L’Espresso numero 3 del 22-01-2009 pagina 72

MONDO
KASHMIR IL PARADISO PERDUTO
Un paese di una bellezza sconvolgente. Ma dilaniato dal conflitto tra Islamabad e New Dehli. E dove operano migliaia di militanti musulmani da Muzaffarabad
di Barbara Schiavulli
Uzir Ghazali si leva il giaccone, si tira su la manica e mostra la prima cicatrice, un piccolo cerchio rosso di pelle raggrinzita. «Questa me l’hanno fatta gli indiani negli anni ’80 durante una manifestazione dall’altra parte del confine». Arrotola la gamba destra dei pantaloni e mostra un lungo solco scavato nel muscolo: «Questa me l’hanno fatta durante un attacco contro i soldati indiani negli anni ’90». Poi si slaccia la camicia e lungo il fianco un’altra larga cicatrice solca la pelle scura: «Questa viene da una scheggia di razzo che ha colpito la mia casa. Mia moglie è morta e anche uno dei miei figli». Le labbra di Uzir fremono di rabbia, mentre gli occhi si spengono. «Ora non combatto più, ma abbiamo dato filo da torcere agli indiani in questi anni. Che altro potevamo fare? Ci hanno preso la terra, bisognava lottare. Ognuno di noi, di quelli rimasti, lo ha fatto».
Uzir ha superato la mezz’età, cresciuto in una regione dove si combatte da 60 anni. Dal giorno in cui è nato il Pakistan e ha perso il Kashmir. Un pezzo a loro, uno all’India e un altro alla Cina. Un posto dove ogni angolo trabocca d’ira, dalla violenta bellezza dell’Himalaya ai fiumi in piena che tracimano nelle vallate, al verde lussureggiante e alla pioggia battente che si perde tra le case di fango. Quasi sei milioni di abitanti in una terra che quando non lotta, trema. Solo nel 2005 il terremoto ha fatto 180 mila vittime. E il conflitto ha ucciso tra le 40 e le 160 mila persone. Neanche i numeri sono precisi.
«Qui non ci sono campi di addestramento militanti, né basi, sono state tutte spostate», dice un amico di Uzir, un altro combattente "in pensione". Questo luogo avrebbe allevato i militanti che il novembre scorso hanno tenuto in ostaggio l’India. Il dito è puntato contro il gruppo dei Lashkar Toiba, ma sono solo una delle almeno dieci organizzazioni estremiste attive in questa zona, che nel tempo avrebbero traslocato nella provincia di Nord-ovest roccaforte dei talebani e di Al Qaeda, dove il governo pachistano combatte, senza vincere, un’altra guerra.
In Kashmir, anche se il governo pachistano dice che «non vogliamo la guerra», sono stati dispiegati migliaia di soldati dal fronte ovest, dove combattevano sul confine afghano. Lo stesso ha fatto l’India.
«Da quando c’è stato il cessate il fuoco nel 2004», spiega Uzir, «e sono cominciati i negoziati, è diventato difficile varcare il confine, per noi più anziani non aveva più senso, ma per i giovani è bastato spostarsi, perché questa guerra non finirà fino a quando non avremo ciò che è nostro o moriremo tutti».
Dalla capitale Muzaffarabad, il confine, la Linea di Controllo disegnata dalle Nazioni Unite alla fine degli anni ’40, dista solo qualche decina di chilometri. A 60 c’è Chakoti, una cittadina di frontiera dove su ogni muro porta i segni della guerra. Non ci si può andare senza un permesso speciale. Né si potrebbe entrare in Khashmir senza un pezzo di carta. I servizi segreti individuano subito gli stranieri.
A Chakoti ogni casa ha un bunker, perfino la banca e l’emporio. «Non posso farcela un’altra volta. Non un’altra guerra, non altri missili, non altri morti e case distrutte. Non si può vivere nella paura. Non è giusto», dice Famina, una donna fuggita con la famiglia da Chakoti: «Ho perso tutto, anche una parte di me», dice mostrando il moncherino al posto della mano. A non più di otto chilometri, l’esercito pachistano continua ad arrestare tutti quelli che hanno a che fare con la Jamaat at Dawa, un’organizzazione caritatevole islamica (150 centri sanitari, otto ospedali, 160 scuole, 50 scuole coraniche e milioni di dollari investiti per aiutare i poveri), legata al gruppo militante dei Lashkar Toiba che hanno portato Pakistan e India sull’orlo di una guerra. Sarebbe stata la quarta (1947-48, 1965 e 1999).
L’attacco di Mumbai, 180 morti, e il rimbalzo di accuse, ha paralizzato i negoziati. «La nostra lotta per il Kashmir continua. Non rivendichiamo l’attentato, l’India vuole collegare la nostra lotta al terrorismo, e anche se il Pakistan ha arrestato il nostro capo, noi continueremo a lottare», ci dice al telefono dall’altra parte della frontiera Abdullah Ghaznavi, portavoce dei Lashkar Toiba. Chi siano i responsabili è ancora tutto da dimostrare. Secondo gli esperti, i Toiba, pensati dai servizi segreti americani e pachistani, servivano a mantenere l’instabilità tra India e Pakistan. Ed è su questo senso di precarietà che si gioca la guerra.
I militanti contano, ma non quanto i mandanti e i loro obiettivi. «Chi ha guadagnato da questo attacco? Non certo il Pakistan, che vittime a parte, è stato in realtà colpito dall’attentato. Le pressioni sono forti», ci dice Hamid Mir, scrittore pachistano noto per aver incontrato tre volte Bin Laden. Ma il punto per Pakistan e India è decidere il tipo di paese che vogliono diventare: «L’India non vuole ammettere che ha dei problemi. Una parte della sua popolazione è in rivolta. Anche se gli attentatori sono pachistani», afferma Ayesha Sadiqa, pungente scrittrice, «l’India non può escludere che siano stati aiutati dall’interno. L’attacco di Mumbai sarà pure legato al Kashmir, ma riguarda soprattutto il senso di insicurezza in cui vivono i musulmani in India. Sono considerati terroristi, come noi pachistani lo siamo all’estero. Se non siamo badanti, siamo militanti». Per Sadiqa il Pakistan è in uno stato di negazione e anche se ora non sponsorizza il terrorismo, è riluttante ad abbattere le risorse che lo alimentano, che non solo occupano la terra, ma minacciano lo Stato. «È ora di pensare che il pericolo indiano sia inferiore a quello dei militanti. Purtroppo ogni azione indiana crea una reazione pachistana». E poi c’è il problema governo: «Sono due, uno politico e quello invisibile dell’esercito, non crederete che un’elezione possa aver cambiato le cose? Per combattere il terrorismo, se si vuole stabilità, bisogna avviare relazioni bilaterali tra i due paesi, e a tutti i livelli. E il Pakistan deve cominciare ripulire le strade dei militanti ovunque, nel Punjab, nel Kashmir, nel Waziristan, nella Frontiera Nord. Siamo in ostaggio della violenza e delle pressioni, soprattutto degli Stati Uniti. Altro problema lo stile mafioso del presidente, il parlamento è debole, la maggior parte dei politici sono ancora ex militari. Il nostro sistema resta dittatoriale che sia militare o civile».
Intanto le relazioni tra India e Pakistan sono una piccola grande guerra fredda. «Il Pakistan è il solo paese che può contenere l’egemonia indiana», dice Fahmida Ashraf, un’analista vicina al governo. E il Pakistan ha coltivato i militanti per proteggersi dall’India. In Afghanistan hanno sostenuto i mujaheddin per sconfiggere negli anni ’80 i russi, alleati dell’India. Poi hanno sostenuto i talebani, impedendo che l’Afghanistan finisse nelle mani dei signori della guerra, pro-India, dell’Alleanza del Nord. Dal 2001, con l’invasione americana in Afghanistan, il presidente Hamid Karzai ha ricevuto 750 milioni di dollari dall’India che ne ha promessi altri 450, diventando il partner economico principale di Kabul.
I Lashkar Toiba sono solo una pedina con interessi al di sopra di un pezzo di terra e del senso di appartenenza che hanno i kashmiresi. Chi comanda lo sa. «Se fossimo stati noi a compiere gli attentati», ci dice un membro della Jamaat ud Dawa al telefono, «il governo pachistano non avrebbe messo Hafiz Saeed (capo dei Lashkar Toiba e super ricercato dagli indiani da anni, ndr) subito agli arresti domiciliari», ma libero di andarsene in moschea.
Dice il colonnello Imam, ex agente dei servizi segreti (vedi box in basso): «Se fossi stato il capo della sicurezza indiana, non avrei permesso che tutti i militanti tranne uno, venissero uccisi. Ne servivano almeno la metà vivi per avere qualche informazione decente, a meno che volessi non avere delle informazioni. Secondo: se fossi stato il capo della cellula militante, non avrei permesso ai miei uomini di andare in giro con i documenti in tasca, a meno che volessi far credere che quelle fossero le loro identità. Prima che India e Pakistan comincino a spararsi addosso, forse farebbero meglio a collaborare e a capire chi sono quei dieci ragazzi». E a chi chiederlo? «Io comincerei dai nostri vecchi amici della Cia».
Ayesha Sadiqa borbotta: «Le teorie di cospirazione sono un altro problema globale. È come Stato che il Pakistan ha fallito. Purtroppo qui ci sono 160 milioni di persone in crisi di identità. Il che fa di questa terra un luogo molto pericoloso»•

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: