Saranno gli atleti dell’ultimo minuto. Hanno veramente rischiato di non partecipare, ma alla fine un accordo ne ha salvati cinque su sette. Due non ci saranno, ma tutti gli altri sono pronti a credere nel loro sogno. Il discobolo Haidar Nasir, la sprinter Dana Hussein, i canottieri Haidar Nozad e Hamza Hussein e infine l’arciere Ali Adnan rappresenteranno l’Iraq alle Olimpiadi di Pechino.

Non è stato facile, come se non bastasse la guerra, ci si è messa la politica a complottare. E loro avrebbero pagato. Bandito l’Iraq dai Giochi, è rientrato in gara dopo cinque giorni di negoziati a Losanna, ma quando ormai per almeno due atleti erano già scadute le iscrizioni alle loro categorie.

Gli sportivi iracheni non vinceranno. L’unica volta che hanno portato a casa una medaglia, è stato a Roma nel 1960, un bronzo per il sollevamento pesi. Ma se si premiasse il coraggio, l’impegno, la sfortuna e il significato di cui sono impregnate queste persone, avrebbero già vinto. I loro muscoli, la loro forza, non sono sciita, sunnita o kurda, sono iracheni, sono tutto quello che il loro paese a cinque anni dalla caduta di Saddam Hussein non riesce ad essere.

Quei cinque ragazzi che per mesi hanno faticato per sopravvivere, non solo per allenarsi, rappresentano una delle poche cose buone che l’Iraq schiacciato dalla violenza è riuscito a produrre. Il quattro giugno scorso il Comitato Olimpico Internazionale aveva sospeso il Comitato Olimpico dell’Iraq per le “interferenze del governo all’interno del movimento sportivo”. Il Comitato internazionale era intervenuto dopo un decreto di Baghdad che aveva revocato il comitato olimpico nazionale sostituendolo con un nuovo organismo guidato dal ministero dello Sport. Il governo accusava il comitato di corruzione sollevando le perplessità estere. Dopo cinque giorni di trattative e una serie di condizioni imposte dal Comitato Internazionale, quali libere e indipendenti elezioni di un nuovo comitato non prima della fine di novembre, l’Iraq ha potuto di nuovo sperare di partecipare.

“Sono veramente lieta di esserci, il mio allenatore ha cercato di consolarmi dicendo che avrei partecipato ai giochi del 2012. Ma nella situazione in cui viviamo, chi dice che sarò ancora viva?”, dice Dana Hussein, l’unica che è rimasta ad allenarsi in Iraq, mentre i suoi colleghi per qualche settimana sono espatriati per potersi allenare in pace.

Raed Abbas Rashid, ha partecipato agli ultimi giochi olimpici di Atene. Sapeva che non avrebbe vinto ma era l’uomo più felice del mondo. Campione di arti marziali, era orgoglioso di rappresentare il suo paese dopo la caduta di Saddam. Quando lo incontrai, sfoggiava muscoli e sorrisi. Avrebbe voluto esserci a queste olimpiadi. Ma due anni fa mentre con altri 14 compagni cercava di raggiungere in pulmino la sicura Giordania per allenarsi, è stato rapito.

L’anno scorso i loro scheletri sono stati trovati sepolti in una fossa comune con un foro di proiettile nel cranio. Di Raed non restava nulla se non lembi di quello che indossava. Sono decine gli atleti uccisi o rapiti. Anche l’arciere Ali Adnan che parteciperà quest’anno, è sopravvissuto a un agguato di Al Qaeda nel 2006. A quel punto ha deciso che era troppo pericoloso affrontare la strada tra il centro di addestramento e la sua abitazione e per mesi si ha tirato con l’arco nel suo piccolo cortile di casa e, una volta qualificato per la Cina è andato in Corea del Sud ad allenarsi. Tra qualche giorno saranno tutti a Pechino, tra gli atleti più forti al mondo, ma per gli iracheni queste olimpiadi non sono importanti solo per quelli che ci vanno, ma anche per quelli che avrebbero potuto esserci perché la guerra non ha ucciso migliaia di persone ma non i loro sogni.  

Giornalista di guerra e scrittrice

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