La loro colpa è quella di aver fatto sesso. Non importa se sono state violentate. Non importa se sono solo bambine costrette a sposarsi. Non importa se sono fuggite di casa per sopravvivere a un marito o a un padre che abusava di loro. Non importano le loro anime strappate che non guariranno mai. Sono colpevoli davanti alla legge degli uomini e molte di loro, la maggior parte sono state condannate a venti anni di prigione. Questo è l’Afghanistan vero, non la progressista e artificiale Kabul che manda ragazze alle olimpiadi in bella mostra, che sfoggia mature intellettuali che hanno studiato all’estero o presenta progetti per migliorare le condizioni di vita delle donne. Per molte non si può migliorare una vita che non hanno.

La prigione di Lashkar Gah, capitale della provincia di Helmand nel profondo sud talebano, dove sorge anche l’ospedale di Emergency, è quanto più si avvicina all’inferno.

Sotto un burqa che la rende invisibile solo la sua giovane voce fa capire che Saliha è una ragazzina. Ha quindici anni. Sta scontando una condanna di sette anni. “E’ timida – sussurra la sua compagna di cella Zirdana che le stringe con una mano la spalla per farle coraggio – l’hanno costretta a sposarsi quando era piccola, suo marito la picchiava e lei è scappata con un ragazzino del suo quartiere”. Lo amavi? “Si”, risponde Saliha con imbarazzo. Abbandonata dalla sua famiglia e dal villaggio è stata condannata per “fuga da casa” e “relazione sessuale illegale”. Il primo reato comporta una pena di dieci anni, il secondo di venti. E queste sono le accuse più comuni nelle prigioni femminili in Afghanistan. Due terzi delle giovani donne della prigione di Lashkar Gah sono state condannate per “relazione sessuale illegale”, e la maggior parte sono vittime di stupro. Il sistema non distingue tra chi è stato attaccato e chi ha deciso di scappare con un uomo che ama. In Afghanistan le donne non sono vittime. Secondo un rapporto di una Ong, l’87% delle donne subisce violenza domestica, metà delle quali subisce abusi sessuali. Il 60% sono costrette a sposarsi e il 57% nonostante la legge lo vieti hanno meno di 16 anni quando si sposano. Inoltre l’Afghanistan è il primo paese al mondo dove il tasso dei suicidi al mondo è maggiore tra le donne che tra gli uomini.

“In Afghanistan che tu sia costretto o no ad andare a letto con qualcuno è comunque un crimine, perché la legge Islamica lo dice – spiega seduto nel suo ufficietto circondato da fiori di plastica e un ottimista poster delle Nazioni Unite, il colonnello Ghulan Ali – è giusto. Vanno arrestate. Ci sono molte malattie che possono essere trasmesse attraverso relazioni illegali, come l’AIDS”.

Qualche segnale di progresso c’è: una shura femminile, un consiglio islamico di donne è stato istituito nella provincia di Helmand per cercare di combattere l’ingiustizia che vede le donne abusate, trattate come criminali invece che vittime. Il team di ricostruzione dei militari inglesi e del governo afgano sta preparando un progetto per costruire una casa che ospiti le 400 prigioniere in condizioni più umane. La prigione di Lashkar Gah, di umano non ha nulla, da una parte 330 maschi, dall’altra decine di donne “criminali”, la più giovane ha tredici anni, detenute con i loro bambini. Possiedono un tappeto, due lenzuola, qualche pentola. Non hanno assistenza medica, né zone per lavarsi, elettricità o acqua da bere.

Zirdana ha 25 anni e un bimbo di cinque tra le braccia che si strofina il visetto per cacciare le mosche. Il piccolo aveva solo due mesi quando la madre è stata arrestata per avere ucciso suo marito. Zirdana era stata ceduta al marito quando aveva sette anni, parte di un pagamento per una disputa finanziaria. Ha partorito il primo figlio a 11 anni ed  era incinta del quarto quando suo marito è scomparso. Venne accusata di averlo ucciso. I suoi primi tre figli sono stati presi dal cognato. “Quando sono entrata in prigione piangevo in continuazione, il fratello di mio marito mi aveva detto che mi avrebbe ridato i figli ma so che è diventato un talebano. Nessuno ci viene mai a trovare e ci sono un mucchio di malattie qui”. Seduta vicino a lei, Dorkhani, 55 anni singhiozza sotto il burqa. Sposata per quarant’anni a un uomo benestante di Nowzad, è giunta a Lashkargar insieme a lui dopo un lite familiare. Ma quando è tornato a Nowzad per reclamare le sue proprietà, è sparito. “Chi ha ucciso mio marito, ha preso i suoi soldi e mi ha gettata in prigione. Sono innocente, ma non ho nessuno che si prenda cura di me, o che possa pagare per la mia libertà”.

Giornalista di guerra e scrittrice

2 Comment on “Condanna di 20 anni per stupro, alla vittima

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