L’Espresso numero 44 del 06-11-2008 pagina 212

Società
L’altra meta del velo
La parità con gli uomini nei loro paesi è ancora lontana. Ma qualcosa sta cambiando per le donne musulmane. Nascono business women, imprenditrici, esperte di finanza. E il futuro si tinge di rosa
di Barbara Schiavulli
Da piccola voleva fare il controllore di volo. Ed è diventata la prima donna a farlo, nel suo Paese. Poi ha deciso che voleva stare di più a casa con la famiglia, senza rinunciare a un lauto stipendio. E nel giro di pochi giorni, Naila al Moosawi è diventata uno dei dirigenti più importanti dell’Enoc, la Compagnia nazionale petrolifera degli Emirati. Sono molte le "Imraat aa’mal", le donne d’affari e le imprenditrici arabe: non abbastanza da far pensare che ci sia una rivoluzione femminile in corso, ma sufficienti ad abbattere qualche pregiudizio sulle donne musulmane segregate in casa. Si fanno beffe del sistema, del sessismo e delle regole discriminanti dei loro paesi. Se non possono interagire con gli uomini, che hanno deciso che Dio non vuole, allora è nella separazione fisica che hanno trovato la forza per crearsi un mondo tutto loro. Si vestono modestamente come vogliono le autorità, nei loro caratteristici abbigliamenti lunghi e neri, ma sotto le abbaye nascondono vestiti firmati e scarpe all’ultima moda. E i loro sguardi, segnati da uno scurissimo kajal, ostentano una determinazione che deve aver paralizzato più di qualche uomo. In Arabia Saudita non possono guidare, eppure le vendite di automobili rosa e viola, che autisti maschi sono pagati per portare, salgono alle stelle. In tutto il Medio Oriente cercano di divincolarsi da una società che le vorrebbe al loro posto, e da quel punto sono partite per fare molti più soldi di quanti già non avessero.
Quello che fa la differenza, e che impedisce alla maggior parte delle donne di evolvere, sono istruzione e ricchezza: il vecchio capitalismo non fa distinzioni di razza, religione o genere. La liberalizzazione economica di alcuni Stati musulmani negli ultimi anni, e la privatizzazione di molte aziende una volta statali, ha aiutato le donne di affari musulmane a fare un bel salto.«Ora ci sono opportunità per tutti», afferma Laura Osman, prima donna presidente dell’Associazione dei banchieri arabi del Nord America. «Il settore privato si basa sulla meritocrazia e tanto basta a stimolare la crescita delle donne», dice.
Non a caso nel mondo delle banche islamiche, una volta settore esclusivo degli uomini, sta aumentando la presenza femminile. Sahar El Sallah è la numero due della Banca commerciale internazionale, una delle egiziane private più importanti. Quattro impiegati su dieci sono donne, e così il 70 per cento dei dirigenti. Maha al Ghunaim, presidente del Kuwait Global Investiment House, società da lei fondata, gestisce più di 7 miliardi di dollari in beni finanziari. Di recente ha ottenuto il permesso di operare in Qatar e vorrebbe approdare anche in Arabia Saudita.
Il Middle East Economic Digest stima che le donne del Golfo controllino circa 246 miliardi di dollari, che nel 2011 diventeranno 385. Tra le dune dell’Arabia Saudita le donne possiedono circa un terzo dei conti bancari destinati al commercio e alle intermediazioni finanziarie e il 40 per cento delle aziende a conduzione familiare. Nel paese in cui le donne non possono entrare senza il permesso di un uomo in un ristorante da sole, possono avere imperi finanziari. Le banche si sono adeguate: alcune hanno perfino piani dedicati solo alle donne, che sembrano saloni di bellezza. Nel 2006 in Kuwait, in pieno boom delle azioni arabe, le donne hanno fatto lobby per avere un loro angolo alla Borsa valori, dove ora si servono tè e pasticcini.
«Stanno crescendo e hanno imparato a gestire le loro ricchezze», racconta Shaams Noori Rashid, dirigente del Forsa, un fondo avviato l’anno scorso solo per investimenti "rosa". Detentrici di ricchezze spesso ereditate, non potendo avvalersi di esperti finanziari maschi dovevano accontentarsi dei consigli dei maschi di famiglia. Non sempre azzeccati. Le banche occidentali si sono organizzate e cavalcano una sorta di rivoluzione femminile, non certo perché credano nella "causa", ma perché hanno ben chiaro il suo potenziale economico. Società di investimenti come Merrill Lynch e banche private come la svizzera Clariden Leu hanno preso di mira le miliardarie arabe con programmi di investimenti e corsi. «Questo non ha niente a che fare con la liberazione delle donne», dice Graham Bell, uno dei direttori della Bridge Partners, un’azienda di amministrazione di ricchezza, «è solo una questione di soldi». Moltissimi soldi.
Sheikha Lubna al Qasimi è una delle donne più influenti del Golfo. Ha studiato e lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti e una volta tornata in patria ha fatto ciò che voleva, diventando la prima donna presidente della Tejari.com, un’azienda commerciale importante, e ministro dell’Economia degli Emirati. Essere la nipote del re di Sharja, un piccolo Emirato vicino a Dubai, certo è stato d’aiuto, ma lei negli anni sembra aver dimostrato il suo valore. «La cosa più soddisfacente della mia carriera sta nel riconoscimento che ho avuto dagli uomini», dice Lubna, confermando che le donne, anche quando sono più che realizzate, cercano sempre conferme negli uomini. «So di essere un modello per le donne, penso di essere un ponte verso il futuro. Devo dimostrare agli uomini che non sono qui per combatterli, ma per creare un futuro anche per loro. Non credo sia tutta colpa dei maschi, è il modo in cui sono stati cresciuti, l’educazione ricevuta, l’ignoranza diffusa. Spesso l’Islam viene confuso con la tradizione. Bisogna lavorare con pazienza». Lubna ha ragione. L’Islam è prigione solo quando viene letto come tale, ma se ci si attiene alla storia, il profeta Maometto non aveva niente contro il lavoro femminile, tanto che la sua prima moglie era una ricca e intraprendente donna saudita che lo assunse per seguire i suoi affari sulla rotta siriana. Fu lei a chiedere a lui di sposarla. Sayeda Khadija dal VII secolo ha lasciato un’eredità che le donne moderne non vogliono lasciarsi sfuggire. «In realtà nell’Islam sono sempre state libere», afferma Sheikha al Mayassa al Thani, direttore del dipartimento che si occupa dei musei del Qatar, e figlia della seconda moglie dell’emiro, che durante i 13 anni di regno ha permesso alle donne di votare, abolito la censura e lanciato la rete televisiva Al Jazeera. Un uomo illuminato, grazie forse proprio alla seconda moglie, ambasciatrice dell’Unesco e promotrice di progetti per l’alfabetizzazione del Sud-est asiatico. Mayassa, nemmeno trentenne, studi umanistici alle spalle condotti in America, è riuscita a raccogliere in cinque mesi 30 milioni di dollari per le vittime dello tsunami.
Secondo il governo degli Emirati Arabi, nel 2004 le donne di affari ad Abu Dhabi erano 2.732, 3.760 a Dubai e 2.580 a Sharja. «Le statistiche stanno cambiando velocemente, il numero di donne arabe nel mondo degli affari cresce a vista d’occhio», spiega Raja al Gurg, presidente della Federazione delle camere di commercio degli Emirati e presidente della Commissione delle donne industriali. Per la rivista "Forbes", che ogni anno stila l’elenco delle donne più potenti nel mondo, la al Gurg è all’undicesimo posto. È stata preside di una scuola per diversi anni, poi suo padre, preferendola ai figli maschi, le lasciò l’impresa di famiglia: una fabbrica di acciaio. Oggi, come presidente dell’azienda, Raja al Gurg è responsabile di 23 compagnie commerciali e produttive, per un totale di 3 mila impiegati. Il gruppo è associato a nomi come Unilever, Siemens, Dunlop, Benetton e molti altri. «Non avrei mai pensato di darmi agli affari», dice la Gurg fasciata nel suo velo nero, «ma quando ho assunto il ruolo affidatomi da mio padre ho voluto dimostrare di essere brava. È indispensabile che le donne superino gli attuali limiti e puntino al successo». Nel 2003, insieme a 12 altre colleghe partecipò a Detroit al Forum mondiale delle business women: era la prima volta che intervenivano donne del Golfo.
«Senza l’incoraggiamento di donne forti e impegnate come le nostre first lady tutto sarebbe stato più difficile». Le prime donne arabe sono in effetti diventate un modello di modernità e un esempio per molte, senza farsi tentare da eccessi di mondanità. Rania, moglie di Abdallah re di Giordania, Asma, sposata al presidente siriano Bashar al Assad, o la più matura Susanne, sposata con l’egiziano Hosni Mubarak, sono tutte laureate in economia o informatica, parlano diverse lingue, hanno avuto esperienze professionali all’estero e spingono per una società più aperta. Nessuna di loro indossa il velo, portano gonne al ginocchio sfidando l’estremismo religioso dei loro paesi, pur restando fedeli ai valori tradizionali e familiari (Rania, per esempio, non ha mai smesso di accompagnare i figli tutti i giorni a scuola).
Le donne d’affari hanno raggiunto i vertici anche dei mega conglomerati. Lubna Olayan, l’araba più ricca al mondo, si occupa della saudita Olayan Group Investment, una delle più grandi multinazionali del Medio Oriente con partecipazioni in più di 40 compagnie. Nel settore governativo Sheikha Lubna al Qasimi, ministro dell’Economia negli Emirati, ha inasprito le regole del mercato per garantire maggiore trasparenza. Nel marzo 2007, invece, la Corte Suprema egiziana ha accolto 31 donne giudici. Questo non vuol dire che la situazione delle donne arabe sia davvero migliorata: ma per poche, fortunate e determinate, le opportunità esistono. «Solo il fatto di essere donne nella nostra parte del mondo rende tutto più difficile», ammette El Sallab, della Banca commerciale internazionale in Egitto: «Ma stiamo cercando di dimostrare che, con un’adeguata istruzione, credibilità e integrità nel modo in cui si gestisce il proprio lavoro, possiamo competere con gli uomini. E quelli intelligenti e senza paura ci permettono di farlo».

Giornalista di guerra e scrittrice

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