L’Espresso numero 47 del 27-11-2008 pagina 53

PRIMO PIANO
Per vincere, servono più uomini

colloquio con il generale Paolo Serra
di Barbara Schiavulli
Il generale Paolo Serra, comandante della brigata alpina Julia, dal 10 ottobre scorso è il capo dell’Isaf Regional Command West ad Herat. Generale Serra, come valuta la situazione nell’area sotto il suo controllo? «Difficile. Insicura. Servono più forze afghane che siano in grado di prendere in mano il Paese. Ad agosto questa zona era nel momento di massimo trasporto di oppio. Il narcotraffico e il terrorismo sono legati e incrementano gli attacchi, e ora ci si aspetta una nuova recrudescenza anche in vista del fatto che non ce ne stiamo chiusi nella base. Abbiamo occupato posizioni scomode, tra le montagne, lungo i confini, dove nessuno era mai arrivato. Diamo fastidio e non nego che ci siano stati scambi di punti di vista diversi coi capi tribali. E poi ci sono gli ordigni, sono efficaci anche grazie alla scarsa viabilità, rallentano i movimenti, creano ansia. In questo periodo autobombe speronano i convogli, d’altra parte noi siamo visibili e loro no». E la gente? «La gente ci aiuta. Loro sanno distinguere tra i forestieri. E sanno anche che noi ci difendiamo, se serve, a tutta forza. Abbiamo mezzi e elicotteri, potere di fuoco». Tutto questo costa. Alle forze armate nel 2009 verranno tolti 838 milioni rispetto al 2008. Non si rischia di compromettere le attività? «Per ora no. Certo è che, prima o poi, con i fondi disponibili, sarà difficile lavorare, si finirà per dare delle priorità: la brigata in partenza per l’estero, avrà i soldi per l’addestramento, gli altri salteranno all’anno successivo. Il rischio è una caduta di qualità. Se, come sembra, la nostra zona di competenza si allargherà, ci vorranno più uomini. Intanto per quest’anno e il prossimo saremo ancora operativi nell’addestramento dei soldati afghani, poi, forse, si dovranno usare reparti di altre nazioni, rendendo tutto più complesso, tra lingue, procedure, traduzioni». Quanto durerà la presenza straniera? «Perché la situazione migliori davvero bisognerà aspettare una generazione. Con noi c’è una compagnia albanese. Dieci anni fa noi eravamo nel loro Paese e questi militari erano bambini. Magari tra dieci anni, saremo in un’altra missione con una compagnia afghana». Un italiano che ricordo porta a casa dall’Afghanistan? «Questo paese ti lega. Ti abbraccia. Al di là dei paesaggi straordinari, sono le persone che ti colpiscono, la dignità degli anziani, che spesso sono giovani, perché i vecchi sono tutti morti. Rispetto questi ragazzi che lavorano per noi, con la schiena dritta, instancabili, pensando solo alle loro famiglie. Qui si impara il rispetto, questo si porta via, oltre alla polvere».

Giornalista di guerra e scrittrice

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