L’Espresso numero 16 del 23-04-2009 pagina 84

MONDO
KABUL ultima speranza
Droga, sequestri, kamikaze, miseria. Eppure dopo 30 anni di guerra la città coltiva un sogno. Grazie ai giovani che guardano all’Occidente e puntano sulla pace da Kabul colloquio con Maulavi Abdul Wakil Motawakil
di Barbara Schiavulli
Rughe profonde solcano il viso di Khaled. Gli occhi scavati che guardano nel nulla, le labbra screpolate e il naso dalla pelle raggrinzita che sembra mangiato via. Ha 15 anni ed è eroinomane, la siringa gli pende dal braccio appoggiato su un gradino di un palazzo di Kabul. «Quando mi faccio sto bene. Non ho freddo, non ho fame. Non ho problemi», sussurra con la voce roca. Khaled ha perso i nonni durante la guerra civile degli anni ’90 e ha perso il padre durante il regime dei talebani. Sua madre mendica da un’altra parte della città, mentre i suoi fratelli sono profughi in Iran. Sono due milioni gli afghani che si abbandonano all’oppio: uomini senza lavoro, ex combattenti, ma anche madri e figli. «Ho cominciato quando ho perso mio figlio durante la guerra con gli americani. Un pezzettino, un altro, poi non ho potuto più farne a meno, un po’ ne davo anche agli altri bambini per tenerli buoni», spiega tra le lacrime Layla che non sa bene se ha 40 o 42 anni. Fortunata perché la famiglia l’ha portata in uno dei centri di riabilitazione per donne. «Droga, guerra, corruzione, rapimenti, kamikaze. Scegli in che modo vuoi morire e qui in Afghanistan lo troverai», dice un noto analista afghano, Matiullah Karuti. «Chi vincerà la guerra? Nessuno di quelli che l’ha combattuta, ma sicuramente la Cina, l’India e l’Iran. Perché quello che conta è l’economia. E questo è il Paese delle contraddizioni, da una parte il baratro, dall’altra un trampolino di lancio dove la gente si arricchisce come non avrebbe mai potuto in un paese normale».
Farada Taranà, 30 anni, quasi non può più uscire di casa. Da quando ha vinto "Afghan Star", il concorso musicale che ricorda lo statunitense "American Idol", i giovani impazziscono per lei. Gli estremisti vorrebbero ucciderla, ma con il sostegno della sua famiglia, questa ragazza rubiconda, truccatissima, ha sciolto con la sua voce i cuori degli afghani che hanno inviato decine di migliaia di sms per votarla. «Voglio diventare la cantante più famosa dell’Afghanistan e i talebani non mi fermeranno perché io sono il futuro, loro no». La presenza dei talebani impregna la vita degli afghani, riempie le pagine dei giornali e le discussioni politiche. Alla gente i politici non piacciono, «non sono affidabili», dicono tutti, pensano che siano corrotti e, in genere, hanno ragione. Tuttavia, non vogliono neanche i talebani, pur rimpiangendo il senso di sicurezza che aveva caratterizzato gli anni del loro brutale regime tra il 1996 e il 2001. Contrari anche alla presenza delle truppe straniere, che sempre meno pattugliano le strade di Kabul nella speranza che l’esercito afghano e la polizia locale riescano a farcela da soli. Gli afghani accettano la precarietà che li circonda.
Da una parte Kabul pullula di profughi che vivono tra le macerie delle case distrutte senza acqua, elettricità o un lavoro; dall’altra, le case dei quartieri bene hanno affitti che vanno dai 500 ai 6 mila dollari e i più alti li pagano gli stranieri (diplomatici o operatori di organizzazioni umanitarie), ricchi afghani tornati dalle varie diaspore e i politici. La città perennemente in guerra sembra sempre uguale a se stessa. Ma a guardarla meglio, qualcosa cambia. C’è, ad esempio, una pista per lo skateboard. Oliver Percovich, 30 anni, australiano, ha avuto l’autorizzazione per costruirla. Non avendo mai visto uno skateboard prima, i guardiani dell’Islam, non hanno ancora deciso il sesso di questo sport: maschi e femmine si contendono scivoli e pedane all’interno dell’esteso complesso di casermoni residenziali costruiti dai russi negli anni ’80. Tra i panni stesi da una finestra all’altra si respira un po’ di serenità. Anche se il pericolo è sempre in agguato. «Girare è diventato complicato, hanno dovuto creare dei percorsi obbligati per impedire i rapimenti dei bambini quando tornano da scuola», dice Rashid, un insegnante di 35 anni circondato da mamme che spingono passeggini, bambine sulle altalene e altri che giocano al pallone. In giro pochi burqa, le ragazze sorridono nei loro scialli colorati.
«Se solo capiste quanto è difficile essere donna in Afghanistan. Tra guerre, tradizione e ignoranza, ogni giorno è una lotta». Shukria Borokai, parlamentare afghana, non ha mezze parole. La sua casa è circondata da guardie di sicurezza, sa che ogni volta che apre bocca rischia la vita. Ma è irremovibile. Litiga con ogni parlamentare che non le porta rispetto e ha organizzato la lobby contro la legge che legalizza lo stupro delle mogli sciite. La figlia dodicenne le gira intorno, jeans stretti, ipod alla mano, e videomusic in tv. «Le generazioni future saranno diverse, stanno già cambiando. Tutto però ora è congelato dalla situazione che ci circonda. Le mie figlie vivono in questa prigione dorata perché la guerra non è ancora finita ed è difficile prevedere quanto durerà». A un’altra donna che si rifiutava di restare reclusa è andata peggio. Sitara Achakzai, 52 anni, consigliere provinciale a Kandahar è stata uccisa da due uomini in moto. Aveva già in tasca un biglietto aereo per lasciare il Paese a maggio, non ha fatto in tempo.
Cambierà? Vincerà chi vuole il progresso? Difficile dirlo. Gli aerei americani hanno sganciato sull’Afghanistan nel 2007 1.956 tonnellate di bombe contro le 163 tonnellate del 2004: un incremento del 1.100 per cento. Nel 2008 invece c’è stata una diminuzione del 33 per cento. Un cambio di strategia. «Le operazioni in Afghanistan dureranno a lungo», ammette il generale della Folgore, Marco Bertolini, capo di Stato Maggiore di Isaf: «Non ci sono vie di uscita facili, ma gli afghani sono stanchi della guerra». Secondo il colonnello Greg Julian, portavoce di Enduring Freedom, solo il 6 per cento della popolazione sostiene i talebani che tengono impegnati i militari della coalizione (61 morti nell’ultimo mese) nel sud e nell’est. È lì che confluiranno i 21 mila soldati americani di rinforzo, oltre ai cinquemila della Nato (tra i quali almeno 500 italiani) per una forza militare che toccherà le 100 mila unità. «Il potenziamento della Nato è funzionale alle elezioni», sottolinea Julian, «ce ne vorrebbero di più». I soldati americani sono divisi tra Enduring Freedom, «quelli che fanno il lavoro sporco», e Isaf, di cui fanno parte tutte le le nazioni della Nato. «Sarebbe più comodo accorpare tutto, ma alcuni Stati hanno dei problemi con la parola guerra».
Qualche problema ce l’hanno anche gli americani. Un soldato di 20 anni si è appena sparato in bocca. Qualche giorno prima un colonnello è stato rimpatriato per disturbi mentali. Tra i veterani di Iraq e Afghanistan, 5.000 statunitensi hanno tentato il suicidio. «La guerra segna», ammette il portavoce, «senza un’adeguata terapia, alcuni di noi sono tornati e hanno sterminato le famiglie. Prima o poi, però, questa guerra finirà, saranno i politici a deciderlo». L’Afghanistan è diventato il confronto decisivo per Barack Obama, il quale non smette mai di ripetere che all’invio delle truppe verrà affiancata un’azione diplomatica senza precedenti. Al tavolo ci sono tutti quelli che l’ex presidente Bush aveva snobbato: iraniani, pakistani, sauditi e soprattutto i talebani. Gli obiettivi sono cambiati, se prima era necessario sbarazzarsi dei talebani e di Al Qaeda, ora si pensa di riabilitare i talebani moderati e coinvolgerli nel processo di pace. Alcuni di questi, spesso ex detenuti delle prigioni di Bagram e Guantanamo, sono diventati apripista, come l’ex ministro degli Esteri, Malawi Motawakil (vedi box a pag. 86) o l’ex ambasciatore a Islamabad, il mullah Abdul Zaif che commenta: «Continuare a combattere non è più una soluzione. Anche se abbiamo il dovere di difendere la nostra terra dall’invasione straniera. Appena gli americani se ne andranno, troveremo un accordo». Secondo fonti diplomatiche, in vista delle presidenziali di agosto i talebani sosterranno velatamente l’attuale presidente Karzai o per lo meno non impediranno alla gente di andare a votare.
«Le elezioni sono una farsa, tre mesi di campagna elettorale sono ridicoli, Karzai ha il Paese tappezzato di foto, noi non facciamo neanche in tempo a stampare i volantini», si lamenta Anwar Ul Haq Ahadi, ex ministro dell’Economia dimessosi dopo quattro anni di carica per candidarsi alle elezioni. In ogni caso a votare Ainata Muhammad Zai, non ci andrà. È l’attrice più amata del momento, viso delicato, occhi da cerbiatta, nel prossimo film interpreterà una poliziotta afghana. «Adoro il mio lavoro», sostiene la diciottenne che ringrazia Allah di avere un marito comprensivo. «L’Afghanistan è in guerra da prima che io nascessi. Ora però è il momento per noi giovani di non arrendersi». E i giovani non si arrendono: Ali vende frutta al mercato la mattina, poi fa l’autista per un’organizzazione non governativa e la sera studia all’università: «Voglio diventare un dottore». Ma per uno che studia, dieci altri affollano le file dei disoccupati. I posti di lavoro si comprano, come i gradi militari o una moglie. «Per avere un posto da inserviente al ministero degli Interni, ho pagato mille dollari», dice un uomo che porta il tè e svuota i cestini nelle stanze del potere per cinquanta dollari al mese. Stesso stipendio per un poliziotto. «Ho moglie e tre figli. L’affitto di casa costa 150 dollari, se ne guadagno solo cinquanta, gli altri li devo trovare in altro modo», confida l’agente Muhammad Zahir. Molti poliziotti corrompono qualcuno per poter lavorare ai posti di blocco sulla nuova autostrada Kabul-Kandahar, dove possono estorcere denaro ai camionisti. «Il problema non sono solo i talebani», conferma il colonnello Julian: «bisogna aggiungere la criminalità, la povertà, la corruzione». E i Signori della Guerra. Grazie all’amnistia molti siedono in parlamento. Sulla via della redenzione anche Gulbuddin Hekmatyar, legato ad al Qaeda, che sulla testa ha una taglia di 25 milioni di dollari, ma i cui emissari negli Usa trattano con l’amministrazione Obama. «Se penso a questo paese mi viene il mal di testa», afferma Muri Akramì, 30 anni, che ha aperto un centro antiviolenza per ragazzine stuprate, vendute e picchiate: «A volte non so neanche da che parte cominciare, allora chiudo gli occhi e tiro un sospiro. La vita è come l’Afghanistan: ci si libera delle macerie e si ricomincia»•

Giornalista di guerra e scrittrice

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