L’Espresso numero 10 del 12-03-2009 pagina 78

Attualità
La solitudine del Faraone
Mubarak sta per varare una legge per soffocare il dissenso. Ma il Paese gli sfugge di mano. Tra attentati, malcontento e crisi economica dal Cairo
di Barbara Schiavulli
Al cimitero mamelucco Salwa vive in una tomba. I morti non le fanno paura, sono i vivi che la spaventano. Due giorni fa, una donna le ha chiesto di venderle sua figlia, le offriva 600 dollari. È fuggita stringendo tra le braccia quel fagottino che non abbandona mai da quando una notte hanno tentato di rapirla. La dodicenne Salwa e sua figlia non esistono. Niente scuola, niente documenti, nessun futuro. Hanno solo l’una l’altra, un pasto caldo nei rifugi per i poveri e qualche ragazzo di cui, ogni tanto, la baby mamma si innamora. Salwa è di nuovo incinta. Ma non se ne preoccupa. Sua madre l’ha abbandonata per un uomo, lei non lo farà mai con i suoi bambini, d’altra parte al Cairo si riesce a sopravvivere con un paio di dollari al giorno. Lo fa un quarto degli egiziani, piegati dalla crisi economica, dall’instabilità politica, dalla disoccupazione. Ma Salwa non sa niente di quello che le accade intorno. Né sa di vivere in un Paese dove lo stato di emergenza, dichiarato 26 anni fa, è ancora in vigore, dall’uccisione del presidente Anwar Sadat nel 1981, dalla presa di potere del successore Hosni Mubarak, che da allora governa ininterrottamente come un faraone.
Dall’alto del suo trono Mubarak, 81 anni, non vede, o forse non vuole ammettere, che l’Egitto è in fermento. Al Cairo, con i suoi 18 milioni di abitanti, si ha la sensazione che un esercito di termiti stia facendo a pezzi un vecchio e prezioso mobile. Non si vede, ma si sente il brusio del malcontento: gli avvocati in sciopero, i professori universitari pure perché non vedono un aumento da dieci anni e guadagnano 600 dollari al mese (40 gli assistenti). Fermi anche i giornalisti della tv di Stato e i farmacisti. E la gente non sa più come andare avanti. Per strada, i poveri ti offrono reni come fossero souvenir.
«Ci mancava solo quest’ultimo attentato, già i turisti hanno meno soldi, se cominciano ad avere paura per noi è finita», racconta un negoziante, nel tradizionale mercato di Khan al Khalili, dove meno di due settimane fa una ragazza francese è stata uccisa e 26 altri feriti da un ordigno rudimentale. «Colpa di Mubarak, ma non lo possiamo dire, la polizia è ovunque e ci ascolta», dice sottovoce un altro negoziante, puntando lo sguardo verso uomini in borghese che ciondolano nei vicoli. Ha ragione, le domande attirano la loro attenzione. «Andate via. La gente non vuole parlare», intimano. Ma le parole sono difficili da fermare in un Paese dove più della metà della popolazione è al di sotto dei vent’anni. I giovani della classe media e quelli benestanti studiano, parlano le lingue, hanno voglia di cambiare e di vivere meglio. Hanno sentito che forse verrà tolto lo stato di emergenza. Molti di loro, solo per aver espresso un’opinione contraria, sono finiti in galera. «Al posto dello stato di emergenza, verrà varata una legge antiterrorismo, come negli Stati Uniti e in Inghilterra. Di fatto, cambierà la definizione, ma non il risultato», dice un blogger che preferisce tacere le generalità. Detenzione a tempo indeterminato senza incriminazione, torture sistematiche, perquisizioni arbitrarie e processi militari che impediscono agli indiziati di difendersi, questo sarà la nuova legge antiterrorismo. «Presto sarà varata dal Parlamento. È un grande passo per la democrazia», commenta trionfante Mofid Shahab, ministro per gli Affari parlamentari.
Una legge ipocrita, la definiscono gli internauti egiziani. "Facebookgirl" arriccia il naso. È conosciuta in tutto l’Egitto per essere stata arrestata e sbattuta in galera per tre settimane. Aveva esortato gli egiziani, lo scorso 6 aprile, a dichiarare lo sciopero generale. Centinaia di migliaia di persone aderirono alla sua chiamata e lei venne arrestata. «Il governo mi ha resa famosa senza volerlo. Ogni giorno mi interrogavano, mi chiedevano da chi prendessi ordini. Stavo in una grande camerata piena di detenute e di gatti. Non è stato facile, ma rifarei tutto di nuovo. Il mio impegno in politica ora è anche più forte. Abbiamo bisogno di essere liberi», rilancia Esraa Abdel Fattah, "Facebookgirl" appunto, dal viso incorniciato in un velo giallo. Altri invece sono meno fortunati di lei: di Diaeddin Gad, 22 anni, che gestisce il blog "Voce arrabbiata", non si sa nulla da quando il 13 febbraio scorso è stato portato via dalla polizia. Sul suo blog aveva criticato il governo per l’atteggiamento nei confronti della guerra scatenata da Israele a Gaza. L’Egitto ha appena ospitato la conferenza dei paesi che sganceranno milioni di dollari per la ricostruzione della Striscia, ma per molti egiziani Mubarak resta il presidente che sapeva dell’imminente attacco israeliano e non ha fatto nulla per fermarlo. E questo li fa arrabbiare. «I palestinesi sono vicini di casa, gli iraniani pure, gli israeliani, invece, sono solo stranieri. E ogni persona che vive sotto occupazione ha il diritto di resistere», dice Issam al Arian, medico e importante esponente dei Fratelli musulmani. L’organizzazione religiosa, fondata nel 1928, è un’altra delle spine nel fianco di Mubarak. Con candidati indipendenti, alle scorse elezioni parlamentari ha ottenuto, pur partecipando per la prima volta, il 20 per cento dei seggi. La legge antiterrorismo servirà a contrastare soprattutto loro. «Da anni non posso uscire dal Paese», racconta al Arian, che si definisce moderato e, secondo lui, proprio per questo è diventato un residente stabile delle prigioni egiziane. Spezzare i moderati, quelli che possono rappresentare una vera opposizione, è stata per anni la strategia di Mubarak. È successo anche con Ayman Nour (vedi intervista qui sopra), fondatore del partito al Ghad, liberale e laico. «Il suo rilascio? Un regalino per Obama», commenta Ahmad al Nagar, uno dei massimi esperti di economia in Egitto. L’incarcerazione di Nour aveva irritato l’amministrazione Bush, ma Mubarak non aveva ceduto. Ora lo ha liberato, gestendo come al solito la legge a suo piacimento. Proprio in questi giorni, il figlio di Mubarak, il poco amato Gamal indicato come possibile erede al potere, è in visita negli Usa, e ad aprile ci andrà il padre.
«La successione è un grosso problema», dice al Arian, «Mubarak, si è ben guardato dall’avere un vicepresidente e all’interno del suo partito ci sono molte divisioni, sono tutti uomini d’affari che gestiscono il Paese come un’azienda, non come una società. Vogliono solo arricchirsi alle spalle della gente. Così si creano sfiducia e disordini. Questo è l’Egitto oggi, un paese sull’orlo del baratro politico, economico e sociale». Concorda anche l’economista al Nagar: «La crisi internazionale si è sommata a quella interna». Due sono le entrate principali dell’Egitto, il turismo, calato nell’ultimo anno quasi del 20 per cento, e il cotone. «La crescita economica è precipitata del 4,1 per cento. Il Canale di Suez ha registrato le più basse entrate degli ultimi cinque anni perché molte navi hanno cambiato rotta per paura dei pirati somali. L’inflazione a dicembre è stata del 18,7 per cento. La crisi economica e la mancanza di un piano per risolverla minacciano la sicurezza e favoriscono il radicalismo».
Non bastasse, c’è la caduta di prestigio e potere nell’area. Sostiene un rapporto dell’intelligence americana: «L’Egitto non è più il leader regionale, questo ruolo è ricaduto sull’Arabia Saudita. Non solo, Mubarak sta diventando vecchio e nessuno nel mondo politico, compreso suo figlio e Omar Suleiman (settantenne, stimato capo dell’intelligence, ndr), ha sufficienti relazioni internazionali per sostituirlo». Ribatte Salama Ahmed Salama, noto editorialista del quotidiano "Al Shorouq" che non ha neanche tre settimane di vita, ha faticato a vedere la luce e si propone di guidare la dissidenza in nome della modernità: «Forse non siamo un modello da esportare, ma siamo una società in movimento. Se la politica stagna non vuol dire che la gente non lavori per migliorare. Puntiamo ai giovani, alla società civile, alla classe media. Siamo pronti a sacrificarci per questa avventura, ma non ci tiriamo indietro. Daremo fastidio ai politici, al governo, racconteremo delle proteste e dei cambiamenti». Un giornale privato, indipendente, che sfida l’establishment. «Non dureranno molto», pronosticano i giovani blogger e i più radicali Fratelli musulmani. Intanto dall’altra parte della città, la piccola Salwa dai capelli arruffati più che alle grandi strategie, pensa a sopravvivere. Va a raccogliere l’immondizia alla Città della Spazzatura, ai piedi delle colline di Mutaqqam: «Vedi, se avessi una casa dovrei pagare l’affitto, invece per le strade del Cairo sono libera»•

Giornalista di guerra e scrittrice

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