Ha cantato il dolore di perdere la propria terra, ha usato le parole come armi e ha pagato con la prigione la sua voglia di libertà. Mahmoud Darwish, a 67 anni, uno dei più noti poeti arabi, è morto negli Stati Uniti durante un’operazione chirurgica. Quando aveva sette anni la sua famiglia originaria della Galilea, fuggì in Libano. Ora il suo villaggio neanche esiste più nelle mappe. Nel 1948 gli israeliani rasero al suolo il suo paese e cacciarono gli abitanti, lo stesso avvenne per altre 400 villaggi durante il primo conflitto arabo-israeliano.

Negli anni 60 tentò diverse volte di ritornare in patria ma venne sempre arrestato per trovarsi in Israele illegalmente o per aver recitato le sue poesie di profugo addolorato. Nel 1964 uscì la sua prima raccolta “Uccelli senza ali”, e poi “Foglie di Ulivo” e alcune di queste poesie divennero un riferimento per i combattenti. “Non odio la gente, né ho mai abusato di alcuno ma se divento affamato, la carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo”, scrive in uno dei suoi lavori.

Negli anni ‘70 si unì ad Arafat e con le sue parole schiette e profonde accompagnò la lotta palestinese. "La sua poesia è espressione della vita stessa. Complessa è la sua forma, non la sua essenza", diceva Ryszard Kapuscinski, un grande giornalista e scrittore polacco. La poesia di Darwish è forte, spietata, combattiva, è terra, è nostalgia, ma anche cielo, nuvole e sabbia. Per lui la patria è il caffè di sua madre. Visse ovunque in Palestina, dirigendo giornali e scrivendo, nel 1987 fu eletto nel comitato Esecutivo dell’OLP, non era certo una colomba e nel 1993 si dimise perché contrario agli accordi di Oslo. Nel 1996 dopo 26 anni di esilio riuscì ad entrare legalmente in Israele. E poi si trasferì a Ramallah, sognando un giorno di vedere la creazione dello Stato Palestinese. Non ha fatto in tempo. Ma le sue parole restano nell’aria di quello Stato che non c’è, tra gli ulivi e i posti di blocco, tra accordi di pace e delusioni: “Potete legarmi mani e piedi, togliermi il quaderno e le sigarette, riempirmi la bocca di terra; la poesia è sangue del mio cuore vivo, sale del mio pane, luce nei miei occhi”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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