono, rischi l’osso del collo”, ci racconta Shukria Barakhzai, una parlamentare, ex giornalista che ci rivela quasi con emozione che si candiderà alle prossime elezioni presidenziali. “I giornalisti lavorano da soli, se sono in pericolo nessuno li aiuta, il governo non li protegge, la libertà di stampa è ancora sentita come un optional non come un diritto”, afferma Danish, che dirige 133 giornalisti, molti dei quali donne e molti sparpagliati nelle province afghane. Diverse volte i suoi uffici hanno subito perquisizione anche perché coprendo tutti i fronti, sono in contatto anche con la militanza. Durante il sequestro del giornalista Mastrogiacomo, la registrazione vocale diffusa dai talebani, è stata portata da loro.

Ma non è tutto nero il panorama giornalistico afghano. “Queste elezioni sono state per noi un esempio di giornalismo quasi buono”, spiega Danish, “abbiamo seguito la campagna, abbiamo potuto avvicinare i candidati, ci sono stati dibattiti televisivi, abbiamo offerto un servizio alla gente, abbiamo seguito, non avviene spesso. I Giornali, le televisioni e le radio, appartengono a privati, in genere persone che si creano il proprio spazio per poter parlare e controllare il potere della stampa. Gli afghani sono ignoranti, non le sanno queste cose, solo il 28 per cento della popolazione sa leggere e scrivere, ma molti hanno la tv e tutti la radio. Un buon giornalismo non dovrebbe essere mai legato al potere o ai politici, ma qui siamo ancora molto indietro”.

Non ci sono scritte davanti alla radio che dirige Zalmai Ahmadi, è stata creata dall’organizzazione governativa USAID, “spesso è meglio non dare troppo nell’occhio quando fai informazione, ma noi ci divertiamo, abbiamo diversi programmi settimanali ma quelli più seguiti sono quelli politici, organizziamo tavole rotonde, con parlamentari, giornalisti ed esperti che devono discutere di un argomento e finisce sempre che litigano, ma poi si tranquillizzano. L’argomento di questa settimana è il discorso di Obama sulla corruzione. Un argomento che appassiona la gente”. 30 giornalisti, 20 programmi, che vanno all’educazione dei ragazzi, ai diritti delle donne. “Il mondo femminile è un argomento spinoso, la tradizione regna sovrana, in alcune aree quelle pashtun gli uomini trattano le donne come cose e le donne non sanno di avere dei diritti”.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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