L’Espresso numero 10 del 12-03-2009 pagina 81

Attualità
La mia sfida al presidente
Parla il più famoso oppositore. Appena liberato dopo quattro anni di carcere colloquio con Ayman Nour
di Barbara Schiavulli
Ayman Nour, avvocato, 44 anni, il 18 febbraio scorso, dopo quasi quattro anni di prigione è stato rilasciato. Ancora
non si spiega il motivo della sua liberazione.
E ancora meno quello del suo arresto, ufficialmente per frode: avrebbe falsificato
le firme sulla petizione per registrare
il suo nuovo partito, al Ghad (domani), di ispirazione liberale. «Per uscire non ho firmato alcun accordo, non ho rinnegato le mie idee e comunque la detenzione doveva finire il prossimo luglio». Il partito è nato con un programma preciso: riforma costituzionale, limiti ai poteri del presidente
e diritti umani. Alle elezioni presidenziali
del 2005, Nour ha ottenuto il 10 per cento dei voti, secondo dietro Mubarak. Poco dopo, è stato arrestato.
Cosa pensa di fare ora?
«Riprendere in mano il partito. Il Ghad è stato in grado di lavorare solo per 89 giorni, poi col mio arresto tutto si è fermato.
Nei prossimi giorni inizierò un tour dell’Egitto. Non abbiamo molti soldi, ma il nostro patrimonio sono le tante persone che hanno voglia di dare un contributo».
Come si aspetta che il governo si comporterà in vista del suo ritorno alla politica?
«Spero si possa affrontare un dialogo basato sul rispetto e sull’accettazione che esiste un’opposizione. Ma non so se accadrà. Il nostro Paese ha bisogno di un cambiamento di potere. Per molti versi, l’Egitto è ancora capace di influenzare la politica regionale. Ma si andrà indietro, se non si decide
di affrontare i problemi che ci circondano, che vanno dalla corruzione alla mancanza
di assistenza sanitaria, alla povertà endemica. Siamo una società vibrante,
ma il sistema ci sta schiacciando».
Come è cambiata la sua vita col carcere?
«Ho pagato un prezzo molto alto.
Ho il diabete e soffro di cuore. Gli ultimi
mesi sono stati duri, mi hanno impedito
di scrivere, di ricevere visite, hanno
ridotto le visite mediche e l’accesso alla moschea della prigione. Poi all’improvviso
una macchina mi ha preso e portato a casa. Non avevo neanche le chiavi. Nessuno sapeva niente. La galera è stata
un’esperienza forte, ma non ho mai avuto ripensamenti, ora mi è tutto più chiaro.
Molti parlamentari di tutto il mondo
si sono schierati per me. Tra gli italiani,
Emma Bonino a cui sono affezionato.
Ma dentro ci sono ancora molti prigionieri politici e ora so che devo lottare anche per loro. L’Egitto non è Mubarak, siamo noi».

Giornalista di guerra e scrittrice

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