E’ mattina presto quando l’incubo di tutti i soldati in Afghanistan si avvera: un ordigno piazzato sulla strada, forse azionato da lontano, forse innescato dalla pressione del mezzo di pattuglia, esplode. Il Lince regge, il veicolo più amato in Afghanistan, assorbe il colpo. Quattro soldati della Folgore feriti leggermente, vengono subito soccorsi a una ventina di chilometri da Shindand, nell’ovest roccioso. Dall’altra parte, a Kabul, a centinaia di chilometri di distanza, un messaggino telefonico avverte gli stranieri di stare lontano dal Ministero della Difesa: ci sarebbe un camion bomba che gira. Ogni giorno arrivano avvisi di posti che potrebbero essere attaccati. Gli afghani ne sono ignari. Massoud si sistema la mascherina sul volto e attraversa la strada. Intorno a lui nelle vie trafficate e polverose della capitale, i volti degli uomini spariscono dietro al verdolino delle maschere mediche. La psicosi dell’influenza ha contagiato gli afghani, supera la guerra, attraversa le case, fa tenere le scuole chiuse, per “almeno tre settimane”, dicono le autorità, rinvia riunioni e conferenze anche importanti, spazza via i posti di blocco perché i poliziotti stanno a casa ai primi sintomi del raffreddore. Otto morti paralizzano il paese, più di settecento casi accertati, tra i quali un terzo tra i soldati stranieri, spesso accusati di essere stati proprio loro a importare la malattia. Il primo malato, il luglio scorso, un soldato americano. Le donne intrappolate nei burqa pensano di essere protette, ma i medici afghani garantiscono che non è così.

“Dai talebani ci si può difendere, si può fuggire, si può combattere, ma da questa influenza non c’è speranza di salvarsi in Afghanistan”, dice Massoud che nel 2004 mentre stava nel suo ufficio non lontano da un ministero quando un kamikaze si fece esplodere. Lui è stato colpito da un frammento volante, un pezzo di muro, in piena faccia. “E’ stato come se una montagna mi fosse caduta addosso. D’allora la situazione non è altro che peggiorata, per questo speravo che le elezioni facessero la differenza che qualcosa cambiasse”. Massoud non è particolarmente istruito, fa  lavoretti di giornata con il fratello che lo aiuta a mantenere la famiglia. Ha votato Abdullah Abdullah, l’ex ministro degli Esteri alle presidenziali del 20 agosto scorso, candidato che poi ha rinunciato al ballottaggio regalando la vittoria a Karzai e dichiarando illegittimo il governo che si formerà, un esecutivo che nutre molte aspettative, forse più per gli occidentali che per gli afghani che ormai guardano alle istituzioni storcendo il naso. “Sono talmente corrotti, pensano solo a loro stessi”, racconta Hamid, un ragazzo che vende ricariche telefoniche lungo la strada, circondato da bambini senza casa che si gettano sulle auto per vendere qualche pacchetto di fazzolettini o per racimolare qualche soldo con quadretti di carta igienica. “La corruzione per gli afghani è uno dei problemi principali del paese, poi viene la sicurezza e la droga”, ci spiega Zalmai Ahmadi, il vicedirettore della Salman Watandar, una radio afghana che realizza un programma politico dove esperti, giornalisti e parlamentari discutono sugli argomenti del momento. E la corruzione lo è. Potrebbe essere il tallone di Achille del vittorioso Karzai che deve accontentare gli americani che chiedono fatti prima di lanciare la nuova strategia: “Indagini, arresti e processi” ha detto Obama, ma anche sistemare tutti quelli con i quali ha stretto discutibili alleanze per vincere le elezioni: i Signori della Guerra, trafficanti, capi tribali. “Sappiamo che Karzai è corrotto ma è il nostro uomo”, ha commentato il ministro degli Esteri francese. Intanto il famigerato generale Dostum, che ha regalato i voti dell’etnia azara a Karzai è arrivato, dopo un anno di esilio, ogni tanto spezzato, in Turchia per batter cassa. “Diventerà il capo della polizia”, ci dice un diplomatico straniero, anche se le organizzazioni umanitarie lo descrivono come un personaggio che rientra tra i profili dei criminali di guerra. “Probabilmente come mezzo parlamento”, dice sorridendo Ahmadi. L’Afghanistan è un gioco di fili che si annodano e ogni tanto si sciolgono, l’ultimo quella delle Nazioni Unite, che dopo l’attacco di qualche giorno fa dove sono morti sei impiegati stranieri, hanno deciso di ridimensionare la loro presenza. Centinaia, forse seicento su 1300 stanno facendo i bagagli per lasciare il paese per qualche settimana. “Ci hanno fatto lasciare le nostre case per concentrarci in alcuni posti protetti in attesa di sapere che faremo – ci racconta Sigfrido Romeo, un agronomo che lavora per l’Onu – Il mio lavoro non è di quelli definibili di emergenza, non do da mangiare alla gente o li aiuto nel bisogno immediato, ma mi occupo di sviluppo, faccio ricerche sull’acqua e l’idea di andarcene, di non esserci per alcune scadenze, non è facile”. Uno sgambetto al futuro, lo stesso che gli afghani non riescono ad immaginare.

Giornalista di guerra e scrittrice

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