Ognuno di loro ha una storia da raccontare. Chi è sopravvissuto a un ordigno esploso lungo la strada. Chi ha partecipato a un combattimento. Chi ha trascorso mesi a pianificare ed organizzare operazioni in una delle roccaforti dei talebani. Molti vengono da Farah, quel luogo sempre più inaccessibile dove i gruppi di insorti avanzano dal sud. Gli altri vengono dalla capitale, qualcuno dopo quasi un anno di lavoro ininterrotto, qualcun altro che corre a casa per esserci alla ormai imminente nascita del primo figlio. Solo storie di uomini. Storie di vita, perché tornano tutti d’un pezzo, perché molti, anche se amano e credono in quello che fanno, sanno che non sempre le cose vanno bene.

Si può essere contrari o favorevoli a quello che i soldati fanno in Afghanistan. Non ha importanza in questo momento. Si tratta di educazione e dignità. Sono persone che lavorano per lo Stato e il minimo che potrebbe fare è avere rispetto per loro. La sensazione è che queste persone vengano rispettate solo quando restano secche o si feriscono gravemente.  

E non riguarda solo la sicurezza, le torrette intorno agli uomini in ralla, o gli elicotteri con i cannoncini. Si tratta del minimo indispensabile per far sentire accudito e rispettato chi ha trascorso mesi in avamposti assolati, impregnati di polvere, con i fucili puntati e gli occhi sempre sulla strada nella speranza di vedere un ordigno prima che esplodi sotto il proprio mezzo.

Un caso per tutti, quello del ritorno a casa. “Sarà la terza o quarta volta che mi ritrovo in questa situazione”, dice sconfortata più di una persona. Non voglio crederci che succeda spesso e che nessuno abbia mai fatto niente. Invece è cosi’, annuiscono senza speranza.

L’incontro per la partenza da Kabul è all’aeroporto militare alle ore 9 del mattino. Dopo qualche ora, un militare dell’aeronautica avvisa che il volo che deve arrivare da Abu Dhabi non è neanche partito per nebbia. Bisogna aspettare.

E chi c’è, non sa che sarà una delle giornate più lunghe trascorse in Afghanistan in Afghanistan. Sul volo c’è la moglie dell’ambasciatore, sta di fatto che alla fine arriva. Imbarca. E alle 17.40 parte. Il piano è quello di arrivare ad Abu Dhabi, e prendere una coincidenza Alitalia (affittata apposta per i militari) per Fiumicino.

Quando si arriva, un militare dell’aereonautica, con fare gentile, ma senza tanti scrupoli, avverte che ormai è troppo tardi, che per legge i l’equipaggio alitalia deve riposare 12 ore e il volo dell’ambasciatrice era durato di più perché non riuscivano ad atterrare per nebbia (il C130 da Dubai ci è riuscito senza difficoltà). Avevano dovuto riparare in un aeroporto a 40 minuti di volo.

Intanto arriva un altro volo da Herat, i due gruppi si uniscono in un piazzale, 70 persone, ci sono almeno 40 gradi umidi, nonostante il sole sia già tramontato. Sono le 22 e ci avvisano che il volo successivo sarà alle 11.30 del mattino dopo.

Gli occhi strabuzzano, i miei escono completamente dalle orbite, sono più di 12 ore. A disposizione due bagni (per 70 persone), già sporchi e senza carta, quando arriviamo (per sbaglio sono andata in quello dei maschi), una stanza con l’aria condizionata dove sembra di stare al polo nord, uno spiazzo. Sedie tutte con i braccioli di plastica, qualche tavolino, una macchina di caffè e delle bottigliette d’acqua.

70 persone ammassate come animali. I militari italiani che si occupano dell’aeroporto in ridicoli pantaloni corti, ci dicono che nessuno può uscire.

Io per prima, che sono una civile, ma molti altri sarebbero disposti a pagarsi l’albergo, visto che ci sono tante ore. Invece siamo prigionieri. Forza 45, l’elité della Folgore si ritrova per terra circondata dalla propria stanchezza e dalla tensione di quattro mesi di lavoro.

“Sono soldati, si sanno adattare”, mormora qualcuno a cui riferisco quello che sta accadendo. Capisco che si debbano adattare quando stanno in missione, quando stanno lavorando, ma non quando hanno finito. Penso solo che andrebbero trattati meglio, anche se sono forti e duri, e comunque ci sono anche io, e non lo sono.

Mi ritrovo seduta a chiacchierare tutta la notte con persone che mi guardano come se avessi la malaria, solo perché sono una giornalista. Mondi a parte.  

Il tempo non passa mai, poi verso le 7 del mattino il sole sale e il caldo diventa infernale. Le divise, di un tessuto quasi indefinibile che sembra plastica, si impregnano di sudore mentre si aprono dei cartoni e per la terza volta ci si accorge che all’aereoporto di Al Bateen si mangiano solo banane e tramezzini.

Sono molto più calmi di me. Io sono arrabbiata. Per loro e per me. Alla fine quasi con arroganza spunta il volo dell’Alitalia. A mezzogiorno saliamo investiti dall’aria condizionata che scende in condensa sopra ai finestrini. Ci sistemiamo. Partiamo. Dopo una fermata a Cipro per un rifornimento, arriviamo a Roma. I volti si distendono, si chiamano madri e mogli, si pensa ai prossimi giorni. Si aspettano i bagagli che per un’ora non arrivano. Il mio non arriverà mai e neanche quello di un tenente. Non ci posso credere. La mia valigia rosa shocking. I miei libri.

Andiamo all’assistenza Alitalia, una signorina dallo sguardo completamente assente, ci dice che non può fare niente. Non ci hanno dato le carte d’imbarco, e neanche la ricevuta dei bagagli. “Come dimostrare che io ero su quell’aereo?”. Sono troppo stanca. Ma avrei ancora la forza per prenderla a morsi. Per l’Alitalia non ho volato, per Al Bateen la mia valigia è stata caricata sull’aereo. Il risultato è che tutti se ne sono già andati e io resto da sola a Fiumicino con due militari del transito che non sanno come aiutarmi. Stato Maggiore si attiva, ma scopriamo solo che dipende dall’Alitalia che non prende neanche la mia denuncia, perché non esisto. Né io, né il tenente.

Un viaggio infernale e vergognoso. Dall’inizio alla fine. “Scrivilo, scrivilo tu, che puoi farlo, ma tanto non cambia niente”, mi dicono alcuni soldati.

ps. La valigia è stata ritrovata sulla pista a Roma da un militare. Era caduta e nessuno si era preso la briga di raccoglierla. Ottimo lavoro Alitalia! 

Giornalista di guerra e scrittrice

5 Comment on “Un viaggio infernale

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