(ECO)

Il cellulare non squilla. Una voce femminile mormora delle parole prima in farsi e poi in inglese. Avvisa che il telefono non è raggiungibile, di riprovare più tardi. La preoccupazione sale. Saida è un’amica iraniana, che vive in un quartiere centrale di Teheran. Il telefono di casa squilla. Se risponde la madre sono guai perché non parla inglese. E’una signora anziana molto gentile, che imbastisce banchetti di riso, ceci e verdure e come qualsiasi donna mediterranea ti dice in persiano fino allo sfinimento “mangia, mangia, non fare complimenti”.

Dopo una decina di squilli la voce suadente di Saida risponde e si accende quando sente che qualcuno le chiede come sta. “Amica mia, forse ne sai tu più di me, di quello che sta accadendo. Qui non funziona niente. I cellulari sono spesso bloccati. Internet pure. I giovani sono in piazza. Non si vedeva niente del genere dai tempi della rivoluzione. I basigi, (le milizie della Guardia della Rivoluzione), seguono e picchiano tutti quelli che incontrano. I giornalisti stranieri sono stati cacciati, quelli locali arrestati, una ragazza è morta e non vogliono fare i suoi funerali per non aumentare la protesta. Eppure monta, sapessi, i giovani sono decisi, non li ho mai visti così. E’ come se il punto di non ritorno fosse stato sfiorato”.

Ma tu come stai? Dimmi di te? “Sono triste. Una parte di me vorrebbe scendere in piazza e unirsi a quel manipolo di ragazzi che tentano di cambiare il nostro paese. Un’altra parte di me si vergogna, perché ha paura. Paura di quello che ci circonda, di farmi male, di far soffrire mia madre. Sono una persona normale. Non sono coraggiosa. Ho paura di finire in galera solo perché conosco tanti occidentali. E non so neanche se voglio che tutto cambi, perché ho paura che possa essere peggio”. Saida sospira in quell’Iran spezzato che la circonda, da una parte un presidente che dice di aver vinto, dall’altra la società civile di Teheran che è scesa in piazza. Tutti dicono di aver votato per il contendente Mir Hussein Mousavi, urlano “brogli” e ricevono botte.

Le guardie, i soldati, la polizia mostrano il pugno di ferro, dicono che non si fermeranno fino a quando non avranno sedato la rivolta. Riusciranno a bloccarli? “Probabilmente sì. Lo hanno sempre fatto. Con morti, arresti, sparizioni. Sai bene che quando giravamo per strada insieme, dal nulla spuntava un ragazzino che ti urlava di chiuderti il cappotto lungo fino alle ginocchia per non mostrare i pantaloni. Qualcuno mi ha detto che i volontari del presidente Ahmadinejad girano tra la folla con i coltelli e feriscono le persone. Sono ragazzi, si vestono normale, non si possono riconoscere”.

Saida ama l’Iran, ha studiato arte e in città conosce la storia di ogni angolo. Piccoli tesori imprigionati da imponenti palazzoni ingrigiti dallo smog. Come gli iraniani prigionieri di un potere che non li rappresenta più. Non rappresenta i giovani. Non le donne che lavorano e studiano.

Nella protesta le donne si sono tolte il velo e piegate dal dolore dopo una manganellata, mostrano i jeans. “Per voi è niente, per noi è già una rivoluzione”. Il gruppo le rende forti. Ma lo sono sempre state dentro le case, nei labirinti dei loro palazzi, lontano dagli occhi conservatori di chi comanda. Dove si discute. Dove gli artisti creano, ma non mostrano, dove i giovani sognano e poi si perdono. Ma ora sono fuori, hanno scardinato le porte e portato la loro voglio di libertà nelle strade senza traffico. “Te la immagini Teheran senza macchine?”. Per fare qualche chilometro ci voleva anche un’ora, magari due. Teheran è il traffico. Amica mia, non so se quello che sta accadendo cambierà questo paese. Ma ti assicuro che noi, dopo tutto questo, non saremo più gli stessi”.   

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “DRIN DRIN DA TEHERAN

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