L’Espresso numero 20 del 21-05-2009 pagina 84

REPORTAGE

In difesa di Moby Dick
Attraverso i mari ghiacciati dell’Antartico pattugliano immense distese oceaniche per fermare i cacciatori di frodo. Un gruppo di temerari della Sea Sheperd Society armati di passione si lanciano contro le navi giapponesi. Le attaccano. Le speronano. E rischiano la vita per salvare le balene

di Barbara Schiavulli

Mi aveva salvato la vita. In mare. Ci siamo guardati negli occhi e ho intuito che lei capiva, anche se era solo una balena… La passione del capitano Paul Watson è cominciata con uno sguardo e una promessa: che per il resto della vita avrebbe lottato per proteggere le balene.
Trent’anni dopo, il capitano parte ancora all’arrembaggio per impedire che vengano cacciate tra le acque ghiacciate dell’Antartico. Ora la sua storia viene raccontata in una serie televisiva in onda su Animal Planet in sette episodi (ogni venerdì alle 22 sul canale 421 di Sky). Per tre mesi una troupe televisiva ha seguito le avventure del capitano Watson e del suo equipaggio mentre cercano di fermare la pesca di frodo delle navi giapponesi che in beffa alle leggi fanno razzie nei mari del Sud. I nemici di Watson sono i barconi norvegesi, giapponesi, danesi e non solo, che violano le norme internazionali in materia di caccia dei cetacei, mettendo in pericolo l’ecosistema. A rischio non ci sono solo le balene, ma anche delfini, orche e molte altre specie che fanno gola. La carne di balena finisce nei piatti di ristoranti esclusivi, il suo olio serve perfino come lubrificante per i missili balistici. Niente di nuovo. Una storia che nasce mille anni fa quando sono state scoperte le proprietà di questi animali che cantano e amano, hanno un cervello grosso quasi come quello umano e quattro lobi a differenza dei tre della maggior parte dei mammiferi.
Centinaia di anni dopo l’epoca in cui le ossa di balena servivano per i bustini e per il sapone e soprattutto l’olio per le lampade e i motori che hanno acceso la rivoluzione industriale, le balene, cacciate con mezzi sempre più sofisticati, continuano a morire, nonostante la scoperta del petrolio. Se non fosse per la Sea Shepherd Conservation Society, che Watson ha fondato nel 1977, dopo essere stato, cinque anni prima tra i fondatori di Greenpeace, nell’ultimo anno, nel mondo sarebbero morte 500 balene in più. Ne restano poche decine di migliaia. E i paladini delle balene sono pronti quasi a tutto per proteggerle. Vere e proprie operazioni di pattugliamento, in alcuni casi insieme alla guardia costiera, ma spesso soli quando ci si trova in mezzo al nulla polare. Pattugliano, localizzano. Cercano navi e poi le bloccano. Le assaltano. Le fermano. Le disturbano. Le sabotano. La lotta tra la vita e la morte delle balene si fa ogni giorno più serrata e la guerra è impari: «Ci chiamano ecoterroristi, ci chiamano pirati, chiamateci come volete, noi non lasceremo morire questi animali». Spesso collaborano con la guardia costiera. Ma non essere un’istituzione li rende sospetti a molti.
Per uccidere una balena ci vogliono 25 minuti strazianti. Di urla, di lamenti, di giravolte nel mare. Mentre i compagni scappano nelle profonde oscurità del mare, chi muore resta solo, in balia delle fiocine e degli arpioni, dei cavi che tirano e la sollevano su una barca dove gli uomini la faranno a pezzi. Il capitano Watson, accompagnato da una trentina di volontari (più di 4 mila negli ultimi tre decenni) provenienti da tutto il mondo, tenta di fermare il massacro. La diplomazia non è il loro forte. Speronano, usano cannoni d’acqua. «Non siamo violenti, ma siamo aggressivi», dice il capitano che in vita sua non ha mai fatto male a nessuno: «Attaccare oggetti non è violenza. Fare danni non è terrorismo». Dei suoi, invece, due sono stati rapiti, lui si è preso una pistolettata, molti sono stati minacciati e inseguiti. Anche il solo esserci può dare fastidio. E se vengono aggrediti dalle baleniere, sono pronti subito a informare la stampa, qualsiasi cosa pur di informare. In nome delle balene. Accanto a lui, uomini e donne audaci devoti alla causa, molti vegetariani, molti ambientalisti e animalisti, ma quasi tutti con un vita regolare. Dall’avvocato all’informatico, dal fotografo al soldato. Uno di loro, Christopher Aultman, pilota di elicottero, 38 anni, prima di unirsi al team di Sea Shepard ha prestato sei anni alla Marina americana. Veterano della prima guerra del Golfo, ha conosciuto l’effetto disastroso di milioni di barili scaricati nel golfo Persico durante la guerra.
Da allora niente per lui è stato come prima. Ci sono voluti anni prima che incontrasse il capitano Watson, ma il caso ha intrecciato le loro vite e ora Aultman ha volato con il suo elicottero durante le ultime tre campagne in difesa delle balene nell’Antartico. Amber, invece, sudafricana, circondata dall’ingiustizia dell’apartheid, da piccola salvava gli animali maltrattati. Da grande raccoglie le reti galleggianti alle Galapagos, combatte contro la caccia delle foche in Canada e affronta le baleniere nell’Antartico. La passione li unisce. E anche se ognuno ha capacità specifiche, quella è l’unica caratteristica che non deve mancare. «Se sei disposto a morire per salvare le balene, allora fai per noi», afferma il capitano: «Il nostro budget l’anno scorso è stato di 3 milioni di dollari. Abbiamo fatto 276 viaggi». Vivono di donazioni e di tre sponsor, «la Quicksilver che fa accessori da surf, la Lush che produce cosmetici, loro ci aiutano a informare la gente sugli squali e le balene e infine lo shampoo Paul Mitchell, che usa materiali organici e biodegradabili. E poi ci sono gli attori, come Sean Pean, Pierce Brosnan o Richar Dean Anderson, insomma, un presidente, uno 007 e MacGiver, tanto male non ci può andare. Loro non ci mettono solo la faccia, ma partecipano attivamente, Anderson è uno dei nostri direttori per esempio».
E poi ci sono le leggi che dovrebbero proteggere i cetacei. Ma non bastano. Per questo c’è il capitano Watson. Nel mare nessuno le rispetta. Esistono trattati, convenzioni, poche sanzioni. La commissione internazionale per la Caccia alle balene (IWC) ha fissato delle quote circa il numero delle balene che i paesi membri sono autorizzati a cacciare. La politica dell’IWC ha due eccezioni alla sua moratoria: la caccia aborigena alle balene e la caccia per scopi di ricerca. Quest’ultima è una scappatoia perfetta. In nome della ricerca, il Giappone ha ucciso negli ultimi vent’anni 25 mila balene. «Se non salviamo queste specie perdiamo gli oceani. Se gli oceani muoiono noi muoriamo. È semplice. Una questione di sopravvivenza», sostiene Watson, «non lotti perché ti piace. Non combatti perché sai che un giorno vincerai o perderai. Tu fai quello che fai perché è la cosa giusta da fare, l’unica che puoi fare. Una volta che hai realizzato questa verità, non ti preoccupi più delle conseguenze».
Barbara Schiavulli

Giornalista di guerra e scrittrice

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