L’Epresso 
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Di Barbara schiavulli 

Si intensificano gli attacchi talebani ai nostri soldati in vista del voto di agosto.
Ma il nostro governo si spacca e la missione resta senza gli aiuti promessi

L’adrenalina scorre mentre i gesti si ripetono rapidi, meccanici, professionali. I soldati chiudono col velcro i giubbotti anti-proiettile intorno al petto, stringono il più possibile per farlo aderire al corpo, sistemano l’elmetto, inforcano gli occhiali da sole, nascondono la bocca in un foulard per ripararsi dalla polvere. C’è un caldo che toglie il respiro nell’ennesimo giorno da cani dell’estate afgana. E loro, i militari della Folgore, che da tre mesi hanno sostituito gli alpini, vanno incontro a un lavoro di pattuglia diventato un appuntamento in cui si sfida la morte da quando gli attacchi dei talebani si sono intensificati. Quasi in silenzio montano sui mezzi, stringendo il fucile tra le mani mentre le porte della base si spalancano al loro passaggio. Possono essere il bersaglio di un colpo di mortaio o di un cecchino, l’obiettivo di un kamikaze, soprattutto possono saltare su un ordigno rudimentale nascosto sotto il terreno. Ipocrisia vuole che si continui a chiamarla ‘missione di pace’, ma in Afghanistan quelle che accompagnano alle elezioni del 20 agosto sono le settimane più cruente in sette anni di guerra e si combatte quasi ovunque.

"Quando si esce dalla base la paura si mette da parte. Quando ci attaccano rispondiamo, quando colpiscono la polizia o l’esercito afgano noi accorriamo. Ci sono state diverse imboscate negli ultimi tempi e abbiamo sempre fatto fuoco". Il maresciallo Marco Marcano, 33 anni, di Carraro in provincia di Lecce, è uno specialista del tiro, comandante di pattuglia e di una squadra che si occupa dei mortai, armi con proietti da 60 a 120 millimetri che possono arrivare a una distanza di 13 chilometri. "Gli insorti devono essere veloci perché se loro sparano con un rpg, noi rispondiamo e un colpo di mortaio interessa un’area di 850 metri quadrati". Marcano frequenta la valle di Musahi, a qualche decina di chilometri da Kabul, dove c’è un avamposto italiano: "Quando attaccano una nostra pattuglia, non pensi proprio a niente, solo che là fuori ci sono i tuoi uomini che hanno bisogno di aiuto".

I soldati italiani in Afghanistan sono aumentati di numero anche in vista delle elezioni. Sono 3.200, gli ultimi 500, arrivati di rinforzo, probabilmente resteranno. "Non c’è stato un cambio di tattica, è la situazione che ti porta a fare dei cambiamenti. Pensare che si possa avere una nuova e radicale strategia, come se fosse l’uovo di Colombo, è un po’ ingenuo", dice senza mezzi termini il generale Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore della missione Isaf: "Gli obiettivi non cambiano per noi: sicurezza, sviluppo che si traduce nella costruzione di strutture per la popolazione e la ‘governance’ con il controllo del territorio da parte delle istituzioni locali. Si va sempre nella stessa direzione". Anche se gli ostacoli aumentano. Nella provincia di Herat sono raddoppiati gli attacchi contro i soldati italiani rispetto agli stessi mesi del 2008: 134 finora a luglio contro i 68 del 2008, 135 a giugno contro i 64 dell’anno prima e si prevede un picco di 170 per agosto. "Un incremento era previsto, questo è il periodo dell’anno dove la militanza è più attiva", spiega il generale, "ma è sbagliato pensare che questo accada solo a noi. Gli attacchi ci sono in tutto il Paese". Da gennaio i caduti sono stati 49 solo per gli americani. Due gli italiani, l’ultimo, un paio di settimane fa, il caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, un paracadutista della Folgore ucciso da un ordigno piazzato lungo la strada a Farah, mentre si trovava nel famoso Lince, il mezzo che dovrebbe proteggere da tutto. "Il Lince è il mezzo più sicuro che abbiamo, nonostante questo la protezione e la sicurezza dei mezzi è un problema reale, ma non si tratta solo di quello, non esiste una protezione totale in guerra, più noi ci proteggiamo, più chi ci affronta trova sistemi nuovi per colpirci. I militanti vogliono ucciderci e questo è anche uno scontro di volontà e intelligenza", afferma Bertolini che ricorda anche la necessità di un addestramento maggiore: "L’esperienza non si improvvisa e questa bisogna impararla in patria. Per fare il soldato ci vogliono risorse, investimenti da poter bruciare quando siamo impegnati all’estero".

Il primo caporalmaggiore Giandomenico Pistonami, come il collega di Di Lisio deceduto il 14 luglio scorso, è un mitragliere, quello che sta in ralla, il più esposto perché sbuca con il corpo fuori dal Lince. "Esco tutti i giorni, faccio da scorta a materiali e persone", racconta Pistonami, 26 anni di Lubriano (Viterbo): "Il mio è il ruolo più importante della pattuglia, ho più campo visivo e uditivo, con un gesto posso fermare le macchine che passano". Un lavoro pericoloso, di concentrazione e tensione che lascia poco spazio alle emozioni. "Purtroppo la mia famiglia guarda i telegiornali", aggiunge con un sorriso, "ma sono tranquilli quando mi sentono tranquillo, per fortuna ci sono Internet e il telefono". Il posto che occupa Pistonami qualcuno lo chiama ‘sedile della morte’ e spiega che ormai molti mezzi militari di altri contingenti tengono il militare dentro al blindato con un sistema di comando per pilotare la mitragliatrice fuori.

Per quanto riguarda i nostri, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, pensa di aggiungere una protezione, una sorta di torretta. Il ministro ha anche promesso l’invio, già approvato da un decreto, di due nuovi Tornado, che si aggiungeranno ai due parcheggiati a Mazar-i- Sharif, non appena sarà pronta la pista dell’aeroporto di Herat, sulla cui data di apertura non ci sono tempi certi. I Tornado italiani, come quelli tedeschi, per ora vengono usati come ricognitori, ma il governo non nega la possibilità di aggiungere cannoncini, trasformandoli in mezzi che possono sostenere azioni di combattimento. Ma tutti questi accorgimenti per rendere più sicura la missione arriveranno fuori tempo massimo, comunque dopo il periodo fatale che coincide con la campagna elettorale. Così, mentre in Italia il governo si spacca sulla questione cruciale se rimanere o meno in Afghanistan e la Lega, Bossi in testa, mostra tutto il suo scetticismo, qui i soldati affrontano la loro guerra quotidiana senza nemmeno il conforto di avere alle spalle un esecutivo concorde circa l’utilità del loro impegno. I piani futuri per i nostri sono già stati delineati: tutte le truppe saranno concentrate nel settore ovest, dove avrebbero già dovuto essere, se non fosse che la scadenza del voto ha indotto a rimandare il ridispiegamento.

Il generale Bertolini non ha dubbi: "Dall’Afghanistan non si può ancora andare via. Intanto facciamo parte dell’alleanza Nato e abbiamo degli obblighi verso i paesi amici e questo sarebbe già sufficiente, ma poi penso che se non ci fossero i nostri contingenti, la popolazione vivrebbe peggio senza nessuna protezione. Questo Paese non deve essere abbandonato. L’Afghanistan non significa solo talebani, ma anche persone perbene, basta un fucile per creare un signore della guerra, e noi, verso chi vuole vivere in pace, abbiamo preso un impegno, anche morale".

Un impegno che costa, ma che chi si trova sul terreno, vuole mantenere pur fra qualche dubbio. "Comando una squadra che esce per controllare il percorso prima che passi la pattuglia", spiega il maresciallo Sebastiano Russo, un ventottenne siciliano di Termini Imerese, comandante guastatore dello stesso reggimento di Di Lisio, che per mestiere cerca esplosivi lungo le strade. Un lavoro difficile in un Afghanistan sterrato dove chiunque può fare un buco e nascondere un ordigno rudimentale più arduo da individuare di uno sofisticato: "Si controlla la strada, si notano i cambiamenti, spesso è la gente stessa che ci chiama e ci segnala dove sta la bomba. Molti ci trovano simpatici. È vero, negli ultimi tempi sono stati piazzati più ordigni. È un lavoro rischioso, ma è quello che abbiamo scelto di fare. Non si pensa che si potrebbe morire, ma solo a come far sì che questo non accada".

Il comandante di pattuglia Marcano è un po’ più amaro: "A volte ho la sensazione che le persone che curiamo di giorno, magari nei nostri ambulatori, poi la sera imbraccino il fucile contro di noi, forse mi sbaglio e di sicuro noi continueremo ad aiutarli. Cosa mi fa restare qui? Ho una bimba di due anni e ricordo tutte le medicine, le visite che faceva mia moglie quando l’aspettavamo. Qui i bambini sono spesso abbandonati, muoiono di malattie che da noi sono impensabili come la diarrea. Sono i loro occhi a tenermi qui".

L’arrivo dei soldati italiani a ovest permetterà di aumentare le pattuglie nella zona di Shindad a sud di Herat, una delle roccaforti dei talebani e dove si appoggia anche una base aerea americana destinata a tenere d’occhio il confine con l’Iran. E poi anche a Farah, altro luogo dove i talebani riparano fuggendo dagli scontri al sud. Ad Herat si costituirà anche un battaglione dell’Aeronautica con tre elicotteri che si aggiungeranno ad altri 13 già operativi. In arrivo anche un Predator, che si unirà ad altri due. Gli americani, dal canto loro, hanno preso due decisioni strategiche: non rivelare più il numero dei talebani uccisi e irrobustire la forza multinazionale con un commando di Berretti Verdi colombiani, addestrati per la guerra ai narcos e considerati i militari più addestrati e feroci al mondo.

Serviranno i rinforzi per stabilizzare il Paese? No, senza un’azione diplomatica. Con i talebani moderati il dialogo esiste e potrebbe portare pure a una tregua. Ma per i duri, come i militanti del mullah Omar, la guerra finirà solo quando le truppe straniere avranno abbandonato l’Afghanistan. n

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “TRAPPOLA AFGHANISTAN

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