L’Espresso numero 19 del 14-05-2009 pagina 90

REPORTAGE
La primavera di Baghdad
La guerra in Iraq non è finita, ma diminuiscono attentati e sequestri. E torna fra gli iracheni la voglia di divertirsi e di riprendersi la loro vita. Riaprono i parchi, i locali e i club esclusivi. Si affollano i ristoranti lungo il fiume e si bevono alcolici. Anche se rimane la paura e il pericolo è sempre in agguato
di Barbara Schiavulli
Layla afferra la giacca si sistema il velo e corre a raggiungere le amiche prima che la madre ci ripensi. Ogni fine settimana vanno al parco di Zourha per una passeggiata. Si siedono sull’erba secca, scartano i panini e passano un paio d’ore a chiacchierare di musica, ragazzi e della scuola che hanno ripreso a frequentare regolarmente. A casa le madri aspettano che le ragazze ritornino. Sul volto si dipinge un’aria preoccupata, che si trasformerà in un sorriso non appena vedranno le loro figlie oltrepassare la soglia che divide la tranquillità delle mura domestiche dalle strade di Baghdad, comunque un po’ meno pericolose che in passato. «Si sta meglio. E non possiamo tenere i nostri ragazzi chiusi in casa come negli ultimi tre anni. Ma la paura non è un cappotto che si mette via quando arriva il caldo. La paura è difficile da dimenticare dopo quello che abbiamo vissuto», ci racconta Shereen, mascherando la preoccupazione per la figlia ancora fuori. Il maschio è riuscito a spedirlo in India per un master di ingegneria, ma le due ragazze sono a casa con lei, una studia medicina, l’altra sta per finire le superiori. D’altra parte Shereen ha tutti i motivi per preoccuparsi, Baghdad non è ancora una città pacificata, nonostante i soldati americani se ne stiano andando e la polizia e l’esercito iracheno abbiano in mano la maggior parte del Paese. I militanti sono ancora lì fuori.
La settimana scorsa in un solo giorno ci sono state due autobombe e 140 morti. «Fino a qualche tempo fa, c’erano almeno 60 morti al giorno», ci spiega il capitano Adnan Sharif della stazione di polizia che presiede la zona commerciale di Karrada. «Ma è un fatto», spiega il capitano, «che i rapimenti, gli omicidi settari e gli scontri a fuoco sono diminuiti. E la gente ha voglia di riprendere a vivere». Al primo spiraglio di tranquillità, a Baghdad è esplosa la voglia di divertirsi.
Per i ragazzi sono piaceri da poco, dopo anni davanti alla televisione o al computer e privati di tante lezioni scolastiche, ci si incontra nei parchi, si guardano le vetrine che mostrano abiti, se non proprio all’ultima moda, almeno nuovi, si frequentano i caffè o gli Internet point disseminati in tutta la città. Anche se ci sono metal detector per entrare nei giardini e guardie armate che controllano sotto le giacche dei ragazzi e nelle borse delle donne all’ingresso dei ristorante, è sempre meglio che non fare niente. Per le famiglie, i giardini che prevedono la possibilità di picnic stanno aprendo lungo il fiume. I fidanzatini passeggiano sulle rive dove la sera si affollano i ristoranti, anche se non restano aperti fino a notte inoltrata come una volta. Solo poche settimane fa, al Zourha park si è tenuta la prima fiera dei fiori di Baghdad dallo scoppio della guerra. Non era la migliore esposizione di fiori alla quale si potesse assistere, ma i compratori sono arrivati dal Medio Oriente e dall’India, anche solo per rendere omaggio allo sforzo di normalità degli iracheni, stanchi e tramortiti da una guerra che non ha risparmiato nessuno. Un conflitto che ha perfino cambiato la geografia della città, dividendo sunniti e sciiti e costringendo i cristiani a scappare.
Ora cominciano a cadere anche i muri che avevano trasformato la città in un labirinto di cemento, pilastri di due o tre metri che servivano a fare confluire gente e traffico verso controlli e posti blocco. Rimossi da alcune zone, come il quartiere di Jihad e Karrada, ridanno a Baghdad un panorama cittadino che negli ultimi anni si era perso.
La stessa furia degli estremisti islamici sembra essersi placata. Se continuano a uccidere gli omosessuali, hanno smesso di assaltare quelli che vendevano falafel (polpettine di fagioli fritte) o il ghiaccio, sostenendo che non esistevano al tempo di Maometto. Così tornano i banchetti di cibarie per le strade, anche se ancora è meglio evitare i mercati, i grossi assembramenti di gente e i ristoranti di prima mattina dove fanno colazione le forze dell’ordine, tra gli obiettivi principali delle milizie estremiste.
Per gli adulti la faccenda del divertimento si fa più seria. Piano piano Baghdad sta tornando la città famosa per essere quella delle Mille e una notte, quando c’era l’embargo. Spuntano a vista d’occhio club esclusivi dove si può consumare qualsiasi tipo di alcolico. «La birra finalmente è buona. Prima con le sanzioni non c’era tutta questa scelta», ci racconta Ali Turfa, un ingegnere di 30 anni. Nei locali sono arrivate anche giovani donne dai costumi facili. Costrette a lavorare nelle proprie case o in abitazioni in affitto, ora possono tornare nei locali frequentati rigorosamente da uomini. Nella zona di Karrada hanno aperto negli ultimi mesi almeno 32 club, ma il più rinomato, l’ Ahalan Wasahalan (Benvenuto), in Al Nidhal Street, è gestito dalla Sceicca, o almeno così si fa chiamare Tiba Jamal. Le cameriere poco vestite per gli standard iracheni, si intrattengono con i clienti che pagano un’entrata di 50 dollari.
Ma il posto chic di Baghdad resta l’Hunting club. Reso famoso dai figli di Saddam che lo frequentavano, ora non è più per le giuste conoscenze che si riesce ad avere l’iscrizione annuale, ma dopo aver sganciato diverse centinaia di dollari. L’Hunting club si vanta di avere tra i suoi membri la crema intellettuale di Baghdad, da ministri a poeti, scrittori e musicisti che naturalmente possono permetterselo. Riempita la piscina, riverniciate le pareti di un edificio che però non ha mai chiuso durante tutto il periodo della guerra. «Qui ci si è sempre rilassati anche quando fuori fischiavano i proiettili», sostiene Karim Wasfi, il direttore dell’orchestra sinfonica che, per la prima volta, nel marzo scorso, si è esibita a Baghdad. E aggiunge: «Avevamo suonato solo all’estero, aspettavamo questo giorno. È stata una grande emozione tornare a suonare per la mia gente».
È ancora presto per dire che è finita, a Baghdad si continua a morire. «La sicurezza è certamente migliorata, lo vedo con i miei occhi paragonando le strade semi-vuote di un anno fa e le famiglie che mangiano il "masgouf" (pesci alla brace) nei ristorantelli lungo il fiume, ma», dice Staffan De Mistura, l’inviato delle Nazioni Unite a Baghdad, «i gravi attentati degli ultimi giorni ci ricordano che non siamo in Svizzera. Quello che mi dà speranza e fiducia nel futuro è la straordinaria determinazione degli iracheni nel voler andare avanti, me ne rendo conto quando, poche ore dopo un attentato, in silenzio e con occhi pieni di rabbia ma non di disperazione, si rimboccano le maniche e ripuliscono i vetri, il sangue, i detriti e riaprono quello che resta del loro negozietto all’angolo della strada. Loro al futuro ci credono e noi stranieri rimaniamo contagiati dalla loro forza d’animo».
Intanto a casa di Shereen si aspetta che Layla torni. La madre trattiene il fiato fino a quando non sente bussare. Fino a qualche tempo fa avrebbe temuto che qualcuno arrivasse per darle una notizia terribile, ma ora si fa coraggio, cercando di non stritolare la figlia con un abbraccio per la gioia di rivederla. Shereen risolleva la cornetta con una voce che sa di sorriso: «Layla è tornata, dice che si è divertita con le amiche, va tutto bene, anche oggi ce l’abbiamo fatta. Ora devo solo convincerla a fare i compiti, come una mamma qualsiasi».
Barbara Schiavulli

Giornalista di guerra e scrittrice

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