IL MESSAGGERO

Un velo e una cintura esplosiva. Sono donne le ultime kamikaze che hanno insanguinato l’Iraq. Nascoste nelle loro lunghe abbaye nere, si sono mosse con tranquillità tra i pellegrini di Baghdad e nel giro di mezzora l’una dall’altra, si sono fatte esplodere. 28 morti, centinaia di feriti, trema la capitale sotto le mani delicate delle donne, l’ultima arma letale di Qaeda.   

A nord invece, a Kirkuk la contesa città petrolifera, un altro attentatore si è fatto esplodere, e per la polizia anche in questo caso potrebbe essere una donna. Imponente il bilancio con almeno 36 morti e 130 feriti. Nel mirino una manifestazione contro la bozza della nuova legge elettorale. Ragioni diverse colpire i fedeli sciiti a Baghdad e una manifestazione politica di kurdi a Kirkuk, ma il risultato è lo stesso, il caos che non sembra abbandonare le strade impregnate di violenza dell’Iraq.

A Baghdad si celebrava l’anniversario che oggi vedrà l’apice della manifestazione, della morte di Moussa al Khadim, un imam del XVIII secolo tra i più venerati dalla comunità sciita. Tre anni fa nella stessa occasione morirono mille persone quando la voce di un possibile kamikaze scatenò il panico e il crollo di un ponte.

La firma degli attentati di ieri è di al Qaeda, dice l’esercito che non è riuscito a fermare l’avanzata delle kamikaze. Duecento poliziotte erano state sguinzagliate per occuparsi delle perquisizioni femminili, sempre molto difficili da gestire.

“Ho sentito donne e bambini piangere e urlare, ho visto corpi che bruciavano, altri che giacevano in pozze di sangue”, racconta ancora sotto shock Mustapha Abdullah, 32 anni, ferito allo stomaco e alle gambe.

Non è un fenomeno raro quello di donne kamikaze, ma sicuramente negli ultimi mesi si è intensificato. Per gli americani, una delle ragioni è la disperazione dei membri di al Qaeda, molti dei quali sono stati uccisi o arrestati, ma per gli analisti la condizione della donna deterioratasi con il perdurare del conflitto ha creato una tale depressione, ignoranza, paura da rendere quello del mondo femminile un terreno fertile e vincente per il terrorismo.

I maschi in genere sono stranieri vengono dalla Siria, dall’Arabia Saudita o dall’Afghanistan, le donne invece sono irachene, tra i 15 e i 35 anni e quasi tutte hanno avuto un parente, marito, fratello o figlio morto combattendo, facendo il kamikaze o imprigionato. Sono donne religiose, manipolabili, spesso sposate giovanissime, vulnerabili alle pressioni e convinte sia con l’abuso psicologico che con il denaro che la loro missione le porterà al paradiso.

“La nostra società non è come quella occidentale – spiega Sajar Kaduri, consigliera comunale ma anche vedova di un marito rapito e ucciso – quando una donna resta senza il proprio uomo le sembra di non avere scelta”.

Dal 2003 almeno 43 donne si sono fatte saltare in Iraq, 18 negli ultimi tre mesi, i primi due casi durante il primo anno di guerra, ma è diventata una moda nel 2007 e secondo i militari la crescita del loro utilizzo coincide con la perdita di potere di Al Qaeda nelle province di Diyala, Baghdad e Anbar.

“Ci sono due modi perché la cintura esplosiva agganciata a una donna possa funzionare, un bottone che loro stesse detonano o può esserci un telecomando che qualcuno può usare se pensa che una donna possa all’ultimo cambiare idea”,  spiega il colonnello Fateh, ma la verità preoccupante per il capo della polizia della provincia di Diyala, una delle più colpite dai kamikaze donna, è la velocità con cui Al Qaeda si rinnova: “Quando li distruggiamo in battaglia trovano nuovi metodi, e siccome le donne sono sempre trattate più gentilmente, hanno cominciato ad usare loro”.

Giornalista di guerra e scrittrice

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