Se n’è andato. Senza clamore. Senza sangue. Quarantacinque minuti in tv per giustificare i suoi nove anni di presidenza e poi si è fatto da parte. Il presidente Pervez Musharraf ha dato le dimissioni. "Dopo aver esaminato la situazione e aver consultato i consiglieri legali e gli alleati politici lascio il mio futuro nelle mani del popolo".
I pachistani sono scesi in piazza piangendo e ridendo dalla gioia. Hanno aspettato a lungo questo momento. Hanno protestato, hanno combattuto e alla fine hanno vinto. Musharraf non se l’è sentita di affrontare il processo di impeachment che aveva avviato il parlamento, sapeva che avrebbe perso perché le accuse a lui mosse, di aver violato la Costituzione sono vere. Ha preferito uscire di scena avendo l’ultima parola e in modo dignitoso si è difeso.
Fino alla fine si è rivelato un uomo che ha saputo sorprendere fin dal colpo di Stato che lo ha portato al potere nel 1999 alla diretta televisiva di ieri, è stato un despota incoerente. Ha commesso errori e li ha ammessi, ne ha commessi altri che probabilmente non riuscirà mai a vedere, “Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese", ha detto andandosene, ma alla fine quello che conta è che il Pakistan da oggi inizia un nuovo capitolo della sua storia.   Il problema è se chi è al governo ora sarà in grado di sfruttare l’occasione. “Per il martirio di mia madre la democrazia è la miglior vendetta”, sono state invece le prime parole di Bilawal Zerdari, il figlio ventenne di Benazir Bhutto l’ex premier uccisa il dicembre scorso. Suo marito ora dirige il partito principale, il signor 10% come lo chiamano i pachistani, condannato per corruzione e che ora rischia di diventare presidente. La corsa alla poltrona sta per cominciare, dal momento in cui Musharraf solleverà i gomiti dai braccioli del trono c’è un mese per scegliere il nuovo capo di Stato. Zerdari, o Sharif, il capo del secondo partito al potere, o magari un giudice, visto che è grazie a loro che la società civile pakistana si è sollevata. E’ difficile immaginare il futuro di un paese sull’orlo della crisi economica, schiacciato dalla violenza dell’estremismo islamico, ma anche dal dispotismo di un esercito che per anni ha controllato la vita di tutti. Un paese dove il 60% della popolazione è analfabeta, dove i conflitti nascono e non finiscono mai. Musharraf è stato un dittatore, ma ha permesso cose che i suoi predecessori, Bhutto padre e figlia e Sharif compresi, non hanno mai neanche immaginato di poter fare. La stampa è fiorita, ci sono decine di giornali e televisioni, ci sono centinaia di organizzazioni non governative che operano sul territorio, si può scendere in piazza e protestare. I talebani non li ha inventati Musharraf, anche se i suoi servizi li hanno nutriti e allevati, se li è trovati dopo che la signora Bhutto, ora defunta paladina della democrazia, aveva concesso loro di stare in Pakistan dopo la caduta del regime in Afghanistan. Non ha fatto molte altre cose positive Musharraf, ha violato tutto quello che poteva profanare, ha sospeso la Costituzione, imposto lo stato di emergenza, usato i servizi segreti per far sparire migliaia di persone, ha licenziato i giudici della Corte Suprema, ha tenuto il piede in due scarpe cercando di non inimicarsi il suo popolo e di avere tutti i soldi che poteva dagli americani per combattere la guerra al terrorismo.
Se è complicato immaginare il futuro di un paese che si intreccia come le pashmine di seta che si vendono a due lire a Islamabad, è più facile pensare a quello di Musharraf: immunità e una bella villa in Arabia Saudita.
Ma la dipartita di Musharraf non ha conseguenze solo sul suo paese, la Casa Bianca, suo principale sostenitore e finanziatore, deve aver avuto un leggero tremito alla notizia, che non era affatto attesa. “E’ stato un buon alleato che ha mantenuto la sua parola quando ha deciso di porre fine al regime militare l’anno scorso, se doveva dimettersi era una questione interna. Gli Stati Uniti sostengono con forza il governo democraticamente eletto nel suo desiderio di modernizzare il Pakistan e costruire istituzioni democratiche”, ha detto il Segretario di Stato americano Condoleeza Rice. Ha definito la presidenza una questione interna e che in ogni caso resteranno amici del Pakistan, ma Zardari e Sharif, non sono tanto amici degli americani e ora il paese ha bisogno di stabilità o vincere saranno ancora gli estremisti.

Giornalista di guerra e scrittrice

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