Mi ha detto che non ce la faceva più a stare a Baghdad. E mi aveva chiesto di andare in Somalia con lei. La radio per la quale lavorava in quel momento voleva che facesse delle cose in Etiopia e lei pensava di non poter perdere l’occasione di andare in Somalia. Mi sono sentita prudere le valigie. Certo che volevo andare in Somalia. Ma ho chiamato un collega in Kenia, mi ha detto che non era il momento e visto che non è una delle mie zone, ho accettato il consiglio. Ho riparlato con lei e le ho detto che la situazione non era favorevole e che se non avessi avuto almeno un contatto mio, ma solo i suoi, per me non andava bene. E io di gran contatti non ne avevo. Cosi’ lei è andata. Da sola. Imbracciando la macchina fotografica, perché quello le piaceva fare. E lo faceva bene.
Anche lei una freelance. Giovanissima, ancora all’inzio, in un mondo che affrontava come se sbucciasse un arancio.
 
Amanda è stata rapita due giorni fa insieme ad un collega australiano mentre visitava un campo di sfollati a sud di Mogadisho.
 
E io mi ritrovo in un Deja Vu. Catapultata in una situazione che non posso respingere. Mi sento in colpa, anche se so che non dovrei, mi chiedo se fossi andata con lei magari sarebbe andata diversamente. Ma è una domanda che mi sono già fatta tre anni fa. E alla quale non può esserci risposta. So solo che è di nuovo attesa, frenetico controllo delle notizia, è quella chiamata che arriverà e che mi dirà che sta bene. E’ quel tarlo che ti entra dentro e ti accompagna fino a quando la situazione non sarà risolta.
 
Abbiamo passato molto tempo insieme a baghdad. La mattina a colazione le spiegavo la differenza tra le milizie del Badr e quelle di al Sadr, poi lei si perdeva nei meandri di Baghdad lamentosa per dei collaboratori lenti e appesantiti come solo gli iracheni sanno essere. Io mi avventuravo dall’altra parte di Baghdad e poi la sera ci raccontavamo le nostre storie se non eramo troppo prese con lo scrivere.
 
Lei mi ha fatto sentire che non ero più una giovane giornalista. Sapevo che sarebbe stata divorata dalla passione per questo lavoro. Accade a tutti noi. E’ stata ovunque soprattutto in Africa, ma come tutti noi è in Afghanistan che ha lasciato il cuore.
 
Mi dicono che in Somalia gli ultimi sequestri sono finiti bene, e ne sono sicura anche io, ci ritroveremo davanti ad una tazza di tè e scherzeremo di questo momento. Quando ancora non ci conoscevamo ed eravamo nello stesso albergo, la prima sera le portarono la mia cena e lei quasi maltrattò il cameriere del Palestine (potrebbero far perdere la pazienza anche ad un santo). Insomma c’erano due donne in tutto l’albergo e questo già li confondeva.
 
Durante il coprifuoco abbiamo diviso le noccioline, la sera ci sedevamo nel cortile del Palestine, sperando che non cadesse un razzo, ci godevamo la frescura di circa 40 gradi, e chiacchieravamo con i nostri colleghi iracheni. Siamo andate insieme a Mahmoudia nella stessa macchina del direttore del piano per la sicurezza che il giorno seguente sarebbe stato rapito. Se penso a quella jeep mi vengono i brividi, la guardia del corpo è morta, amanda e il direttore sono stati rapiti e il figlio del direttore è stato ferito durante il sequestro del padre.
 
Ci preoccupammo molto per lui. E fu una gran gioia risentirlo dopo il sequestro accacciato ma in salute. Sarà cosi’ anche con "Amanda blue eyes", come la chiamavo. Era talmente contenta che ci fosse una donna al Palestine (maledetto hotel), la prima volta che mi vide, passò un’ora a parlare di negozi, maschi e vestiti, come se non se ne fosse nutrita da troppo tempo. Lo rifaremo.
buonanotte a tutti,
B

Giornalista di guerra e scrittrice

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