Di Barbara Schiavulli (Il Fatto)
 

Una mina piazzata sulla strada, tra le montagne rocciose e le vallate deserte, a una ventina di chilometri da Shindand nell’ovest del paese, dove è di stanza il contingente italiano, è l’incubo dei militari schierati in Afghanistan. Non si sa ancora se è stata la pressione del mezzo in pattuglia ad azionare l’ordigno o un comando a distanza, ma l’esplosione ha squarciato l’alba.

Quattro soldati della Folgore, feriti solo leggermente, perché il Lince, il mezzo corazzato che gli altri contingenti invidiano agli italiani, ha assorbito il colpo. Scomodo, ferroso, pesante è una tana di salvezza. L’uomo, il rallista, che sta alla mitragliatrice con mezzo busto fuori, è quello che rischia di più perché è meno protetto, “So che è rischioso, ma è anche un lavoro di responsabilità, vediamo quello che ci accade intorno”, ci disse risoluto qualche settimana prima di morire nell’attentato del settembre scorso a Kabul, il mitragliere della Folgore Giandomenico Pistonami.  

A questo pericolo sempre più reale, stanno pensando di porre rimedio con delle paratie cercando di montare sui nuovi mezzi che, prima o poi, arriveranno. Intanto per ora, alla base di Herat si respira un clima di sollievo, negli ultimi giorni i talebani avevano lanciato minacce, proprio agli italiani che presidiano la provincia. “Il lince è il mezzo più sicuro”, ci aveva garantito il generale paracadutista Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore di Isaf fino a qualche giorno fa, quando è cominciato il rientro della Brigata. Ora per gli italiani con più o meno 3150 soldati presenti è un momento di passaggio di consegne. La Brigata Sassari si sta posizionando, raccoglie il testimone di una guerra ogni giorno più difficile, di una fiducia sempre più precaria tra la gente e i militari, anche oggi gli afghani nel sud sono scesi in piazza per protestare contro un raid americano in cui sarebbero morti nove civili. Intanto anche a Kabul i soldati italiani fanno i bagagli, Camp Invicta che per anni ha ospitato una parte del contingente italiano sulla Jalabad Road, è stata consegnata ai turchi, l’avamposto nella valle di Musahi, un fortino di sabbia e tavole di legno, è stato solo da qualche settimana restituito agli afghani. Nel quartier generale della Nato è arrivato il Generale Mora, in questo momento il grado più alto italiano in Afghanistan, mentre a camp Egger, la base americana a qualche chilometro di distanza, conosciuta come “Bronx”, per essere una base difficile, è posizionato il generale dei Carabinieri Burgio che dovrebbe occuparsi dell’addestramento della polizia, una missione che non è stata ancora pienamente avviata. E con il contingente della Folgore che se ne va tra i saluti dei compagni delle altre nazioni e l’emozione di rivedere presto i propri cari, partono anche quei 400 che erano arrivati per seguire le lunghe elezioni afghane: “Fra cinque giorni comincia il rientro dall’Afghanistan dei 400 militari che avevamo inviato solo per il periodo elettorale. Esauritosi, come da programma, rientrano”, ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

A fine mese la Folgore sarà a tutta a casa, mentre tra i vicoli del quartier generale si attende la nuova strategia del presidente Obama, e soprattutto, il responso sul numero dei soldati americani ed eventualmente della Nato che potrebbero arrivare in più. “L’Afghanistan si lascia sempre con un po’ di tristezza, questa gente merita una vita migliore -, ci dice un militare che ha ormai finito di preparare i bagagli –  abbiamo fatto del nostro meglio, qui lasciamo sei morti e abbiamo portato a casa non pochi feriti. Ma è bello tornare, rivedere le nostre mogli e i propri figli in carne e ossa e non solo su Skype o al telefono, in quelle conversazioni brevi in cui si riesce a dire solo che si sta bene e di non preoccuparsi”.

Il futuro del contingente, dunque, si sposta ad Herat, dove comanda il generale Veltri che ha assunto la responsabilità del Regional Command West,  molti pensando che il lavoro verrà intensificato nella zona di Farah dove ci sono anche gli americani, una zona al confine con l’Iran e con le province del sud afghano dove quotidianamente si combatte, spesso ripiegando nella zona di Farah dove i militanti cercando di riorganizzarsi tra gole e montagne. La Sassari che si prepara a un inverno rigido come ogni anno in Afghanistan, ma che assicura una moderazione negli attacchi ha schierato ad Herat tre suoi reggimenti (il 151/, il 152/o e il 5/o Genio), sostenuti da bersaglieri e i carri della Brigata Garibaldi. Ma non sono i militari, gli arrivi veramente attesi alla base di Herat, ma quattro caccia Amx, partiti due giorni fa dalla base di Istrana (a Treviso), che avranno gli stessi compiti di ricognizione dei quattro veivoli predator già in uso.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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