L’Espresso numero 2 del 15-01-2009 pagina 22

PRIMO PIANO
hamas per sempre
L’offensiva di Israele a Gaza ha solo scalfito il suo potenziale bellico. I militanti non si arrendono. E dicono: ritorneremo più forti. E sarà vendetta. Viaggio nel movimento fondamentalista
di Barbara Schiavulli da Gerusalemme
Il segretario di Ayman Daramesh, un parlamentare di Hamas eletto a Jenin, è incollato al televisore. Guarda rapito Al Jazeera, l’unica emittente dentro Gaza dall’inizio dell’attacco israeliano. Le immagini che scorrono sono devastanti. Ecco la strage nel rifugio dell’Onu con 30 morti di cui molti bambini. Sangue, distruzione, silenzio. Scuote la testa, borbotta da solo, poi si illumina, sghignazza e indica lo schermo: ci sono soldati israeliani feriti, alcuni morti, questo servizio gli piace di più. Eppure il suo capo, l’onorevole Daramesh non deve essere uno che dispiace agli israeliani, è quello che si dice «un estremista di Hamas moderato», non disdegna di stringere la mano a una donna, indossa abiti occidentali, parla inglese e dice subito che la «distruzione di Israele non è più nei piani di Hamas». Si parla del futuro, di quello che sarà Hamas dopo l’invasione israeliana a Gaza, degli spiragli diplomatici che si intravedono, delle intenzioni israeliane di indebolire il movimento e di impedire che i 6500 missili lanciati da Gaza dal disimpegno del 2006 che hanno causato la morte di 11 israeliani nel sud, smettano di piovere sulle loro teste. «L’idea della resistenza non si può distruggere come un palazzo. Finché durerà l’occupazione ci sarà resistenza», dice Daramesh. «Le sorti di un movimento salgono e scendono, ma il principio resta costante. Hamas è un movimento popolare che era in piena battuta d’arresto negli ultimi mesi, questo attacco ci ha ridato popolarità».
Erano tempi duri per Hamas. Nel 2006 aveva sì vinto le elezioni (76 seggi su 132) sbaragliando il corrotto Fatah, ma non è riuscita in seguito a governare. «L’Europa ha commesso un grande errore a fare muro contro Hamas, ha perso l’occasione di trascinarli in un discorso politico. Ha permesso che la leadership politica indebolita venisse soverchiata da quella militare che non ha nessuna buona intenzione verso il processo di pace», dice un diplomatico europeo.
Hamas non è un’entità compatta. Anche per questo è difficile abbatterla. Un movimento religioso, una rete di servizi sociali, un partito politico e una guerriglia armata: da una parte il vertice politico esterno alla Cisgiordania e Gaza guidato da Khaled Meshaal in Siria e formato da una decina di uomini che si occupano della diplomazia e di raccogliere i soldi oltre a prendere le decisioni più importanti; poi un consiglio locale, un’assemblea di una cinquantina di persone che prendono la maggior parte delle decisioni consultandosi via telefono, messaggini, fax, codici segreti perché non possono incontrarsi visto le difficoltà di movimento nei territori palestinesi presidiati dai posti di blocco israeliani. Infine l’ala armata, Izzedim al Qassam. I militari lavorano in piccole cellule di massimo dieci persone completamente indipendenti anche se per il via alle operazioni tendono sempre ad avere l’ok dai vertici. Da due anni a questa parte Gaza è stata il loro regno. Grazie anche al sostegno costante dell’Iran e della Siria che ha fornito loro soldi e armamenti. Dai missili Kassam fatti in casa, sono passati ai Grad con gittate molto più lunghe. Uno ha raggiunto Bersheeva a 40 chilometri da Gaza. Non era mai accaduto prima. Missili fabbricati in Cina, gli stessi che finiscono in Iraq e in Afghanistan. A Gaza arrivano attraverso i tunnel costruiti sotto i campi profughi vicino al confine egiziano. Un’intera rete sotterranea, dalla quale sono entrate armi, cibo, medicine, perfino animali esotici. Dall’altra parte, l’Egitto è rimasto a guardare. Spiega Jerald Steimber, direttore del dipartimento di Studi Politici dell’università di Bar Ilan a Tel Aviv: «L’Egitto ha permesso ad Hamas di crescere, ha un governo ormai troppo debole, non credo che la loro impotenza sia frutto di una scelta. E gli europei non possono darci soluzioni: le loro istanze sono ridicole, anche se venisse una forza internazionale sarebbe troppo debole, vedi Libano dove gli Hezbollah sotto gli occhi delle Nazioni Unite si sono riarmati. Per Hamas sopravvivere è già una vittoria. Questa invasione ci concede qualche anno prima che si rimettano in piedi». Qualora cadesse davvero Hamas, per molti analisti il problema è il vuoto politico che si potrebbe creare a Gaza. Con il presidente palestinese Abu Mazen, ormai a fine mandato e debole, una forza ancora più radicale potrebbe prendere il sopravvento. Al Qaeda, come molti temono? «Al Qaeda non è tra i nostri sponsor», risponde Darahmeh, «anche se siamo pronti ad accettare aiuto incondizionato da chiunque, ma Hamas è ancora un movimento forte e non accetta decisioni che non siano le nostre».
Mahmoud Musleh, originario di Haifa, al contrario di Darahmeh, è il prototipo dei membri di Hamas che non piacciono ad Israele. Sessantasette anni, dei quali molti passati in prigione, dove si trovava quando è stato eletto, senza essere mai stato processato. «Siamo», dice, «un movimento di resistenza che pensa che i diritti dei palestinesi non possano essere definiti con i negoziati ma con la lotta armata. Abbiamo partecipato all’esperimento democratico del 2006 e siamo stati eletti. Che abbiamo ottenuto? Che stiamo peggio di prima. Ora si combatte. Non abbiamo niente da perdere, la nostra terra è già stata presa, i nostri figli sono stati uccisi, le nostre case abbattute. Non resta che morire con dignità e l’unico modo è combattendo. Non è la prima volta che la leadership di Hamas viene colpita. Questa volta ne hanno uccisi molti in un colpo solo, ma se gli israeliani pensano che non abbiamo gente pronta a sostituire ogni morto, si sbagliano. Il tempo non ci manca, non è un problema di velocità, ma di perseveranza: la lotta per i nostri diritti può durare anche generazioni». Sono preparati, l’addestramento dei militanti dura circa sei mesi, con veri e propri conflitti a fuoco, assalti, imparano a costruire bombe e razzi. Gli istruttori sono stati formati in Libano e in Iran dove hanno appreso tutte le migliorie che servono per rendere i razzi più potenti. Secondo l’intellingence israeliana, la capacità armata di Hamas sarebbe stata appena scalfita con l’attacco. «Abbiamo distrutto solo il 15 per cento del loro potenziale», dice un militare israeliano, «dovrebbero avere circa 10 mila razzi, alcuni dei quali capaci di colpire a quaranta chilometri, tra questi il Fajr3 di origine iraniana con una testata di 70 chilogrammi».
Per Musleh ci sono troppi problemi senza soluzione, gli stessi da troppo tempo: confini, Gerusalemme e soprattutto i profughi. A otto anni è stato cacciato con la famiglia da Haifa, da profugo ha girato molti campi e tutto quello che vuole è tornare a casa: «I soldi non possono compensare la sofferenza di un bambino che si vede crollare il mondo intorno. Non possono compensare il tempo che ho trascorso in prigione, non possono compensare il fatto che non posso vedere i miei familiari perché sono sparsi ovunque. Israele per l’Europa ha diritto di difendersi, ebbene abbiamo lo stesso diritto di farlo anche noi».
C’è anche la posizione di chi non sta con Hamas e vorrebbe la fine dell’occupazione. Quelli vicini al presidente Abu Mazen. La spiega Hafez Barghouti direttore del principale quotidiano palestinese "al Hayat al Jadida" (La vita nuova): «Gli israeliani non hanno alcuna intenzione di distruggere Hamas, lo vogliono debole, ma non spazzato via, perché ne hanno bisogno per tenere bloccato il processo di pace, fino a che ci sarà un negoziato o un cessate il fuoco con Hamas, non si potrà negoziare uno Stato palestinese». Per Barghouti Hamas, dal canto suo, vuole Gaza, vuole i suoi confini, vuole essere riconosciuta: «E di questa situazione approfitta Israele che vuole che tutte le differenze tra le varie fazioni palestinesi rimangano. Quando volevano indebolire Arafat hanno sostenuto la creazione di Hamas nel 1987. Il presidente Abu Mazen ha ereditato un potere debole che è stato inghiottito da Hamas, ma se adesso scompare Hamas, non è detto che al Fatah sia in grado di fare ora quello che non è riuscito a fare per anni: tenere insieme la Palestina e tenere testa agli israeliani». E poi conclude:«Oggi Fatah ha il sostegno evidente dei Paesi arabi che vogliono contrastare il blocco iraniano e temono Teheran. Questo è il vero motivo per cui non ci sono state grandi manifestazioni contro Israele. Anche se, da un momento all’altro tutto può cambiare, la gente è esausta. Hamas ha sbagliato quando ha pensato di poter scatenare una terza intifada. E Israele non ha perso la sua occasione». A queste latitudini non si perde mai l’occasione per allontanare la pace.

Giornalista di guerra e scrittrice

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