L’Espresso numero 46 del 20-11-2008 pagina 48

PRIMO PIANO
AFGHANISTAN la resa dei conti
È qui che il presidente Obama giocherà la sua partita più difficile. In un Paese dove
i talebani controllano molte province. In attesa di attaccare la stessa capitale da Kabul
di Barbara Schiavulli
Un paese accartocciato su se stesso. Sette anni di guerra e l’Afghanistan, che all’inizio del 2002 pullulava di speranze e possibilità, è una terra sempre più violenta, spaventata e minacciosa. La capitale Kabul, punteggiata di centri commerciali per chi ha fatto soldi, di locali dove entrano solo gli stranieri mostrando il passaporto, brulica di ragazzini che raccolgono l’immondizia e vecchi mutilati che chiedono l’elemosina. Da Kabul non si esce, presidiata da militari locali e internazionali, è una grande green zone afgana, dove 4 mila stranieri si guardano le spalle e se le fanno coprire dagli addetti alla sicurezza. L’autostrada che corre verso sud, ricostruita dagli americani con 250 milioni di dollari, è impraticabile, controllata dai talebani e devastata dai crateri degli ordigni esplosi al passaggio dei mezzi militari. Nella provincia di Ghazni "gli studenti del Corano" rilasciano carte d’identità con lo stemma dell’Emirato. In quella di Helmand hanno istituito tribunali: dirimano le dispute, giustiziano i criminali. Si sono sostituiti allo Stato che non è mai arrivato se non, dicono gli afgani, per rubare soldi e arricchirsi con la droga. Stessa cosa anche per la strada che porta in Panshir a nord. Neanche i russi avevano espugnato il regno dell’Alleanza del Nord. E a Kabul?
Alcune zone sono sicure, altre off limits. Ogni giorno arrivano valanghe di mail dalle ambasciate con le zone dove non andare. I talebani si avvicinano. Molti dicono che sono già in città. Gli ultimi attentati, per gli analisti, sono anche un modo per sondare il terreno. Il rigido inverno, ormai alle porte, potrà placare per un po’ il livello di scontro. Ma se a Kabul si respira una leggera brezza di normalità che muove gli alberi dei magnifici giardini di Babur affollati di famiglie che passeggiano, fuori, nell’Afghanistan delle campagne, dei villaggi, dei talebani, dei signori della guerra e della droga, si combatte. Un conflitto complesso. L’Afghanistan è un crogiolo di razze e di problemi. Una terra inospitale, di dirupi, montagne, che i combattenti percorrono come camaleonti, conquistando villaggi. Da una parte i talebani, dall’altra l’inesperto esercito e la corrotta polizia afghana, i laboriosi militari della Nato e quelli americani di Enduring Freedom. La guerra in Afghanistan non è vinta. Gli obiettivi cambiano. La strategia, soprattutto quella americana, cambia.
Nel quartiere generale della Nato, nel centro di Kabul, ci sono i militari di 60 nazionalità diverse. Ognuno sta con i suoi. Barack Obama piace alla maggior parte dei soldati americani. Gli afroamericani esultano orgogliosi. Ma l’energia della novità travolge un po’ tutti. «L’America aveva bisogno di cambiare faccia», dice un tenente della Florida: «Adesso però dobbiamo vedere se Obama è in grado di fare di più, di migliorare la situazione qui». Obama? «Speriamo solo che non sia la versione maschile di Condoleezza Rice», commenta Hamid Mojda, un noto analista afgano. L’Afghanistan scalza l’Iraq e diventa uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Obama. «Aumenterò di due brigate (circa 9000 uomini) il contingente», ha ripetuto in continuazione. Ci sono circa 60 mila soldati in Afghanistan, dei quali più o meno la metà sono americani. In Iraq invece sono il triplo, in un paese più piccolo. Secondo i generali, a Kabul ne servirebbero almeno 15 mila in più, ma in America ce ne sono solo 4.500 disponibili se continua la guerra in Iraq. I vertici militari americani non si sbilanciano: aspettano di sapere cosa deciderà il nuovo presidente. Ma per tutti la speranza è che si faccia meno la guerra e si punti più sulla diplomazia.
Per riportare la pace nel Paese, l’inviato dell’Unione europea, Ettore Sequi, pensa che la chiave sia "l’inclusione": «Si tratta di instaurare un dialogo con gli insorti, ponendo però come limite ai negoziati la Costituzione: chi sarà disponibile a far parte del processo di stabilizzazione, sarà il benvenuto, ma dovrà rispettare le leggi. Ma è necessario negoziare da una posizione di forza e ciò è possibile solo mantenendo la presenza militare». Sequi si aspetta che Obama chieda presto alla Nato un maggior spiegamento di uomini. Il governo afgano sembra d’accordo: non è ancora il momento di andarsene, ci vuole tempo e un esercito e una polizia locale più affidabili.
Anche la strategia dei talebani è cambiata. «Non ci affrontano più direttamente, non cercano lo scontro e questo è un segno di debolezza. Ci sono più attacchi kamikaze», ci dice il generale Richard Blanchette, portavoce militare della Nato. Sarà segno di debolezza, ma sta di fatto che mai l’Afghanistan in questi sette anni è stato così pericoloso. Secondo un rapporto confidenziale delle Nazioni Unite, ci sono stati 986 attacchi nel mese di agosto. Solo lo 0,31 per cento in più del mese precedente, ma il 44 in più rispetto all’agosto 2007. La media del 2006 era di 402 attentati al mese, quella del 2008 è di 715. Nel 2003 furono 504 in tutto l’anno, ora siamo già a 6.792 con una stima per fine anno intorno agli 8.500. Un record. Le zone più pericolose sono il Sud e l’Est lungo il confine pachistano lungo 2.640 chilometri. Anche in altre regioni, come in quella di Herat, si segnala il passaggio dei talebani, che cercano un momentaneo riparo dalla battaglia che infuria nel Sud.
«Questa guerra non si può vincere», ammette il generale Blanchette. Del resto, la strategia occidentale sta cambiando. «Dopo sette anni di guerra, di morti e di scarsi risultati, la coalizione e il governo afgano stanno facendo ora quello che potevano fare sette anni fa: parlare con i talebani», Per il generale americano David McKiernan, comandante delle forze Nato in Afghanistan, i fattori chiave sono il cambio di leadership del governo pakistano, il dialogo con i talebani e riuscire a dare al Paese sicurezza, e non solo fisica, anche economica. Qui d’estate la gente muore per la guerra, d’inverno per il freddo e la fame.
Non dispiace, poi, un’idea del generale David Petraeus, neo comandante di tutte le forze americane all’estero: pagare e armare i leader tribali perché combattano al posto dei militari stranieri, una sorta di Consiglio del risveglio, che ha funzionato con i sunniti contro Al Qaeda in Iraq. Dall’America nei prossimi mesi si attendono risposte importanti. Una politica che inverta la direzione verso la quale sta precipitando l’Afghanistan.
«Non so come supererò questo inverno. Forse metterò qualcuno dei miei figli in un orfanotrofio», dice Ramatullah, un afgano che vive nella zona ovest di Kabul, quella distrutta dalla guerra civile, prima che arrivassero i talebani. Otto figli polverosi aggrappati al burqa azzurro della moglie invisibile, uno scheletro di casa tra le rovine, senza riscaldamento, senza bagni, è tutto quello che possiede. Niente lavoro, parenti persi nelle varie guerre e una gamba di plastica. E aggiunge «I talebani ci piacevano all’inizio come gli americani, sembrava portassero pace. Ma non è stato così. Non è mai così. Ognuno ha i suoi interessi. E noi poveracci ne paghiamo il prezzo». Non si augura il ritorno del regime, ma gli manca quel breve periodo di sicurezza, dove camminare per le strade non era piacevole, ma possibile, lasciando la porta di casa aperta.
Oggi, nell’immaginario collettivo, chi lavora per il governo è corrotto, dal postino al generale, dal presidente Karzai all’ultimo degli uscieri di palazzo. «È vero, la percezione afgana dell’autorità è incancrenita, ma la situazione sta migliorando», ci racconta Fernando Gentilini, il rappresentante civile della Nato. Si occupa di ricostruzione. Dal suo ufficio arriva una ventata di ottimismo, "cauto", come non manca di aggiungere: «Per la sicurezza c’è ancora molto da fare. Ma progressi ci sono stati: sei milioni di bambini che vanno a scuola, la sanità migliorata, milioni di persone pronte ad andare a votare. Gli afgani secondo i sondaggi non vogliono i talebani, vogliono la pace». Solo poche ore dopo, nel giro di pochi minuti, giunge la notizia che due militari spagnoli sono morti in un attacco nella provincia di Herat, un americano è stato ucciso in un’altra provincia, mentre è stato sventato un attentato non lontano da un avamposto delle truppe italiane.
«I prossimi siamo noi», commenta amareggiato un militare italiano. Altri soldati di diverse nazionalità scuotono la testa e parlano di un abisso che li divide dagli alti ufficiali e dai politici che cercano di infondere speranza alle truppe. Difficile tirare su il morale di chi opera nel fango, nella polvere, nel continuo pericolo. «Obama manderà altri uomini», dice un soldato texano: «E allora prepariamo altri sacchi, perché solo così torneranno a casa»•

Giornalista di guerra e scrittrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: