L’Espresso numero 47 del 27-11-2008 pagina 50

PRIMO PIANO
Sulla linea del fuoco

Autobombe. Ordigni al passaggio dei convogli. Attacchi con armi pesanti. È il bollettino quotidiano della missione dei soldati italiani. Sempre più esposti agli assalti dei talebani da Herat
di Barbara Schiavulli

La base italiana vicino all’aeroporto di Herat è scossa come da un’onda di terremoto. È presto e i militari stanno ancora dormendo. Si precipitano fuori dai letti, spalancano le porte dei container, si gettano nel freddo di una mattina afghana senza sapere bene cosa sia successo e da dove arrivi quel tonfo che sa di morte. Un’autobomba è esplosa al passaggio di una colonna di mezzi americani. Tre soldati sono rimasti feriti, evacuati e portati di corsa alla base italiana per le prime cure. Un camion bomba era stato segnalato, era atteso. E il botto è arrivato. Nessuno si stupisce, dall’intelligence arrivano almeno dieci allarmi al giorno. Ordigni, scontri a fuoco, auto bombe e kamikaze, la zona ovest dell’Afghanistan, da sempre una delle più sicure, ora non lo è più. Qui, divisi in più basi, e avamposti sperduti, sono di stanza i soldati del contingente italiano. Circa 1500 uomini affiancati da militari spagnoli, bulgari, statunitensi, albanesi, per una forza totale di 2800 persone che tenta di controllare un’area grande come tutto il nord e il centro Italia. «Non siamo abbastanza, e non sono sufficienti nemmeno i militari afghani che stiamo addestrando», ammette un ufficiale friulano. Nell’ultimo mese, gli incidenti, non quantificati ufficialmente per ragioni di sicurezza, hanno riguardato auto bombe nel 12 per cento dei casi, ordigni nel 16, attacchi con armi leggere (25) e con armi pesanti (50). Nella zona di Herat, al confine con l’Iran e il Turkmenistan, i talebani erano l’ultimo problema, già c’erano il traffico di droga, la povertà e il freddo a rendere difficile il lavoro dei nostri soldati. Ma sacche di militanti ora entrano in questo territorio spinti alla fuga dagli americani che combattono a sud. Salgono, ma non sembrano trovare, come altrove, un largo consenso tra la popolazione favorevole. I militari lavorano da anni per guadagnarsi la fiducia della gente.
«Il nostro approccio si è rivelato efficace», racconta il colonnello Luca Covelli, comandante del Prt (Provincial Reconstruction Team), una piccola base al centro di Herat. Gli italiani hanno adottato un metodo ora imitato da tutti gli altri contingenti che si dividono l’Afghanistan: si entra nella vita della gente con rispetto, si chiede di cosa hanno bisogno, li si aiuta, e diventano amici. «Ma se c’è bisogno ci si difende, senza mezzi termini», precisa il generale Paolo Serra. E racconta di un paesino nella zona di Bala Murghab, nel nord, dove giunti con il cibo in spalla i nostri sono stati accolti dal fuoco dei giovani del villaggio: «Abbiamo risposto. E risposto ancora, ma quando siamo riusciti ad avvicinarli, gli abbiamo chiesto se preferivano il cibo che portavamo o continuare a sparare. Sono rimasti a bocca aperta. E hanno smesso». Aiuto concreto, è la ricetta. I soldati hanno quasi finito di costruire un ponte che permetterà un collegamento più sicuro con Herat. In alcuni villaggi sperduti tra le montagne e dove da anni non si vedevano stranieri, i vecchi capi tribali che si sono imbattuti negli italiani hanno pensato che fossero ancora i russi rimasti qui dagli Anni Ottanta, innescando scontri ed equivoci. D’altra parte la maggior parte dei residenti dell’area vive in zone montuose, in valli disseminate da piccole oasi dove scorrono fiumi che ghiacciano d’inverno e seccano d’estate. L’analfabetismo è quasi totale, così come la mancanza di strutture sanitarie e di base, come l’acqua e l’elettricità.
Ad Adraskan, un punto nel nulla del deserto, ad una ottantina di chilometri da Herat (significa almeno un giorno di viaggio in macchina) una ventina di carabinieri del Tuscania e qualche militare dell’Esercito addestrano la polizia afghana. «Qui è dura, sembra di essere dimenticati dal mondo. L’altro giorno hanno trovato una macchina piena di esplosivo vicino all’ingresso, prima o poi ci beccano. E c’è gente che non riesce neanche a tornare a casa quando ha finito la missione, perché la Difesa ha ridotto i voli», dice un militare esausto. Quattro voli al mese. E se non sono i tagli, è il tempo inclemente che impedisce agli aerei di decollare. Un fortino Adraskan, ma anche tutti i piccoli avamposti che portano fino a sud nella turbolenta Farah, laggiù in un territorio che nel giro di pochi chilometri è solcato da altissime catene montuose dalle cime innevate, per poi scomparire in deserti sconfinati punteggiati di piccole zone verdi popolate di greggi. Dietro a una cima, piccole casette di fango nascondono la vita di quasi tre milioni di persone che affollano la regione. A Herat, adesso ci sono gli alpini, oltre a gruppi del genio, del Tuscania, sparsi per gli avamposti. Gli italiani, nei loro ingombranti giubbotti antiproiettile, lavorano, costruiscono scuole, ospedali, pozzi, ponti, vanno a trovare capi anziani, leader religiosi e governatori, cercando di aiutare, di far capire che sono solo ospiti. Prendono il tè con gli anziani, togliendosi le scarpe in moschea, ma senza abbandonare il fucile. «Qui studiano 11 mila bambini», dice il colonnello Covelli, indicando una scuola un po’ diroccata. I ragazzini fanno diversi turni o stanno all’aperto. Gli italiani vicino alla vecchia scuola ne stanno costruendo un’altra. Portano penne, cartelle, vestiti. Ma aiutare la popolazione non basta a rendere sicura la zona. Neanche avere il favore e la simpatia della gente. Se non si può solo combattere, non si può neanche solo costruire. Bisogna che questo Paese sia in grado di farcela da solo. E gli italiani addestrano i soldati afghani.
A Camp Stone si arriva con i mezzi blindati Lince seguendo una strada nel deserto per evitare quella asfaltata dove male intenzionati potrebbero nascondere qualche ordigno. I mezzi, tra i più sicuri al mondo, sobbalzano tra lo rocce, sollevano nuvole di polvere. «Questa base è divisa tra truppe occidentali e il 207° corpo d’armata dell’esercito afghano», spiega il maggiore Arturo Lazzaris. Agli afghani non si insegna a combattere (nel campo hanno esperienza da vendere) ma ad organizzarsi. «Stiamo cercando di standardizzare le procedure, di far loro capire che se si parte per un’operazione devono portarsi anche da mangiare, da dormire. La logistica per gli afghani non esiste. Difficile è anche riuscire a lavorare senza imporsi, le nostre mentalità sono molto diverse e gli afghani non accettano ordini dagli occidentali, quindi tutto deve passare come se fosse un consiglio», spiega Lazzaris. Nel campo ci sono tra ufficiali e gradi più bassi, 164 europei: italiani (107), spagnoli (50) e sloveni (7). Quattro mesi di addestramento per diventare un soldato dell’esercito afghano. «La loro professionalità rappresenta la speranza di un prossimo ritiro», dice il capitano Antonio Bernardo, portavoce della base di Herat. Ribadisce il maggiore Lazzaris: «Sono veri combattenti, non hanno paura di nulla ma non hanno il concetto di pianificazione e molti non sanno né leggere né scrivere». Il 207° ha 4500 unità per presidiare una zona grande come da Torino a Trieste. Impossibile. «E poi ci sono le assenze ingiustificate. Quando c’è la raccolta dell’oppio molti di loro se ne tornano a casa e spariscono, oppure si stufano, o capita che non abbiano i soldi per tornare in caserma».
Un militare afghano guadagna circa ottanta dollari al mese. Mandano a casa tutto quello che possono e cercano di vivere con niente. Ma solo il volo da Kabul ad Herat con una delle compagnie locali costa 90 dollari. Dice Muhammad Khavari, capo di stato maggiore del 207°, uno dei cinque corpi di armata del paese: «Stiamo assorbendo l’esperienza degli italiani, sono persone in gamba, anche se è inevitabile che ci sia una forte diversità culturale, ma loro al contrario degli americani ci rispettano». Khavari ha dovuto imparare a fare il generale secondo i nostri standard. È un veterano della guerra, ha comandato un’unità che preparava il jihad in Pakistan contro i russi, poi è fuggito con l’arrivo dei talebani, è tornato con caduta del regime degli studenti coranici e si è arruolato nel nuovo esercito. «In Afghanistan i problemi non si risolvono con la guerra ai talebani, la soluzione è negoziare. I nostri nemici poi non sono solo loro, ma anche il Pakistan e l’Iran. È decisamente ancora presto», confida, «perché gli stranieri se ne vadano. Finiremmo per riprendere a combatterci tra di noi». Pericolo sempre presente.
Herat è un piccolo mondo. Governatore a parte, sono tre le persone che comandano, dividendosi la città come da migliore letteratura mafiosa. Sono Ismael Khan, anziano e potente signore della guerra, a cui la gente bacia la mano con riverenza e che controlla il centro, Radaidad; un altro capo pashtun e YaYa Khan, un signorotto che domina il distretto di Ghuzara, dove passa la strada dall’aeroporto alla città: nella sua area non c’è ordigno che possa essere piazzato senza il suo permesso.
Da Kabul arrivano voci di rinnovamento. Il neo ministro degli Interni ha promesso di intervenire con decisione per combattere la violenza ad Herat, dove rapimenti e razzie sconvolgono la normale vita quotidiana. Il ministro potrebbe cambiare tutti i vertici della sicurezza, corrotti. Intanto gli italiani vanno avanti. Sanno di essere pochi e sanno di essere ogni giorno di più in pericolo. Sanno anche che non possono mollare proprio adesso. E quando gli allarmi bomba aumentano, quando lo scoramento rischia di prendere il sopravvento, si consolano guardando la gente che passa. La gente normale, quella che non è coinvolta nei traffici, che non vive di guerra, sorride. E li saluta•

Giornalista di guerra e scrittrice

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