Quando è fuggito, ha corso e corso ancora. I militanti che lo inseguivano avevano dei fucili più grandi di lui che era solo un bambino di sei anni. Sono trascorsi 16 anni da quel giorno quando venne rapito dalla guerriglia e corre ancora, ma questa volta, Lopez Lomong corre verso i suoi sogni.

Reggerà la bandiera degli Stati Uniti ai Giochi Olimpici di Pechino. Viene dal Sudan, ma corre per l’America che lo ha adottato. La sua corsa è cominciata una domenica quando durante una messa nel suo villaggio di Kimotong è stato rapito dalla guerriglia Janjaweed. Aveva solo sei anni. I suoi genitori lo credettero morto, scavarono una fossa, misero una bara vuota e una bella lapide su cui piangere.

Ma Lopez, Lopepe per gli amici, non era morto, era sopravvissuto alle torture, alla fame, alla dissenteria, ad una guerra che era ancora troppo piccolo per capire. I guerriglieri volevano trasformarlo in un bambino soldato, volevano che diventasse un piccolo mostro senza paura e lui ancora una volta corse via. Fuggì dai militanti e in tre giorni attraverso foreste e strade deserte ha raggiunto il confine del Kenia.

I nove anni successivi li trascorse  in campo profughi gestito da missionari cattolici. “Non c’era niente al campo, giocavo a palla e correvo, spesso non avevo neanche le scarpe”.

Il suo grande amore era lo sport, lo faceva sentire bene, lo faceva sentire lontano dal suo passato, correva fino a sfinirsi, fino a dimenticare. Ogni giorno un po’ più forte e un po’ più veloce. Nel 2000 corse 8 km per vedere in un bar le Olimpiadi di Sidney e per la prima volta vide Michael Johnson vincere i 400 metri.

Fu lì, in un bar di poveracci, che promise a se stesso che un giorno avrebbe corso come quell’uomo. Fu una lettera a cambiare la sua vita, aiutato da un’Ong in visita al campo profughi, la spedì all’ufficio Immigrazione americano, i funzionari furono talmente commossi dalla sua storia che decisero di dargli una possibilità.

A sedici anni arrivò in America, insieme ad altri 3800 ragazzi assegnati al programma “I ragazzi perduti del Sudan”. Venne affidato alla Famiglia Rogers di Tully nello Stato di New York.

“Quando è arrivato, ero sopraffatto – racconta Robert Rogers, il padre adottivo che prese due altri ragazzi sudanesi – Lopez non sapeva se fidarsi e noi gli abbiamo detto che la nostra casa era sua”. Ma la sua vera famiglia che lui credeva morta tornò a dare notizie, sua madre e i suoi fratelli erano ancora vivi. E dalla gioia non poté fare altro che correre. “Tanto potente quanto indisciplinato. Ma non ho mai visto nessuno allenarsi più duramente”, ha detto il suo primo allenatore.

E mentre gareggiava e vinceva, Lopez finì anche per scoprire di essere ancora un ragazzo, con l’hip hop, la scuola di turismo per “quando tornerò in Africa”, convinto che il suo paese di origine abbia ancora bisogno di lui.

“Sono venuto negli Stati Uniti senza aspettarmi niente ed ho avuto tutto, ora voglio ricambiare il favore e vincere per il mio paese e la mia terra”. Sette anni dopo il suo arrivo a New York Lopez si è qualificato per le Olimpiadi. Il Darfur resta nel cuore di Lopez, membro di un gruppo che si occupa di suscitare l’interesse sulle problematiche del suo paese, sa che la sua presenza ai Giochi è anche politica. La sua storia racconta di un governo, quello sudanese che appoggia la guerriglia che ha distrutto la sua famiglia e che continua oggi a farlo nella regione del Darfur e la sua storia accusa la Cina di vendergli armi in cambio di petrolio.

“La bandiera a stelle e strisce è il simbolo di tutto quello che ho passato”. Lopez è stato scelto come portabandiera senza esitazione. Al dito indosserà l’anello portafortuna che gli ha dato la mamma adottiva Barbara e pronuncerà la frase che lo ha portato dal Sudan a Pechino, dalla morte a un sogno: “Non sarò mai secondo. Voglio vincere".

Giornalista di guerra e scrittrice

One Comment on “Dal Sudan a Pechino per inseguire un sogno

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