Non doveva esserci lei, ma domani sarà su un aereo che la porterà in Cina a partecipare ai giochi Olimpici. Robina Muqimyar, 20 anni, sprinter afghana ha già gareggiato ai giochi di Atene, arrivando settima su otto concorrenti. Era la prima donna a competere dopo la caduta dei Talebani, ma quest’anno non era stata veloce abbastanza per qualificarsi alle Olimpiadi. Il suo momento è tornato. Per caso. Al suo posto doveva esserci Mahbooba Ahadgar. Ma la sua storia, la sua voglia, il sogno, le si è ritorto contro e si è trasformato in un incubo.

“La signorina Ahadar non parteciperà più ai giochi olimpici. Pare che durante gli allenamenti si sia ferita ad un fianco”, ci dice Abdul Sabor Azizi, direttore tecnico del Comitato Olimpico contattato telefonicamente a Kabul. Questa è la versione ufficiale della Federazione. Un escamotage per salvare la faccia dell’Afghanistan. Le ragazze “devono” essere il simbolo di un paese che cambia, in realtà vengono solo usate per riflettere la luce di un Afganistan che ancora a sette anni dalla fine della guerra non esiste.

Mahbooba non correrà per una medaglia ma lo sta facendo per salvarsi la vita. Non su una pista ma attraverso l’Europa. Si è allenata molto per arrivare alle Olimpiadi. Ha corso contro tutti. “Si allena di notte, perché di giorno gli estremisti le urlano contro, la minacciano, pensiamo sia meglio portarla fuori dal paese”, ci aveva detto il marzo scorso proprio Azizi. Mahbooba, una ragazzina di 19 anni e un viso già segnato dalla durezza della vita afgana è espatriata.

Lo scorso luglio si allenava a Formia nel centro di Preparazione Olimpica, quando è sparita. Immediata la preoccupazione che qualcuno l’avesse rapita, ma in realtà aveva preso tutta la sua roba, il passaporto tenuto in consegna dal suo supervisore Viktor Kuzin. Il visto Shengen le permetteva di andare ovunque, ha scelto la Norvegia dove ha chiesto asilo politico, forse perché è uno dei pochi paesi europei che si occupa davvero dei diritti umani e perché c’è una delle più grandi comunità afgane.

Una storia che ricorda le fughe degli artisti e atleti russi ai tempi del comunismo prima che cadesse il muro di Berlino. Ora tocca a Mahbooba correre via a nascondersi da quelli che non vogliono che una donna rappresenti l’Afghanistan. Fiera musulmana e giovane donna modesta, correva con il viso incorniciato nel velo e una tuta fuori moda che avrebbe contrastato con le canotte e i calzoncini aderenti delle altre atlete a Pechino.

La mezzofondista afghana che non ha proprio l’indole da ribelle – quando non corre, aiuta a casa la madre – doveva rappresentare quell’Afganistan uscito dall’estremismo, lontano dai talebani. Invece suo padre è stato picchiato e arrestato quando i vicini hanno chiamato la polizia dicendo che in casa entravano uomini, e rilasciato quando è stato appurato che gli “infedeli” erano solo giornalisti. Lei è stata molestata, aggredita, le tiravano oggetti mentre correva, insidiavano le sue sorelle.

Ma non è bastato venire in Italia per placare la tensione e le minacce. E Mahbooba ha creduto che l’unico modo per proteggere la sua famiglia fosse non competere. Ma non era ancora finita, a Kabul, la Federazione Olimpica si è arrabbiata. Avevano perso il loro piccolo simbolo di modernità. E secondo il quotidiano inglese Indipendent, il presidente del Comitato Olimpico, Anwar Jagdalak, ex comandante durante la guerra contro i russi negli anni ’80, avrebbe minacciato di fare arrestare la famiglia se Mahbooba non si fosse presentata a Pechino. “Nessun commento riguardo a questo”, ci dice Azizi, ma in Afghanistan dove le donne vivono imprigionate ancora nei burqa, il silenzio di Azizi, vale più di mille parole.

 

Giornalista di guerra e scrittrice

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