Non ho detto quasi a nessuno dei miei amici che avevo vinto il premio Antonio Russo. Di fatto, un premio abbastanza prestigioso per il giornalismo di guerra. Ma mi sembrava di non avere nulla da festeggiare. Ogni volta che vinco qualcosa mi sembra di essere inadeguata. In fondo per anni, è un po’ come se avessi imposto le mie storie. Ero sempre io quella che voleva andare e voleva fare. In realtà nessuno mi ha mai chiesto di andare in Iraq o in Afghanistan. Ero io che mi appassionavo a queste storie, a queste vite interrotte, agli sguardi della gente. In più in questo periodo non sono particolarmente di buon umore. Allora, ancora, perché festeggiare?

Poi sono andata al premio, ho guidato per duecento chilometri attraversando l’Italia e scoprendo che mi ero dimenticata la patente a casa solo quando sono arrivata a Villafranca. Solo un mio amico che abitava sull’altra sponda ha assistito alla cerimonia. E mi ha regalato una sua canzone molto bella, forse ancora più pesante del premio che ho ricevuto. Quando la presentatrice ha letto la motivazione del premio, mi sembrava che parlasse di un’altra, poi però tra una domanda e l’altra mi sono venute in mente le persone che ho incontrato in questi anni, quelle che si sono sedute con me e mi hanno srotolato le loro vite con rabbia, con lacrime, con gioia o con dolore. Il premio hanno detto che era per il mio coraggio, ma non ci vuole coraggio a seguire la propria strada, a fare quello che si pensa sia giusto. Si fa e basta, anche quando è difficile, anche quando ci sono problemi. Si sceglie sempre chi si vuole essere.

Quindi divido con voi questa piccola motivazione, che mi ha ricordato, che forse da festeggiare in fondo qualcosa c’era.

 

 

LA MOTIVAZIONE PER IL PREMIO ANTONIO RUSSO 2008

Basterebbe parlare di coraggio per motivare un premio a Barbara Schiavulli. Quel coraggio che lei, così giovane,  ha sempre dimostrato nel suo lavoro: affrontando da sola le trasferte più insidiose, senza avere alle spalle le strutture e il denaro delle grandi case editrici, ma anche correndo ogni genere di rischio per amore della verità.

Una figura di free-lance rara, la sua: una "libera professionista" che, a un convegno politico o a una sfilata di moda preferisce un viaggio a Bagdad o a Kabul nei momenti in cui nessun altro reporter si avventura in luoghi tanto pericolosi. E così lei gira per le strade deserte di città assediate dalla guerra o dal terrorismo vestendosi da donna araba o spacciandosi per sordomuta.

Eppure il coraggio è solo uno dei tratti caratteristici di Barbara: i suoi documentati  e puntuali reportage di guerra sono pubblicati sulle pagine di importanti testate italiane (La Stampa, L’Espresso, Il Messaggero, l’Avvenire), sono stati ripresi da giornali stranieri, da radio e tv, da siti internet a conferma del valore dei suoi servizi e delle sue storie. Storie non solo di vicende militari ma che raccontano soprattutto il dramma dei diritti umani violati e la sofferenza di chi la guerra la subisce di più, le donne e i bambini.

Giornalista di guerra e scrittrice

15 Comment on “Festeggiamo?

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