Mario scrive in un suo commento al rapimento della mia Amica Amanda:
"Non è giusto camminare sulla lama di un coltello: ci si può ferire nella migliore delle ipotesi, oppure morire, magari a trent’anni. E’ sicuramente suggestivo o forse emozionante, o appagante per quella inesplicabile sete di conoscere e di andare a fondo nella realtà più dura dell’uomo. Qualcuno dovrà raccontarla? Chi è "investito" da tale missione? E perchè?  La Somalia….è una sfida alla vita, un laboratorio del peggio dove l’odio prepara i futuri anni di crudeltà. Andarci, disarmati, coraggiosi, e inermi….una vocazione al martirio? Perchè?".
 
E’ una domanda che mi viene fatta spesso. Mi viene anche chiesto per quale motivo uno Stato dovrebbe pagare il riscatto per un giornalista che ha deciso di andar in un posto pericoloso.
 
Non so se ho le risposte giuste. So che mi fa un po’ tristezza che qualcuno si chieda la ragione per la quale dobbiamo essere presenti e raccontare quello che accade in ogni parte del mondo. Ci sono posti facile e altri difficili. Ci sono giornalisti portati a seguire la moda e il gossip, altri che riescono ad affrontare la guerra e situazioni estreme. Nessuno di noi ha la vocazione al martirio. Nessuno pensa di poter venire ucciso e neanche ferito. Nessuno cerca gloria, soprattutto tra i freelance che scrivono, meno per i giornalisti televisivi che appartengono ad un mondo a parte. Nessuno di noi diventa ricco. Eppure c’è qualcosa che spinge a farlo. Credo sia qualcosa di molto simile al lavoro di un vigile del fuoco. Nessuno sano di mente entrerebbe in una casa infuocata, ma ci sono persone esperte che lo fanno per salvare qualcuno. Questo non significa che ogni tanto non sacrifica la pellaccia. Lo stesso vale per noi. Certo non salviamo persone, anche se non è del tutto vero. Proteggiamo le idee. Le diffondiamo. Denunciamo crimini o semplicemente raccontiamo storie o a volte anche la Storia.
 
Probabilmente a nessuno interessa il parere dei Talebani su un dato argomento, ma se si vuole capire il mondo in cui viviamo non si può fare a meno di cercare di conoscerlo. Penso ai giornalisti che hanno scritto contro l’apartheid in Sud Africa, a quelli che sono morti per raccontare il loro paese, a quelli che vengono incarcerati per credere nella libertà. Perché di questo si tratta, di libertà. Essere vivere e liberi. E fare in modo che alcune cose non riaccadano o meglio che non vengano dimenticate. Mia nonna diceva "Meglio un asino vivo che un dottore morto", ma è davvero giusto? E’ questo che vogliamo essere? Io no. In dodici anni di questo lavoro ho avuto l’onore di conoscere persone straordinarie. Quasi mai erano persone importanti, ma persone semplici che attraverso il loro dolore mi hanno insegnato cose che ho cercato di trasmettere. Hanno arricchito me e spero tutti quelli che mi hanno letta.
 
Spesso è doloroso, ricordo un signore che aveva perso un figlio e al suo funerale avevano ucciso l’altro figlio. Per tutto il tempo questo signore iracheno piangeva e mi chiedeva di raccontare la sua storia nonostante la sofferenza che gli procurava, nella speranza che noi non dovessimo mai conoscere l’orrore che aveva dovuto passare lui. Mi ricordo quando intervistai alcuni dei detenuti di Abu Greib, torturati e abusati dai militari americani. Quelle storie dovevano fare il giro del mondo. Ma se non ci fossero stati i giornalisti a raccontarlo nessuno lo avrebbe mai saputo. Cosi’ come per i giornalisti che si occupano di mafia che se minacciati vanno protetti. A volte mi risulta incomprensibile come mi possa venire chiesto perché faccio questo lavoro mentre si tollerano passatempi pericolosi come le corse delle macchine delle moto. Per il divertimento degli altri si può accettare di rischiare e per la libertà di stampa no? 
Chi vuole può discuterne.
B. 

Giornalista di guerra e scrittrice

5 Comment on “Vita da freelance

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