L’Espresso numero 38 del 25-09-2008 pagina 97

MONDO
Traditi da baghdad
Sono 100 mila. Hanno combattuto Al Qaeda. Ora gli americani non li pagano più. E le autorità non sanno che farsene
di Barbara Schiavulli
Hanno sconfitto Al Qaeda e reso sicure alcune delle più turbolente province dell’Iraq. Hanno vinto. E ora non servono più. Quelli che per il governo iracheno sono solo mercenari e per gli americani l’idea migliore che potessero avere per togliersi dai pasticci, si chiedono che ne sarà di loro. Ma, soprattutto, si domandano gli iracheni per quale motivo, una volta abbandonati, non dovrebbero tornare a rinsaldare le file del terrorismo che tanto hanno combattuto. È grazie all’Awakening Council, il consiglio per il Risveglio o i Figli dell’Iraq, come li chiamano gli americani, se per ora nelle province sunnite sono diminuiti, se non cessati, gli attacchi contro gli americani e l’esercito iracheno. È per loro se, solo qualche settimana fa, l’undicesima delle 17 province irachene, quella di Al Anbar, è stata riconsegnata al controllo del governo iracheno dalle truppe della coalizione. Non ancora digeriti i dolcetti della cerimonia, gli americani hanno deciso che è tempo che anche il controllo del Consiglio passi nelle mani bucate del governo iracheno. Ma i Figli dell’Iraq sono sunniti, o meglio, un esercito di 100 mila sunniti, l’esecutivo, invece, è sciita e senza tante voglie reali di riconciliazione. Fare fronte comune contro Al Qaeda poteva essere accettabile nei mesi caldi, ma ora le autorità dei Figli dell’Iraq non sanno che farsene. Tanto più che costano.
Gli americani per pagare i loro salari, 300 dollari a testa, spendono 360 milioni di dollari all’anno, circa 15 milioni al mese, che per metà saranno, dall’1 ottobre, pagati dal governo iracheno e non più dagli Usa. Il governo ha promesso di assorbire il 25 per cento di loro nell’esercito e nella polizia, e sostiene che il rimanente verrà assunto nel settore pubblico. Ma nessuno ci crede e il rischio è che una milizia disoccupata si rivenda al primo offerente: criminalità o anche Al Qaeda che ha già dimostrato di sapersi reinventare.
«La disoccupazione è fortissima e chi non ha un lavoro è disposto a qualunque cosa pur di sfamare la famiglia, anche a fare brutte cose», ci avverte lo sceicco Abdul Al Hamdani di Mahmoudiya (sud di Baghdad) che capeggia una delle più grandi tribù dell’Iraq, 750 mila membri. Di questo gli americani sono più che consapevoli, perseguitati dall’idea che l’Iraq possa finire come l’Afghanistan, dove all’inizio si erano comprati la fedeltà dei leader tribali solo per vederli tornare nella sfera dei talebani quando il flusso di soldi si è fermato. «Nessuno si fa illusioni sulle vite precedenti dei membri dei Figli dell’Iraq o il motivo del loro voltafaccia contro la militanza», spiega il colonnello Martin Stanton, «non sono persone colpite dalla luce della conoscenza, potevano fare due scelte, noi o Al Qaeda. Hanno scelto quello che sembrava meno disdicevole, ma ci vuole poco perché ci vedano di nuovo come invasori e infedeli».
«Gli americani non possono abbandonarci, anche se la situazione è migliore non significa che sia durevole. Da poco abbiamo istituito, non senza difficoltà culturali, Le figlie dell’Iraq, un plotone femminile, dopo gli ultimi attentati commessi da donne», ci dice lo sceicco Al Hamdani: «Questi ragazzi hanno bisogno di credere nel futuro o torneranno a fare quello che facevano prima». Combattere contro.
Una forza paramilitare di migliaia di persone armate, la maggior parte delle quali non stima l’autorità irachena, non è facile da consegnare come se fosse un pezzo di terra punteggiato di macerie. Falluja, considerata roccaforte del terrorismo, dalla quale Abu Musab Zarqawi, il capo della filiale irachena di Al Qaeda, lanciava i suoi attacchi contro gli americani e gli "iracheni traditori", è sommersa di progetti di ricostruzione, così come Ramadi (223 milioni di dollari spesi in sei mesi) o il sud di Baghdad, dove solo qualche mese fa non si poteva mettere piede.
Il Consiglio per il Risveglio è un insieme di movimenti guidati da leader tribali che si sono opposti ad Al Qaeda. Non sono paladini né santi, nel 2005 hanno fatto una scelta di convenienza. Meglio, di sopravvivenza: o si univano ai terroristi stranieri che nei loro attacchi non si facevano scrupolo di colpire gli iracheni o si appoggiavano agli americani, sempre stranieri, ma che in quel momento sembravano il male minore.
Due anni dopo, il loro leader lo sceicco Abdul al Rishawi, importante capo tribale è stato ucciso da un kamikaze firmato Al Qaeda, il primo di una lunga serie. All’interno dei gruppi, che nel tempo si sono moltiplicati, c’è di tutto, da ex militanti a cittadini arrabbiati, a ex militari di Saddam Hussein. Fu la tribù di Abu Mahals ad avere l’idea. Nel 2005 contrabbandavano lungo il confine con la Siria, quando un altro clan alleato con Al Qaeda li attaccò e li espropriò del loro territorio. Feriti nell’orgoglio, contattarono gli americani e gli proposero un accordo. Le truppe di Washington li armarono e addestrarono e un anno dopo nasceva il Consiglio per il Risveglio di Al Anbar. Erano poco più di 5 mila, nel 2007 erano già 24 mila e ora sono ben 100 mila tra le province sunnite di Anbar, Salaheddin, Diyala, Nineveh, Tamim e Baghdad dove ne militano 54 mila. L’accordo iniziale era semplice: un’arma e un assegno di 300 dollari al mese per pattugliare, proteggere e fornire informazioni contro Al Qaeda e gli insorti. Un modo forse per comprare la pace, ma astuto. Perché la presenza di questi ragazzi senza giubbetto antiproiettile, ma con un distintivo, ha avuto il suo impatto. «Vogliamo lavorare per gli americani, non per il governo», dice Adel Mashadani, un ex membro della Guardia nazionale di Saddam Hussein che ora guida i Figli dell’Iraq nel quartiere di Fadhil a Baghdad. In un mese hanno sbaragliato le infiltrazione di Al Qaeda, ma per Mashadani le autorità sciite sono solo burattini dell’Iran e squadroni della morte, un’opinione diffusa tra i sunniti.
La sfiducia verso il potere è contagiosa. «Prima o poi dovranno trovare una collocazione, sono un affare iracheno, il governo deve essere in grado di occuparsene», ci dice un ottimista Tahseen Al Shaikhli, portavoce del Piano per la Sicurezza di Baghdad. Non è un illuso, cinque mesi fa, il giorno seguente una visita nel "riassicurato" quartiere di Mahmoudia, dove tra campi e Kalashnikov ci aveva mostrato il lavoro delle pattuglie, era stato rapito da un commando sciita. Ma il potere è ostile: «In mezzo a loro ci sono dei criminali, gente legata a Saddam che non deve essere reinserita», afferma con foga al telefono Hadi al Ameri, capo della commissione sulla Sicurezza del parlamento. «I loro giorni sono finiti, sono solo un cancro che deve essere sradicato», dice Nasser al Haiti, comandante della Brigata al Muthanna dell’esercito iracheno.
Non sorprende il rancore degli sciiti verso i sunniti dopo trent’anni di dittatura di Saddam Hussein e del partito Baath. Ma il futuro dell’Iraq e soprattutto la pace non si nutre di vendetta. I figli dell’Iraq hanno richieste precise, una parte vorrebbe essere assorbita dall’esercito, soprattutto i giovani, quelli che si sono sporcati le mani, mentre i leader tribali dalla vista lunga puntano al voto facendo tremare l’unico partito sunnita che si astenne dal boicottaggio delle scorse elezioni, ottenendo nella provincia di Anbar 36 seggi su 41. In quelle provinciali che si dovrebbero tenere a ottobre, ma che è probabile che vengano rimandate all’inizio dell’anno prossimo, si gioca il tutto per tutto, il premio è una bella fetta di potere. E i sunniti credono di meritarselo. «Ci sorprende che il governo abbia preparato una lista di ex militari e affiliati del Baath che vogliono mandare via, negando il sacrificio che abbiamo fatto», sostiene lo sceicco Abu Reesha, capo del Consiglio nella provincia di Al Anbar. La risposta è nelle mani del premier Nouri Al Maliki, soluzione che potrebbe scoppiargli in grembo, se non riuscirà a soddisfare i leader tribali sunniti, naturalmente senza irritare i suoi sostenitori sciiti•

Giornalista di guerra e scrittrice

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