Il sorriso vivace si illumina ogni volta che parla con i compagni. Con un dito infastidisce una ciocca di capelli, mentre l’altra mano stringe un blocco traboccante di appunti. La zeppa delle scarpe è troppo alta per le strade ripide di Cortona, ma finge di non fare fatica.

"Le veline sono una cosa inutile", commenta lapidaria. Intorno a lei le teste ben pettinate di altre ragazze annuiscono con forza. Vestiti e accessori alla moda e una bellezza giovane che deve ancora esplodere: tutto di loro è ancora vago. Quest’anno affronteranno l’ultimo anno delle superiori, il periodo forse più confuso ed eccitante della loro vita. Dovranno scegliere come proseguire i loro studi, definire per la prima volta il loro futuro e questo li spaventa.

Un po’ spaventati sono tutti i primi 112 studenti, dei 500 selezionati, che si sono riuniti a Cortona per un seminario di orientamento organizzato dalla Scuola Normale di Pisa. Non sono ragazzi come gli altri. C’è qualcosa che li unisce e li rende diversi. Sono i migliori studenti d’Italia. Sono l’eccellenza. Sono il futuro di un Paese che non investe sulla cultura e sull’istruzione. Sono l’errore di un Paese che, voltandogli le spalle, lascerà i suoi cervelli partire per un’altra nazione golosa di nuovi ricercatori.

Solo uno di loro ha la media del 10, il massimo dei voti in ogni materia. Gli altri si contendono i decimali del nove. Da ormai tre decenni la Normale chiede ai presidi di tutta Italia di segnalare i loro migliori studenti. Poi ne vengono scelti 500, sulle 2 mila richieste che arrivano, e frequentano tutti una settimana, in cinque diverse città d’Italia, dove vengono sottoposti a serrate lezioni universitarie delle materie più varie, da storia dell’arte antica ad anatomo-patologia, tenute da docenti che arrivano da ogni parte d’Italia per aiutarli su quello che dovranno scegliere.

Questi ragazzi sono talmente bravi in tutto che non sanno proprio che cosa vorrebbero diventare. Qualcuno riesce a distinguere tra studi umanistici o scientifici, ma in coro, con gli occhi sognanti, ti dicono che non è facile. Non è facile anche perché non sanno quello che li aspetta, schiacciati dalla condanna alla precarietà che ha investito le ultime generazioni.

Valeria Visco, 17 anni, proviene da un liceo scientifico di Salerno. È indecisa tra ingegneria genetica o nucleare. Ci pensa un po’ prima di ammettere che quello che vuole "è scoprire qualcosa che aiuti lo sviluppo tecnologico dell’umanità". Accanto a lei la coetanea Serena Andreoli. Viene da un istituto tecnico di Penne, in provincia di Pescara: "Penso che vorrei fare ingegneria meccanica", dice come se ci avesse pensato a lungo in questi giorni.

La terza compagna, Alessia Casamassa, di un liceo scientifico di Roma, si butterà sulle biotecnologie. Niente spettacolo, niente tv? Non è studiando che si raggiunge il successo. Alzano le spalle: "Sappiamo che essere brave non è un merito in questo momento. E io sono preoccupata per quello che mi aspetta", ammette Alessia: "Non vorrei andare all’estero, vorrei essere una possibilità per questo Paese".

Valeria incalza: "Ci si sente demoralizzati, ci si sente soli, ci si sente inguaiati. Ma essere qui per noi è importante: per una volta, lo studio, la fatica, vengono ricompensati. È una bella sensazione di normalità, perché quelli intorno a noi sono tutti bravi. Non ci sentiamo diversi".

In corridoio le conversazioni non sono certo sui programmi televisivi, "Hai letto l’ultimo libro di…", e gli autori si sprecano, soprattutto i filosofi, ospiti scomodi tra le classi di un liceo, compagni solitari di giovani appassionati che qui possono tirare il fiato perché nessuno si sorprende dei gusti culturali degli altri. Uno spaccato d’Italia che spesso resta nascosto, una piccola fetta di futuro che si distingue. Forse non saranno la classe dirigente tra un paio di generazioni, ma in un Paese dove studiare non garantisce sempre un lavoro, saranno quelli che forse ci regaleranno qualche innovazione.

Secondo uno studio di Bankitalia, nel Sud uno studente su quattro non prosegue gli studi oltre la terza media, un dato superiore alla media nazionale che si ferma poco sotto il 20 per cento, con un Nord-ovest al 18, un Nord-est al 15 e un Centro Italia al 13. Al contrario, il 60 per cento di chi prosegue rischia di interrompere gli studi proprio all’università. Dato incoraggiante è che il 15 per cento degli italiani tra i 25 ed i 34 anni ha una laurea, il doppio rispetto a quelli che oggi hanno dai 55 ai 64 anni. E il 71 per cento di coloro che hanno ottenuto la maturità si iscrive a un ateneo.

Alla Normale interessa che un gruppo di studenti di assoluto valore indirizzi al meglio le proprie energie. Anche per questo nelle lezioni ci sono materie che non si insegnano all’università pisana. Il corso è per tutti, solo una piccolissima percentuale di loro finirà alla Normale, ma sono sicuri che nessuno di loro abbandonerà gli studi.

"Questo è un Paese difficile per la carriera intellettuale, non si investe nell’università e nella ricerca. Lo sapete che il G8 dell’Istruzione è l’unico che non si farà?", chiede con amarezza il professore di astrofisica Mario Vietri. I professori concordano: i ragazzi negli ultimi decenni sono cambiati, una volta erano più preparati, arrivavano a Cortona da soli, ora i genitori sono più protettivi, alcuni di loro li seguono perfino in albergo per vegliare sui loro ‘pulcini’ che invece hanno solo voglia di studiare e magari di rilassarsi la sera con una sigaretta che a casa non hanno ancora ammesso di fumare. Di sicuro lo stereotipo di secchione è cambiato: niente testa infossata nelle spalle né occhiali spessi. Sono bravi anche perché non sono diversi dagli altri. O meglio: lo sono da tutti quelli che non credono che per avere un futuro non serva un lavoro duro. Le scorciatoie sembrano incapaci di prenderle.

"Tutto quello che vogliamo è essere felici", dice Alessia, "studiare ci viene facile, ma ci sono anche altre cose nella vita: la musica, il ballo. Soprattutto per noi ragazze, i maschi qui stanno fissi sui libri". È l’età in cui le ragazze hanno una marcia in più e, per una volta, anche gli stranieri di seconda generazione. Albanesi, brasiliani, francesi, colombiani. Chi pensa che l’immigrato non sia una risorsa intellettuale, qui sbaglia. Chi pensa che il Sud sia depresso e che il Nord sia migliore, sbaglia ancora. Ci sono anche religioni diverse, musulmani ed ebrei, una giovane ragazza mangia solo kosher, mentre altri avvisano: "Niente carne di maiale". Ma gli interessi sono gli stessi per tutti, e gli sguardi di più d’uno si illuminano quando il professore di storia di filosofia antica Giuseppe Cambiano parla di Aristotele e di Platone. Qualcun altro chiede di ripetere la lezione di matematica persa per seguire un altro corso.

Emre Yurdakul viene da Istanbul, frequenta il liceo scientifico, ha 18 anni e vuole fare l’architetto. Ezio Jara Ziron ha 16 anni e viene da San Paolo del Brasile, un immigrato al contrario, mamma italiana, papà paraguayano, da 11 anni fa ginnastica artistica. "Mi manca un anno per fare una scelta determinante per la mia vita e questo un po’ mi spaventa, ma tutto sommato essere giovani ci permette di vivere di rendita", dice scherzando, ma non troppo. La condanna alla precarietà non risparmia nessuno, è come un’ombra che accompagna le loro vite. Se ne sta appollaiata sui loro sogni e incombe.

"Mi sento italiana, francese e inglese allo stesso modo", spiega Alexandra Iannarelli, studentessa della scuola francese di Roma, mamma tour leader, papà imprenditore, ha già visitato delle università inglesi: "Credo che punterò su chimica o su matematica, ma vorrei lavorare per un’azienda. Non in Italia, perché l’eccellenza non va e perché non è un Paese aperto sul mondo".

In Italia circa 40 mila studenti decidono ogni anno di andare a studiare all’estero. Il 4 per cento di loro poi non torna qui a lavorare, visto che fuori gli stipendi sono superiori di almeno il 30 per cento. Senza contare che ci sono più possibilità (il 34 per cento in più) all’estero per i neodottori che hanno poco mercato, come quelli provenienti dalle facoltà umanistiche, seguiti dagli economisti (28 per cento), dai laureati in materie giuridico sociali (19 per cento) e dai gettonati ingegneri .

A proposito di aziende, il corso di orientamento offerto a 500 studenti viene allargato anche agli altri 1.500 che non sono stati scelti: ci ha pensato Telecom, principale sponsor della manifestazione, che in videoconferenza raggiunge gli studenti rimasti a casa. "Ci interessa partecipare ai piani di sviluppo che possono contribuire a preparare i giovani che si affacceranno sul mondo del lavoro", spiega Carlo Fornaro, direttore delle Relazioni esterne Telecom: "Ci fa piacere essere in contatto con giovani di talento. Uno dei nostri obiettivi è tornare a essere un posto ambito per i giovani, considerando anche che in questo momento le aziende sono in contrazione per la crisi". Ma prima o poi torneranno ad assumere.

Essere cittadini del domani non significa solo avere un lavoro, su questo professori e studenti concordano. "È vero, siamo bravi, ma i risultati scolastici dicono poco su chi siamo e della nostra vita", dice Jacopo Domenicucci, 16 anni, del liceo francese di Roma. La lezione di Ezio Mauro, il direttore di ‘Repubblica’, li spiazza. Chiede a loro di scegliere: una lezione sul giornalismo o una su quello che sta succedendo nella politica italiana, il caso del premier e della loro coetanea Noemi.

Scelgono la seconda opzione, di quella che diventerà una lezione di democrazia e libertà di stampa. Alla semplicità dei fatti, i ragazzi sgranano gli occhi e scrosciano applausi. Pochi sanno. I ragazzi scoprono il mondo attraverso Internet più che leggendo i giornali. Ma quando conoscono, si indignano: "Perché il premier non risponde alla domande di ‘Repubblica’?", borbotta qualcuno. "Perché non si sente niente di questa storia sui telegiornali?", si chiede qualcun altro. "Che cosa possiamo fare noi per rendere questo posto migliore?", si chiedono in molti, seduti sulle poltroncine rosse dentro a un caldo asfissiante.

A Cortona piovono domande, tanto sulla matematica quanto sulla vita. E sul tipo di donne e uomini che possono diventare. Ma se per la fisica esistono professori con le risposte, per tutto il resto dovranno cercare da soli.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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