Precisi, corretti, efficienti. All’aeroporto di Londra non si può sbagliare. Sorridono, indicano, aiutano, anche se sei arrivata in ritardo e anche se aspettano solo te per partire, neanche una vena pulsante corruga le fronti delle hostess sorridenti che ti chiudono il portellone alle spalle. Quando si riaprirà l’ordine sarà sparito. L’aeroporto di Islamabad, ribattezzato Benazir Bhutto, ti inghiottisce con le sue voci, i suoi facchini che fanno a gara per portare i bagagli, i poliziotti che ti spingono in file diverse per controllare il passaporto. La capitale è avvolta da un foschia leggera e umida, è tutto grigio, assomiglia all’Eur con i suoi viali alberati e gli edifici di Stato e quel traffico disordinato che rende un po’ vivace la città. Il verde degli alberi è impolverato, non brilla sulla strada, sembra spegnere il paesaggio e i colori grigi e marroncino degli uomini che passeggiano, non aiuta di certo. Per fortuna ci sono le donne con i loro abiti sgargianti. Mi chiedo come possano camminare senza calze, non fa freddissimo ma nemmeno caldo.

Sono appena arrivata, un po’ stanca da tante ore di volo, ma non vedo l’ora di partire per la prossima storia. Questo posto travagliato ha sempre qualcosa da raccontare, come l’anno scorso, con l’appassionato movimento degli avvocati, la morte della Bhutto e le elezioni.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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