L’Espresso numero 40 del 09-10-2008 pagina 164
ECONOMIA
Grand Hotel Maometto
Nel 2008 i viaggiatori dai paesi islamici sono aumentati del 18 per cento. Presto varranno un decimo del mercato. E gli alberghi si attrezzano
di Barbara Schiavulli
Via i minibar pieni di superalcolici. Un Corano accanto alla Bibbia nel cassetto del comodino. Un tappetino da preghiera vicino alle pantofole usa e getta. E, naturalmente, niente insaccati al buffet. Potrebbe essere questo il futuro di molti alberghi se gli operatori vorranno intercettare la nuova nicchia di mercato che il settore del turismo si prepara ad attirare: quello islamico. Magari non troppo osservante, ma abbastanza da richiedere che il mondo dell’accoglienza cambi e si adatti un po’ a loro. Così dovrà cambiare anche la direzione del bagno (che non deve guardare verso la Mecca) e dovranno essere previsti negli hotel zone per sole donne, in modo che queste possano sentirsi a loro agio, lontano dagli uomini che non appartengono alla loro famiglia. Nel caso poi nell’albergo vi fosse un casinò, meglio trasformarlo in una grande sala di preghiera, piena di tappeti e, naturalmente, divisa per sesso.
Una specie di rivoluzione, insomma, a cui qualcuno nel settore alberghiero inizia a guardare, perché il giro di affari islamico potrebbe coprire presto il 10 per cento del mercato: si parla di un totale di circa 74 miliardi di dollari . D’altra parte, il 20 per cento degli abitanti del pianeta è costituito da musulmani (circa un miliardo e mezzo di persone), molti dei quali ormai viaggiano. E gli operatori pensano che basterebbe accaparrarsi anche solo l’1 per cento del totale per potersi ritenere soddisfatti.
A sette anni dalla caduta delle Torri Gemelle, infatti, i viaggiatori benestanti provenienti dal Medio Oriente o dai paesi del Golfo hanno ripreso a mettere il naso fuori dai paesi islamici, a guardare verso quell’Occidente che produce sogni, film, moda e quella musica che fa impazzire i ragazzini di tutto il mondo.
Il numero di turisti arabi è cresciuto quest’anno del 18 per cento a livello globale, mentre i consolati americani e australiani nei paesi mediorientali hanno registrato un aumento del 30 per cento delle richieste di visti turistici. Tra le mete occidentali preferite, soprattutto gli Stati Uniti e l’Australia. Meno l’Europa, che i viaggiatori islamici non trovano particolarmente ospitale: «In Europa si ha sempre l’impressione di essere guardati come marziani o come immigrati, non ci sentiamo a nostro agio», spiega ad esempio Layla Obeid, una studentessa del Qatar.
I più interessanti, dal punto di vista economico, sono i cittadini dei paesi del Golfo (tipo Dubai o Qatar) sempre con il portafogli gonfio e spesso privi di pregiudizi ideologico-religiosi. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, spendono 12 miliardi di dollari all’anno in viaggi di piacere. In particolare, i turisti degli Emirati investono in media 1.700 dollari a testa per una vacanza, circa 500 euro in più della media europea. I sauditi, nonostante le dure regole del loro Islam, viaggiano più di tutti: il 74 per cento fa una vacanza all’anno.
A sperimentare l’afflusso di turismo arabo è spesso una terra di frontiera tra Islam e Occidente, com’è da sempre la Turchia: «Gli europei sono simpatici, ma gli arabi hanno soldi veri», sorride Serafettin Ulukent, proprietario di un hotel sulla costa mediterranea della Turchia. Fino a una decina di anni fa era prevalentemente frequentato da tedeschi, ora è stato trasformato in un resort esclusivo per arabi. Quindi niente alcol, bagni separati per uomini e donne e il cuoco che, oltre a cucinare cibo puro secondo l’Islam, cinque volte al giorno ricorda ai turisti l’ora della preghiera.
A Ulukent gli affari vanno bene, e da un paio d’anni, in tutta la Turchia gli hotel islamici spuntano come funghi, amati non solo dai turisti provenienti dal Golfo, ma anche dai musulmani europei, soprattutto inglesi e francesi.
«Gli arabi molto osservanti preferiscono restare nei loro paesi, non amano viaggiare in Occidente», spiega Liliana Comandè, titolare dell’Interline International Travel, «ma quelli che arrivano di solito sono pieni di curiosità e di soldi per soddisfarle. Tuttavia, almeno in Europa, non si può per ora pensare a un’invasione del turismo di massa musulmano, quindi dubito che una grande catena di alberghi rientrerebbe dei costi di una eventuale trasformazione in senso islamico. Più facile che ci siano nuove iniziative di nicchia, che poi si pubblicizzano al target musulmano soprattutto con il passaparola».
Politiche di attenzione all’Islam stanno comunque spuntando in Europa: la compagnia aerea Lufthansa durante il mese di Ramadan ha offerto prezzi scontati per andare a festeggiare l’Eid a Dubai, mentre diversi alberghi esclusivi, come il Lady First di Zurigo o l’Artemisia di Berlino, sono riservati soltanto a donne; altri invece, come il Grand Hotel di Oslo e il Grange City Hotel di Londra, hanno piani separati.
L’imprenditore Abdullah Al Mullah, che dirige la catena della Almulla Hospitality Sharia Hotel, ha intenzione di costruire nei prossimi cinque anni 150 hotel islamici, alcuni dei quali in Europa. «è un po’ come per quelli cui da fastidio l’odore delle sigarette in camera: altri non vogliono sentire l’odore dell’alcol», azzarda Mahmood al Koffi, di una società di investimento di Dubai. Secondo Al Mullah, le mete occidentali preferite sono Londra e Parigi, dove ci sono anche molti immigrati musulmani.
Un’altra catena che punta a una fetta di turismo islamico è quella dei Shaza Hotel, una fusione tra Kempiski, antico marchio di hotel di lusso europeo, e la Guidance Financial Group, una società finanziaria internazionale: «Vogliamo creare un prodotto che rifletta i bisogni dei musulmani benestanti, i loro valori e interessi, ma anche puntare al consumatore occidentale che vuole sperimentale l’esperienza araba con la sua millenaria ospitalità», spiega Christopher Hartley, direttore esecutivo della Shaza. Il piano è di costruire diversi hotel nel Golfo, ma anche in Europa, in particolare a Ginevra. Intanto sul lago di Lucerna gli hotel della Bürgenstock stanno realizzando un complesso che sarà pronto nel 2011. L’investitore principale è un gruppo del Qatar, la Barwa Real Estate che, prima di mettere mano al portafogli, ha posto una condizione precisa: i proventi della vendita di tutti i vini e liquori dovranno essere destinati a gruppi di sostegno per gli alcolisti. Gli uomini della Barwa Real Estate seguono la legge islamica e i negoziati con la Bürgenstock non sono stati facili. Del casinò, naturalmente, non hanno neanche voluto sentir parlare. Ma alla fine l’operazione darà comunque lavoro a 800 persone•

Giornalista di guerra e scrittrice

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