L’Espresso numero 3 del 22-01-2009 pagina 74

MONDO
La spia amica di Reagan e Bin Ladencolloquio con Amir Sultan Tarar
di Barbara Schiavulli
«Eccomi qua, un terrorista doc…». Amir Sultan Tarar, nome di battaglia Colonnello Imam, affonda in una vecchia poltrona con i suoi 64 anni ben portati
e soprattutto vissuti, una lunga barba bianca e tanto carisma da riempire la stanza. «Gli americani pensano che stia con il mullah Omar ad addestrare i militanti. Sono così vecchio che avrei solo da imparare da quei ragazzetti esperti di computer», dice ridendo. Il colonnello è un agente dei servizi segreti pachistani (Isi) in pensione. Per anni ha addestrato i combattenti afghani, dai mujaheddin come
Massud, che diventerà il venerato
capo dell’Alleanza del Nord
a Hekmatyar, temuto signore della guerra che ancora controlla
il nord-est dell’Afghanistan. Ha conosciuto Bin Laden ed è amico dei talebani, che lo chiamano
"il Padrino". Li ha addestrati, finanziati e fornito armi. Lui, invece, ha studiato a Fort Bragg, negli Stati Uniti, dove si preparano le forze speciali americane.
Qualche settimana fa, il governo pachistano ha concesso
agli americani che i nomi di due generali dell’Isi siano presentati alle Nazioni Unite per dichiararli terroristi. Il colonnello Imam
sarà il prossimo. «È facile prendersela con i vecchi, ma un tempo facevamo comodo». Nel suo salotto, circondato da armi automatiche e coltelli appesi al muro come trofei di caccia, c’è
un mattone del muro di Berlino donato con dedica dal presidente Ronald Reagan: «Al colonnello Imam per il suo aiuto a
infliggere il primo colpo». Contro i comunisti. «Anni ’70: la missione era segretissima, dovevo addestrare una trentina di profughi afghani, non sapevo neanche chi fossero, ne erano a conoscenza solo il premier Benazir Bhutto, il capo dei servizi e forse qualcuno della Cia. Per un mese e mezzo ho insegnato dalle tecniche d’insorgenza all’uso di esplosivi. Non c’erano le armi e i mezzi sofisticati di oggi, ma gli afghani hanno la guerra nel sangue».
Da allora il comandante e i suoi uomini, hanno addestrato 95 mila combattenti in sei basi, tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad voleva contenere l’influenza russa, così come l’America. «La Bhutto aveva in casa migliaia di profughi fuggiti dall’invasione russa e
li trasformò in opposizione». Nel ’77, con la cacciata della Bhutto dal Paese, il programma venne chiuso, poi riaperto durante
il mandato di Reagan. Nell’83,
il colonnello Imam divenne capo istruttore fino al 1994; poi venne mandato a Herat in Afghanistan con la copertura di console generale. «Il mullah Omar aveva buone intenzioni. I primi talebani non erano più di 40 pashtun.
In un Afghanistan martoriato
dalla guerra civile, riempivano un vuoto e nel giro di poco tempo sono diventati migliaia». Se il colonnello ammira i talebani di una volta, detesta quelli
di oggi. «Uccidono innocenti, non combattono per il Paese,
sono ipocriti, sono criminali, ma sono forti. Gli americani hanno sconfitto i russi facendo lottare gli afgani. Adesso spendono miliardi di dollari e perdono uomini. Non servono altri soldati, devono cambiare strategia. Ma sono duri a capire». Errore
degli Stati Uniti è stato
nel 2001 attaccare l’Afghanistan. «Gli afghani non amavano
i talebani perché interpretavano l’Islam troppo
alla lettera e poco nello spirito,
se ne sarebbero liberati se non fossero arrivati gli americani.
Ogni volta che cade una
bomba americana nascono nuovi militanti». E cosa fare? «Gli americani dovrebbero imparare a distinguere i buoni dai cattivi.
Ora non possono andarsene, se
si ritirano, c’è sempre qualcuno pronto a riempire il vuoto». Chi? «La Cina, magari». Il colonnello ha incontrato Bin Laden diverse volte. «Nel 2002 era già molto malato, ma gli americani non ammetteranno mai la sua morte fino a che fa comodo pensare che sia vivo. Ma è ora della preghiera, vieni in moschea così vedi che non siamo dei fanatici. I veri musulmani non lo sono». Dieci minuti di preghiera nella moschea di fronte a casa e conclude:
«Il nuovo presidente Usa mi piace. Spero che determini una svolta. L’America trabocca di contraddizioni, ma ammetto che resta una grande democrazia».

Giornalista di guerra e scrittrice

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