L’Espresso numero 2 del 15-01-2009 pagina 24

PRIMO PIANO
Nessun accordo porterà pacecolloquio con Michael Oren
di Barbara Schiavulli

Gli israeliani hanno imparato la lezione libanese. Sono più preparati e soprattutto i leader hanno imparato a non fare promesse vane… Michael Oren è uno dei massimi storici israeliani, autore del fortunato libro "La guerra dei sei giorni". Dovrebbe essere negli Stati Uniti a insegnare alla Georgetown University. Invece è stato richiamato in servizio come riservista. Maggiore dell’esercito, ex paracadutista, è stato consigliere di varie amministrazioni israeliane e americane. «Questa guerra», dice, «deve finire in fretta. Israele non può permettersi quello che è accaduto in Libano nel 2006. E lo sa. La situazione con Gaza è simile: due movimenti radicali spalleggiati da Siria e Iran, il lancio di missili contro i civili israeliani, la percezione internazione di un massacro. Per Hamas è molto semplice vincere, non deve fare niente, deve solo riuscire a mandare qualche razzo dall’altra parte e più palestinesi muoiono più la loro popolarità aumenta. Per noi è l’opposto, e non dimentichiamo che siamo in piena campagna elettorale. I leader devono dimostrare forza, ma gli elettori non accettano perdite».
La guerra in Libano è durata cinque settimane, qui ne sono già passate due.
«Non c’è più molto tempo se si vuole uscire puliti, Israele non vuole arrivare come in Libano con una risoluzione delle Nazioni Unite e il biasimo generale. A Gaza è più semplice che in Libano. Mentre gli Hezbollah potevano rifornirsi di armamenti, nella Striscia è più difficile. I tunnel, i depositi, i militanti sono stati bombardati e quasi non restano più obiettivi. D’altra parte non sono stati annunciati obiettivi, neanche quello della distruzione di Hamas, cosa pressoché impossibile. Hamas è nello spirito della gente e non si può distruggere così facilmente. La Livni e Olmert hanno detto solo che vogliono indebolire Hamas tanto da impedire il lancio di missili sulle città israeliane»
Ma la sproporzione tra morti israeliani e palestinesi è enorme.
«Hamas ha lanciato migliaia di missili, il fatto che non sia stata fortunata ad ammazzare più gente, non significa che non abbia il potenziale per farlo e va impedito. Si dice che ogni morto palestinese crei nuovi militanti. Credo ci odino già abbastanza. I palestinesi dovrebbero chiedersi se vogliono davvero essere governati da Hamas».
Come può finire questa guerra?
«C’erano due modi per farla: il primo, quello che avrei scelto io, era invadere, spazzare via Hamas, rioccupare e poi aspettare che una forza internazionale e l’autorità palestinese si occupasse della fase successiva. Il secondo scenario, quello che si è verificato, è stato quello di entrare, colpire obiettivi limitati, far vedere ad Hamas che siamo coraggiosi, poi uscire e lasciare che il negoziato faccia il suo corso. Questa seconda possibilità è legata alle elezioni israeliane. Questa guerra serve per migliorare le posizioni dei laburisti e di Kadima, soprattutto se ci sono poche vittime israeliane e non si arriva a un accordo imposto dalla comunità internazionale. Poi c’è sempre la carta matta, gli Hezbollah. La Siria, l’Iran, potrebbero avere reazioni violente, anche se per ora non sembra il caso».
Che tipo di accordo si può raggiungere ora che non poteva essere fatto prima dell’attacco?
«Non sarà un accordo basato sulla fiducia, ma sul tempo. Distrutta l’ala militare di Hamas, consentirà di avere un po’ di anni di tranquillità. Voi europei non capite, stiamo combattendo con l’Iran e loro con noi. Qualsiasi accordo verrà firmato non porterà pace. I leader arabi lo hanno capito. Un accordo fa il gioco degli iraniani. Il cessate il fuoco è nell’interesse di Hamas. A noi serve solo a guadagnare tempo, ad Hamas per ricostituirsi. Ma il processo di pace non si regge sui compromessi. Non creerà uno Stato palestinese, anzi ne allontanerà la possibilità. So che i nostri intellettuali e i nostri scrittori hanno buone intenzioni quando chiedono il cessate il fuoco, ma fino a che resterà Hamas con i suoi razzi, non ci sarà pace, anche se promettono di non spararceli contro».

Giornalista di guerra e scrittrice

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