Ci sono profughi antichi e altri nuovi. Ci sono quelli che fuggono e quelli che vengono cacciati. Ci sono quelli spinti a ritornare, altri che non rivedranno mai più la loro terra. Ci sono quelli che da lontano combattono, altri che si rassegnano e tentano di rimettere insieme i pezzi di una vita che sono stati costretti ad abbandonare. Sono milioni i profughi in Medio Oriente. Dopo cinque anni di declino del loro numero tra il 2001 e il 2005, ora stanno aumentando progressivamente.

Due milioni di iracheni in Siria, 800 mila in Giordania, quattro milioni e mezzo di palestinesi sparpagliati in tutto il mondo, ma soprattutto nei paesi intorno. Tre milioni di afgani tra Pakistan e Iran. E poi quelli che neanche riescono a lasciare il proprio paese e forzati a trasferirsi in zone ogni volta più sicure destinandosi a un vagabondaggio senza fine.

Le cause possono essere ambientali o conflittuali, ma in Medio Oriente le condizioni politiche che dovrebbero alleviare le loro sofferenze, non si aggiustano mai. Prima si vive in una casa, magari modesta profumata di gelsomino e spezie, si hanno vicini, negozi, un paese che si conosce da sempre, una famiglia unita come spesso sono quelle musulmane, poi comincia una guerra e tutto cambia. Il proprio mondo va in frantumi. La vita diventa una valigia e i ricordi l’unico passato che rimane. Si finisce in una tenda dove si perdono le certezze, la privacy, dove l’unica cosa che conta è restare vivi nella speranza che un giorno si possa tornare a casa. Ma non sarà mai più lo stesso. I palestinesi ne sanno qualcosa. I più anziani, fuori ormai da cinquant’anni, ancora conservano le chiavi di casa, appendono ai muri grigiastri delle loro abitazioni, transitorie solo nella loro testa, qualche vecchia fotografia sbiadita e insegnano ai nipoti che posti come Jaffa o Haifa in Israele, un giorno li vedrà tornare. Mentono a se stessi e alle generazioni future, al posto delle piccole casupole arabe che spiccano nelle scolorite e datate fotografie ora ci sono supermercati o una strada.

Gli iracheni sono i profughi più nuovi, dalla guerra non hanno potuto che scappare e rifugiarsi in paesi vicini o anche lontani che li hanno accolti come potevano. La Siria trabocca della loro presenza.

Le organizzazioni che se ne occupano sono decine, ma non sempre avere da mangiare o una coperta, risolve il complesso squilibrio che il Medio Oriente sta affrontando. Ci sono persone ferite in quei campi. Ci sono persone costrette a vivere tutte insieme, ci sono problematiche, spesso psicologiche che nessuno ha il tempo di affrontare. Tutti sono in teoria uguali, nessuno lo è, e come una giungla il più forte sopravvive, e anziani, donne e bambini sono i primi a soccombere.

Non è solo una questione fisica, ma quella che prima era una professoressa o una musicista diventa solo una donna che ha bisogno che qualcuno le fornisca da mangiare e le assegni un posto dove stare. Un dirigente diventa nessuno, uno studioso ancora meno. Si è nell’arena di un circo dove tutti i ruoli vengono ribaltati, i figli spesso si occupano troppo presto dei genitori e loro invecchiano velocemente. Spero la religione diventa un collante portentoso e spaventoso dal quale la guerriglia attinge senza tanti scrupoli, d’altra parte chi non ha niente da perdere è disposto a qualsiasi cosa.

Negli ultimi anni, il numero di profughi è aumentato e continua. Cifre spaventose quando si pensa che non ci sono barlumi di luce nella politica internazionale. Israele e Palestina non stanno facendo la pace, l’Iraq non è meno pericoloso, l’Afghanistan sta addirittura peggiorando, senza contare la guerra in Libano di due anni fa dove ci furono un milione di sfollati, molti dei quali ritornati. E poi lo Sri Lanka, il Timor Est, senza dimenticare, almeno un milione di somali, 1,3 milioni dal Congo e dal Burundi. O il Darfur con 523 mila sfollati.

Tra questi, nel 2007 sono stati rimpatriati 374 mila afgani, 130 mila sudanesi, 45 mila iracheni, 44 mila liberiani, mentre meno dell’uno per cento emigra in paese occidentale che tende a limitare sempre di più la concessione di asili politici. Ma tornare a casa non è sempre è la risposta giusta. Molti finiscono a vivere in case diroccate facendo l’elemosina e dandosi alla prostituzione, altri più fortunati ritrovano le famiglie, altri scoprono di aver perso tutto. Ma almeno sono vivi, in un Medio Oriente dove si uccide per il petrolio, per un pezzo di terra, o per provare che tra Oriente e Occidente non ci può essere dialogo, per alcuni, semplicemente vivere è l’unico sogno che è rimasto.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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