Da Kabul

“Almeno queste elezioni sono finite”, così gli afghani accettano la rielezione di Karzai tra le strade trafficate e polverose di Kabul. “Sapevamo che avrebbe vinto lui, è il più conosciuto e il più ricco,  Abdullah può sempre riprovarci tra cinque anni”. Difficile, oggi, incontrare qualcuno che non abbia votato Karzai. E lui, dopo la rinuncia al ballottaggio del rivale Abdullah ritiratosi da uno scontro politico destinato a fallire, si offre al mondo in tutto il suo sfarzo, dimenticando i brogli commessi dai suoi uomini e promettendo di cambiare le cose, quasi non fosse stato lui a governare il paese negli ultimi otto anni.

Mani tese, dunque, ai rivali politici in vista del prossimo esecutivo e ai talebani, almeno quelli moderati con i quali vorrebbe negoziare. Intanto dall’altra parte della città Abdullah prepara una conferenza stampa prevista per oggi. Tutti a Kabul, soprattutto tra la comunità internazionale, si chiedono cosa farà, l’uomo che ha fatto un passo indietro, ma che sembra essere deciso non allearsi con Karzai. L’ex ministro degli Esteri potrebbe decidere di non riconoscere la vittoria di Karzai, visto che ha urlato al broglio fin dal primo turno di elezioni del 20 agosto scorso, e motivo per il quale si è ritirato da questo secondo. Un rifiuto dei risultati potrebbe provocare disordini in tutto il paese e Abdullah è troppo vicino alla diplomazia internazionale per poter voler perdere il suo favore.

“Sradicherò la corruzione”, dice Karzai che davanti a se ha delle grandi sfide, come mantenere tutto le promesse che ha fatto agli afghani durante la campagna elettorale. Impegni difficili da mantenere ma che non poteva non prendere. Gli americani che si congratulano per la sua vittoria tiepidamente con una telefonata del presidente Obama, vogliono fatti prima di mandare altre migliaia di uomini come chiedono i generali della Nato e annunciare la nuova strategia. Karzai deve dimostrare di avere il controllo delle istituzioni e il nuovo esecutivo, meglio se fatto di tecnocrati che di Signori della Guerra, può dargli la possibilità di cambiare la sua politica non abbastanza forte da contenere la corruzione endemica che ha contagiato ogni settore.

“Non cambierà niente. Questo è l’Afghanistan, fino a che ci saranno le truppe straniere, nessun altro conta”, dice Ajmad, un negoziante del centro non lontano dalla Guest House attaccata qualche giorno fa dai talebani che hanno ucciso sei impiegati delle Nazioni Unite. La zona è presidiata, un po’ come tutta la città. Anche perché, i talebani cantano vittoria e sono pronti ad attaccare ancora, nonostante il voto che volevano sabotare sia stato cancellato: “E’ sorprendente che coloro che sostenevano che la marionetta Hamid Karzai era coinvolta in massicce e inaccettabili frodi, l’abbiamo ora eletto presidente sulla base di quegli stessi voti fraudolenti". Minacce anche agli italiani di stanza ad Herat, “Siamo in grado di resistere al nemico in ogni angolo della provincia e di infliggere enormi perdite ai militari stranieri e alle forze di sicurezza locali”, assicura il capo talebano Abdul Manan Niyazi, 40 anni, che mette in guardia le "tiranniche forze armate italiane”. Parole che sono state intercettate dalla Nafa Foundation, un’organizzazione americana che monitora le reti del terrorismo, su un sito web legato ai talebani.

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “Abdullah si ritira

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